La forma è sostanza. Lo è nelle fotografie di Lee Miller, ma anche nel modo in cui vengono presentate alla Tate Britain di Londra, che le dedica la più grande retrospettiva mai realizzata (fino al 15 febbraio 2026). L’impatto di una mostra non può prescindere dal suo allestimento, che procede di pari passo con la curatela. Qui la struttura diventa parte del racconto. Lee Miller accoglie il visitatore tra pareti dai toni tenui – rosa e grigio – in un’atmosfera raccolta, quasi domestica, che invita a soffermarsi davanti alle immagini senza distrazioni. Forse un richiamo al rosa pastello con cui lei e Roland Penrose, il suo secondo marito, avevano dipinto il loro rifugio antiaereo durante la Seconda guerra mondiale, un ex deposito di carbone nella Londra bombardata. Curata da Hilary Floe con Saskia Flower e Michal Goldschmidt, l’esposizione è il risultato di tre anni di lavoro e di ricerca nel Lee Miller Archive. Undici sezioni in ordine cronologico e con focus tematici, circa duecentocinquanta fotografie tra stampe vintage e moderne – molte delle quali inedite – materiali d’archivio, oggetti personali, documenti, layout mai esposti di «Vogue», due filmati, la sua Rolleiflex e la divisa militare.

I pannelli

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