Sono anni di cambiamenti globali, quelli che stiamo vivendo. L’illusione di poter galleggiare in una bolla virtuale sta sfumando, anche grazie alle generazioni ultime, che tornano in strada, nelle piazze, sulle barche in difesa di principi universali. Il diritto a esistere di un popolo, per esempio: vedi che ci tocca risentire, dopo lo stigma definitivamente caduto, perlomeno per i lettori di Said, sul colonialismo, e l’assunzione delle minoranze a bandiere (purtroppo spesso solo ideologiche) della lotta contro il capitalismo occidentale, magari dai suoi gangli meno appariscenti e più illuminati, ossia gli intellettuali. Mi corre a questo punto l’obbligo di aggiungere “e le intellettuali”, in base alla netiquette vigente. E allora vado diretta con la domanda che mi pongo da un po’: esistono le intellettuali, in Italia, oggi? Se esistono dove sono, quali spazi hanno per esprimersi, dove possono intervenire sui fatti epocali, o sugli epifenomeni circostanziati, nella piena libertà del loro pensiero? 

Chi scrive ha all’attivo un discreto spaziotempo di militanza critica, biforcato nell’esercizio novecentesco sulle riviste accademiche e sui giornali, ma anche duemilesco, nei blog e nei siti prima, sui social network poi. L’evidenza di essere stata letta, apprezzata o (più spesso) contestata da lettori di supplementi culturali e di pubblicazioni accademiche ha comportato anche dei pesi e degli aggravi: mi sono spesso ritrovata a essere, in ambienti a dominanza percentualmente maschile, l’unica donna al tavolo. Ho a lungo cercato le motivazioni della mia presenza nei contesti di maschi in cui a un certo punto mi occorreva di venir convocata (e magari, dopo qualche presunta intemperanza o altrettanto presunto conflitto, prestamente allontanata).

Uno dei supplementi su cui scrivevo era diretto da due uomini, ci scrivevano in prevalenza uomini e dei numeri in preparazione o già usciti si discuteva in cene a cui le donne partecipavano al solo titolo di fidanzate degli uomini al tavolo: così, mentre i legittimi parlavano di letteratura, le donne ascoltavano, ove interessate, o uscivano a fumare. Non le trovo, le ragioni della mia presenza. Non ero la moglie, la compagna, la fidanzata di nessuno degli uomini del tavolo, né l’amica/nemica/amante di nessuno dei collaboratori, redattori, responsabile a qualche livello. Una volta capitò che il caporedattore di un altro supplemento, alla mail in cui gli anticipavo che avrei mandato il pezzo subito dopo il non-pranzo, dal momento che mi accingevo a saltarlo causa emergenza scrittura, rispose affettuosamente: “Mangia, che sei un’acciughina”. Poi mi ramanzinò perché avevo scritto la mia mail in reply all e anche la sua risposta sull’acciughina era andata in modalità per tutti. E pace, cosa mai sarà successo, gli dissi. Erano altri anni, indubbiamente. Oggi avrei dovuto minimo scriverci un post per denunciare il catcalling, lo stalking o il bodyshaming o almeno mettermela via come bollino per la tessera metoo.  

Quello che so di sicuro è che oggi come allora sarei molto imbarazzata e forse dispiaciuta nel sapermi invitata a collaborare a qualche rivista, progetto, supplemento culturale o a sedermi al tavolo di qualche convegno, conferenza, presentazione di libro in ragione del gender balance. Vorrei sempre che ad aver titolo e diritto di parola fossero le mie competenze e i miei interessi, mai la mia casuale, accidentale, del tutto immerita (come per tutte, del resto) appartenenza al “gener frale”, a leopardianamente dirla. Che poi tanto frale non è: per quel che può valere un’esperienza singola ancorché peculiare (tutto quello che mi è capitato, lo so bene, avrebbe potuto non essere, nel bene e nel male), sono state più spesso le donne a comportarsi, nei miei confronti, in modo formularmente maschile, ovvero autoritario e tranciante. Le donne, o meglio alcune donne, mi hanno tolto la parola in contesti in cui hanno preferito valorizzare la partecipazione e la collaborazione di colleghi uomini, le donne (mai nessun uomo, comunque) hanno cancellato i miei commenti da una discussione pubblica sui social, se i miei commenti non esprimevano omaggio compiacente (erano donne di un qualche potere, sempre che possa considerarsi tale l’esercizio di una preferenza in contesti più mondani che propriamente letterari). 

Ma non è di me che la favola parla. È di una fase di ingabbiamento generale di qualsiasi pensiero alternativo al femminismo per una donna (e, mi pare di poter sostenere, ancor di più per un uomo) che voglia pensare, scrivere, pubblicare in libertà, partendo da qualsiasi altra specola o punto di vista. C’è un’attenzione soffocante ad aspetti presupposti e pratiche dell’attitudine discorsiva che in nulla incidono (lo ha ben detto Mimmo Cangiano in Guerre culturali e neoliberismo) sulla struttura verticistica gerarchica e capitalistica della società: ci stiamo occupando delle suppellettili disseminando asterischi e faticosi e pedanti plurali in ogni dove (cari poeti e care poetesse, studenti e studentesse, finanche il messale si è adeguato: miei fratelli e mie sorelle, solennizza il prete dal pulpito 3.0), mentre le strutture di potere, ovvero le sperequazioni sociali e le differenze di classe, rendono impossibili a tutte tutti e tuttu, asteriscati o meno, una concreta emancipazione dalle condizioni di marginalità o di svantaggio sociale in cui per puro accidente si siano trovati a nascere. Sono a disagio se devo parlare con persone, uomini e donne, che non hanno mai lavorato in vita loro, perché sono nate nel privilegio e lo hanno ereditato senza merito, o, al contrario, che non hanno avuto occasioni per dimostrare il loro talento, o perlomeno la voglia di cimentarsi col lavoro intellettuale, non se siedo a un tavolo dove magari sul singolo tema o autore di cui si parla sono stati invitati a parlare più uomini o soli uomini, e sono a disagio anche rispetto al fatto che di questo si sia dovuto ragionare in fase di inviti, piuttosto che concentrarsi sulle competenze accertate. Sono, o devo sentirmi, per questo, misogina? Sono un’ostinata avversaria delle donne? Un’adoratrice dei maschi e del loro “sistema”? 

Il sistema a dire il vero mi ripugna allo stesso modo se a condurre il timone è un uomo o una donna, laddove per sistema intendiamo l’adeguamento prono all’economicismo delle dinamiche produttive a tutti i livelli, anche quello culturale. Non c’è più spazio per discorsi che riguardino i grandi temi che hanno appassionato gli scrittori (e chi li recensiva) da che esiste la letteratura: come la scrittura intercetta la realtà, a partire da quali necessità e intenzioni, e anche con quali mezzi. Da un lato le dinamiche di profitto e l’ossessione condivisa del fatturato hanno mutato gli editori in spacciatori di prodotti per lo più tarocchi e gli autori in promoter di loro stessi e della loro merce quatriduana avrebbe detto Pasolini, evangelicamente (per chi non colga il riferimento: il cadavere di Lazzaro, che dopo quattro giorni puzza). Dall’altro ci sentiamo prigionieri di mille cautele, inibizioni, remore, artifici, modelli, petizioni di principio, interdetti, parole d’ordine. Patriarcato, femminismo, empowerment: ma cosa sono? Come si esplicano, nella prassi concreta delle vite, oltre a essere sventolati come vessilli ideologici e dunque per definizione  escludenti? 

Sono di qualche giorno fa le eclatanti dimissioni di una giurata dal più importante premio di poesia in Italia: in un post precedente all’annuncio, le polemiche attorno alla sua persona erano state ricondotte dalla giurata in questione (Elisa Donzelli) alla “macchina del fango che tocca più facilmente una donna”. Essere giurata tra giurati in maggioranza uomini non le avrebbe tolto però, nel caso specifico, la soddisfazione di veder arrivare in finale in ogni edizione autori della sua collana. A scapito di altri autori, magari, meno rappresentati editorialmente e meno incisivi a livello di giuria: com’è nella competizione, forse, e nella logica premiale, di sicuro. 

È di qualche giorno fa, ancora, la polemica su un articolo di Dimitri Milleri sulla poesia di Alessandra Carnaroli. Dell’articolo di Milleri, al quale Carnaroli non piace per ragioni che si incarica di dettagliare avventatamente o forse, viceversa, non del tutto ignaro della bagarre che sta per scatenare fuori dalla gabbia, colpiscono le mille cautele e specifiche, di chi sa di consegnarsi alle erinni del femminismo e alla polizia del consenso obbligato. Una donna, purché donna, ha sempre ragione. È sempre meritevole. Ha sempre più diritto a fare schifo, se del caso. Non è il caso di Carnaroli, intendiamoci, che ha una lunga storia poetica, molto meno imbarazzante di quella social, vagamente arminiesca, delle poesie sul morto (pardon la morta) del giorno che le ha dato l’attuale notorietà: e un po’ ingenuo o finto ingenuo mi pare il tentativo di Chiara Portesine   di pensarla come una sorta di cavallo di Troia in quel porto di mare che è diventato la collana Bianca dell’Einaudi, porto per mistici (Vasco Brondi), navigatori della psiche (Strumia), e molte poetesse dai versi brutti e brevi, perché possano stare nella gabbia (a proposito: si chiama così anche quella tipografica e solo un poeta amante dell’azzardo a tutti i livelli come Elio Pagliarani poteva arrivare a realmente violentarla). Alessandra Carnaroli ha una sua cifra e storia poetica riconoscibile, ma anche una indubitabile deriva sloganistica altrettanto individuata dalla critica, che al contrario di quel che scrive Portesine se ne è da sempre e volentieri occupata in tempi non sospetti e in luoghi tutt’altro che marginali: da Balestrini a Ottonieri, suoi primi supporter vent’anni orsono, al Cortellessa canonizzante attuale, a Bello Minciacchi e altr con l’asterisco d’obbligo. 

Del resto la poesia-volantino, la poesia che sventola i suoi presupposti è un retaggio degli anni più roventi del femminismo storico e già l’antesignana Lucia Marcucci, che non aveva i social e ha fatto (poche) proseliti, poneva con la sua poesia visiva la questione di quanto poco l’oppressione maschilista del mondo merceologico e i cliché con cui ad esso ci si opponeva si potessero saldare in un’opera realmente riconosciuta come “d’arte”. Ma no, non possiamo dirlo, oggidì: la retorica contadina di certo Pasolini può essere riconosciuta e decostruita, come quella marxista di certo Fortini meno persuasivo poeticamente. La retorica frivola del “pacco bimba” di Carnaroli che si guadagna il plauso di Portesine non può invece essere contestata, teste quel Milleri passato in poche ore da semi ignoto a critico clickbaited (e più dissato del momento): oppure sì, contestata, ma baciando le mani al domatore e scusandosi, reiteratamente (vedi, buon ultimo, anche Andrea Temporelli), della fuoriuscita dalle gabbie.