L’idea di chiedere al BioParco l’accesso alla gabbia degli scimpanzè mi venne perché non ci potevamo permettere nessun altro tipo di vacanza. Tralasciando le carissime mete convenzionali, per ferragosto anche un bed and breakfast in un seminterrato sulla Balduina costava un occhio della testa. Avevo letto che gli scimpanzè non facevano altro che grattarsi. Per loro era una sorta d’irrinunciabile rito sociale che la scienza aveva ribattezzato “grooming”.
«Anche noi ci grattiamo dalla mattina alla sera» osservai.
«E con questo?».
«Andiamocene in vacanza nella gabbia degli scimpanzè».
Priscilla aveva un tenue ricordo del BioParco da alcune sue gite scolastiche, quando ancora veniva chiamato più onestamente Zoo. Io invece l’avevo bazzicato in tempi più recenti perché ero stato assunto in nero da uno dei chioschi nei paraggi, di quelli che tentano di rifilare ai bambini qualche peluche d’acrilico cucito in Cina.
«Villeggiare dentro villa Borghese, sai che pacchia?».
«Sei impazzito?».
«Meglio che starcene reclusi in questa cameretta senza condizionatore».
L’immagine colpì nel segno, perché vidi Priscilla socchiudere gli occhi e tentare invano di mandare giù un rospo invisibile.
«Allora? Che ne dici?».
«Non siamo scimpanzé».
«Questo lo so, ma io sono peloso e tu puoi smetterla con le strisce depilatorie».
«Parli sul serio?».
Scrollai davanti ai suoi occhi per l’ennesima volta il portale dell’Agenzia di viaggi. «A queste cifre dobbiamo restare all’interno dal Raccordo Anulare».
Priscilla soffocò un singhiozzo nel cuscino. «Se non altro a villa Borghese c’è tanto verde».
L’indomani me ne andai dritto al BioParco e feci la mia richiesta. L’addetto, dopo un paio d’ore d’anticamera, mi fece svolgere un primo colloquio con un responsabile. Nei giorni seguenti feci molti altri colloqui – con alcuni membri del consiglio di amministrazione, veterinari, biologi, con il direttore generale e con il presidente e perfino con uno psichiatra che, in mancanza di un riscontro di patologie gravi, cianciò di legittima scelta non binaria e di autodeterminazione di specie. Alla fine nessuno ebbe niente da ridire: sebbene la richiesta fosse insolita, per non dire eccezionale, “sentirsi scimpanzè e avere una solida motivazione a inserirsi nella comunità degli scimpanzè del BioParco senza ottenere in cambio nessun compenso pecuniario ma soltanto il vitto e l’alloggio destinati agli animali”, così come si poteva leggere in una nota scritta sul contratto di affiliazione, metteva tutti d’accordo e appianava qualunque divergenza.
Così, io e Priscilla partimmo alla volta della nostra gabbia di competenza una torrida mattina d’agosto. Bob, uno dei custodi più simpatici, ci portò in uno spogliatoio affinché ci denudassimo. Priscilla, che aveva cominciato a togliersi tutto in gran scioltezza, vacillò di fronte ai suoi gioielli.
«Ehi, non ci provi neanche» l’apostrofò Bob. «Via anche quei bracciali».
«Non posso tenere neanche una collana?» chiese lei, in un ultimo atto di resistenza a riabbracciare totalmente madre natura.
«Scherza? Ha mai visto una scimmia indossare dei preziosi?».
Riponemmo i nostri affetti personali negli armadietti e finalmente prendemmo possesso del nostro insolito hotel. Neanche per un secondo provai imbarazzo: avevo pelo a sufficienza per confondermi dignitosamente in mezzo agli altri esemplari di scimpanzè. Priscilla, anche se non pelosissima, dimostrò subito una certa scaltrezza con liane e alberi. La gabbia era di mille metri quadri. Solo a pronunciare quel numero mi prendeva un capogiro: nessuna struttura ricettiva della Capitale avrebbe potuto offrirci niente di minimamente paragonabile. L’arredamento, per così dire, constava di un boschetto centrale, una cascatella e un laghetto, rocce e massi.
«Altro che campagna, soltanto qui si può riabbracciare davvero la natura!» dicevo a Priscilla. «Con quello che costano gli agriturismi…»
Oltre alla riproduzione fedele dell’habitat africano, c’erano una zona di riposo fatta di cavi e reti e un’area ristoro con mangiatoie e abbeveratoi. Il tutto senza spendere un euro, eravamo a carico del BioParco. Che cosa potevamo chiedere di più? La comunità che ci accolse, dopo un primo periodo di studio e timore, si dimostrò migliore di qualunque manifestazione sociale umana avessimo mai sperimentato (anche perché negli ultimi decenni, a Roma, per socializzare tra individui era rimasta soltanto la chat WhatsApp dei genitori di scuola, e noi non avevamo figli). Oltre a me c’era un solo altro maschio, Bingo. Mentre le femmine, dolcissime, si chiamavano Edy, Susy e Pippy. Capito che non eravamo entrati nel loro territorio per nuocere, cominciarono a grattarci per tutto il santo giorno. Il “grooming” divenne la nostra religione e la nostra droga. Anche perché se qualcuno ti spulciava dovevi contraccambiare. La nostra vita si ricalibrò sui valori di empatia e mutuo soccorso, cose che nel mondo degli uomini erano cadute in disuso. All’inizio i genitori di Priscilla vennero a trovarci. Ci allungavano teglie di lasagne e parmigiane, ma le nostre abitudini alimentari cambiarono in poco tempo. Così come camminare eretti ci sarebbe costato fatica e preferivamo di gran lunga la quadrupedia, prediligevamo cereali e semi. Una pastura di riso e pollo, tutt’al più. Adoravamo trovarci il cibo da soli, quello che ci veniva appositamente nascosto nei punti più difficili da raggiungere della gabbia. L’unica scocciatura era sorridere a quegli imbecilli dei visitatori. Sia io che Priscilla ci stancammo presto di fare versi a comando o saltare sugli alberi per impressionarli. I bambini erano insopportabili. Ci tiravano le noccioline e ci chiamavano Cheeta. Diversi paparini indirizzavano a Priscilla fischi e complimenti pesanti. La maggior parte di loro si aspettava la solita gita noiosa e invece si ritrovava al cospetto di uno scimpanzè dalle fattezze umane e dagli ancheggiamenti attraenti. Più volte fui sul punto di ribattere, ma il nostro contegno avrebbe dovuto essere quello degli scimpanzè, nessun atteggiamento umano sarebbe stato tollerato. Così ci lasciavamo fotografare da quelle famigliole spietate, da quei turisti torturatori.
A un certo punto a Bingo cominciarono le fregole. Gli scimpanzè sono poligami e la loro vita sessuale, pur non essendo sfrenata, dà luogo a corteggiamenti serrati.
«Bingo digrigna i denti» mi disse Priscilla, e io capii subito il motivo, avevo visto un paio di documentari al riguardo.
«Non mostrarti interessata» ribattei. «Se la femmina non è disponibile Bingo desisterà».
Priscilla annuì poco convinta e dopo qualche giorno riprese l’argomento. «Ho riflettuto su Bingo».
«Continua a mostrare i denti?».
«Ora ha cominciato a spezzare dei rami».
«Ma a tutte? Voglio dire, anche a Edy, Susy e Pippy? O soltanto a te?».
«Soltanto a me».
«Vuole esibire la sua forza».
Vidi Priscilla dal folto della sua peluria arrossire. «Davvero?».
«Eh sì».
«In fondo qui dentro è lui il maschio Alpha».
«Veramente sono Alpha anch’io».
«Oh, andiamo. Per quanto tu possa essere dominante, lui è una bestia».
Il caldo si fece più intenso e i visitatori, con le loro sciocche pretese, la loro ottusa visione antropocentrica delle cose, diminuirono sensibilmente. Bingo digrignava i denti e spezzava rami. Lo guardavo a lungo, nelle infinite notti tropicali di Roma. Il pelo scuro, con una criniera quasi equina che gli correva sul dorso gibboso; la fronte alta e prominente, con un arco sopraccigliare marcato; il naso largo e piatto; la bocca grande da cui sporgevano canini affilati; gli occhi scuri e astuti, penetranti. Novanta chili di giungla, suppergiù. Chissà che effetto doveva fargli il fondoschiena di Priscilla, così poco arrossato per i suoi standard e privo delle tipiche callosità ischiatiche di chi struscia in continuazione le natiche a terra. Una sera la voltò bruscamente. Quello non era “grooming”. Avrei potuto mandare tutto all’aria e infischiarmene di quell’idillio antispecista. Affrontare Bingo per la supremazia nella gabbia. Una volta riconquistata Priscilla non mi sarei certo fermato lì. Se gli scimpanzè ubbidivano agli impulsi della loro specie, anche noi avremmo ubbidito agli impulsi della nostra. In fondo le vacanze di Natale erano dietro l’angolo! Innanzitutto avremmo corrotto Bob per ottenere l’edificazione di un confortevole chalet invernale. Poi avremmo scuoiato quegli scimpanzè per ricavarne caldi pellicciotti. Li avremmo colti nel sonno, o chissà che. Misi un freno alla mia immaginazione umana troppo umana. Intanto Bingo ci dava dentro con Priscilla. La faceva urlare come una scimmia. Nessuno se ne curava, chiaramente. Restai calmo, sdraiato sulla mia rete. Cos’era quell’inconveniente rispetto al vantaggio di una villeggiatura a scrocco?