Ogni epoca ha i suoi racconti popolari. E ogni racconto popolare ha i suoi mostri. Se un tempo la fiaba incarnava il racconto popolare per eccellenza, oggi quel ruolo sembra essere stato preso dalle serie tv. Ma, soprattutto, sono cambiati i mostri che ci interessano: nel passato la mostruosità era essenzialmente qualcosa di visibile che caratterizzava i “diversi” per eccellenza; ultimamente, invece, ad affascinare (talvolta morbosamente) è una mostruosità che si nasconde dietro le apparenze e che, almeno in potenza, riguarda tutti. Possiamo seguire questo cambiamento attraverso due saggi usciti di recente.   

Deforme. Fiabe, disabilità e inclusione di Amanda Leduc – da poco pubblicato in Italia da Nottetempo nella traduzione di Alessandro Ceccherini – è un libro che mescola analisi critica, memoir e impegno militante per portare avanti una riflessione sul rapporto tra le fiabe della tradizione (ma anche nelle loro versioni più moderne, come in quelle targate Disney) e il racconto dei corpi difformi, rintracciando una componente persistente di ciò che, con linguaggio contemporaneo, chiamiamo “abilismo”.  

Nei racconti popolari non solo la mostruosità fisica è spesso associata alla mostruosità morale (pensiamo alle streghe malvagie che all’aspetto sono orribili megere), ma anche per i personaggi positivi avere un corpo “diverso” costituisce sempre una maledizione, che può avere un carattere punitivo o rappresentare un impedimento da superare, in ogni caso è elemento che deve essere rimosso affinché sia possibile il lieto fine. Nella sua analisi, Leduc, passa in rassegna sia fiabe notissime, come La bella e la bestia La sirenetta, che altre storie meno famose ma emblematiche, come Gian Porcospino dei Fratelli Grimm: il ragazzo mezzo umano e mezzo porcospino che, nonostante la diffidenza e il disprezzo suscitato dal suo aspetto, riesce a farsi strada nel mondo grazie alla sua astuzia e alla sua intraprendenza. Ma il lieto fine (il classico matrimonio con la bella principessa) non sarebbe completo se non comportasse anche una metamorfosi magica che lo “aggiusta” dandogli l’aspetto di un uomo normale.  

Eppure le fiabe generalmente sono racconti non privi di un carattere “sovversivo” rispetto all’ordine rigido della società. Ma, nota Leduc, «quando si parla di disabilità» nessuna sovversione definitiva pare possibile: «Queste storie possono rivendicare un mondo migliore, ma un corpo disabile è visto sempre e solo come rotto». E dunque «perché, in tutte queste storie in cui qualcuno vuole essere qualcosa o qualcuno di diverso, era sempre un individuo ad aver bisogno di cambiare, e mai il mondo?».

La principale debolezza dell’argomentazione, però, è forse una interpretazione spesso troppo letterale delle fiabe, che non tiene abbastanza conto del codice simbolico che struttura il genere, per cui le trasformazioni finali che fanno scomparire le diversità fisiche dei protagonisti sarebbero piuttosto da intendere come rappresentazioni figurate di come, giunti al lieto fine, è cambiato il modo in cui i personaggi, prima emarginati, ora sono visiti.

In ogni caso, ciò che preme maggiormente all’autrice (che all’analisi delle fiabe alterna il racconto della propria esperienza di donna disabile) è l’invito a dare sempre più spazio a narrazioni in cui la diversità fisica sia qualcosa da accettare e integrare nel mondo, piuttosto che uno stigma da combattere e superare.

In questo senso molti passi avanti sono stati fatti. Anche perché oggi il tipo di “difformità” che attira più ossessivamente l’interesse del grande pubblico non è dei corpi, bensì è quella morale. Ne parla approfonditamente la filosofa Lucrezia Ercoli nel suo libro Lo spettacolo del male. Da Squid Game al true crime: perché abbiamo bisogno di mostri uscito l’anno scorso per Ponte alle Grazie.

Il saggio di Ercoli esplora la rappresentazione del male nella cultura di massa, rilevando come la violenza e l’abiezione siano diventate un elemento centrale dell’immaginario pop contemporaneo. Il successo moderno del true crime in tutte le sue varie forme è forse il sintomo più visibile di questa fascinazione per il male, soprattutto quando si nasconde oltre l’apparenza della normalità.   

Dietro questa tendenza c’è certamente un «macabro voyeurismo», che spesso tentiamo di giustificare «come una forma distorta di empatia e di compassione», ma che più probabilmente «non è altro che un malcelato tentativo di lenire il nostro senso di colpa per l’intimo godimento nel vedere qualcosa di proibito». Ma forse non è tutto qui. È probabile che ci sentiamo attirati da certi abissi di abiezione umana perché sentiamo che in qualche modo ci riguardano. Ercoli, citando i risultati del famigerato “esperimento di Stanford” (una simulazione di vita carceraria che per alcuni giorni trasformò dei normali studenti in sadici aguzzini), parla di «effetto Lucifero», ovvero l’universalità della capacità di compiere il male. Il che è come dire: tutti sono mostri in potenza.

Non è quindi un caso che tra i mostri più amati nei prodotti di intrattenimento contemporaneo (serie tv, film, videogiochi) ci sia lo zombie: il mostro in cui chiunque si può trasformare. E infatti in tutte le storie di zombie i protagonisti (in cui gli spettatori si identificano) non lottano solo per sopravvivere, ma anche per non diventare mostri essi stessi. O ancora: tra i racconti di true crime, quelli che sembrano attirare e conturbare maggiormente il pubblico sono quelli che vedono al centro personaggi come Jeffrey Dahmer (il “mostro di Milwaukee” al centro di una serie tv Netflix di grandissimo successo), il serial killer che raggiunge limiti estremi di efferatezza, ma che si nasconde dietro l’apparenza della persona comune.