C’è un racconto di Roald Dahl – che oggi ricordiamo soprattutto come romanziere per bambini, ma fu anche autore di molte short stories caratterizzate da uno spiccato gusto per la suspense e i finali a sorpresa – intitolato Palato. Narra di un autorevole esperto di vini, tale Richard Pratt, che, durante un pranzo, propone una scommessa al facoltoso padrone di casa: solo assaggiando il pregiato Bordeaux che sta per essere servito riuscirà a indovinare non soltanto l’annata, ma anche il vigneto da cui la bottiglia proviene. Posta in palio: la mano della figlia dell’ospite. Pratt riesce effettivamente ad azzeccare annata e provenienza del vino, ma un colpo di scena finale svela a tutti che si tratta di un imbroglio.
Lungo il dipanarsi del racconto è il raffinato eloquio di Pratt – forse il suo vero talento – a rendere credibile l’inganno. Un parlare ricercato e ammaliante, che alle orecchie dei profani suona contemporaneamente preciso e fumoso, fatto di suggestioni e sfumature accessibili solo alle prodigiose papille gustative dell’intenditore. Proprio per questa sua aura arcana, il linguaggio degli esperti di vino, può suscitare, visto dall’esterno, sia fascinazione che scetticismo o ironia (come nel racconto di Dahl, che peraltro era a sua volta un cultore di vini pregiati).
Del resto rendere in parole qualcosa di impalpabile come la degustazione di un vino è una operazione complessa. Lo sa bene Jamie Goode, che nonostante la lunga professionalità da wine writer, ancora si trova a riflettere sulla “stranezza” del suo lavoro. «Nel business del vino facciamo qualcosa di piuttosto insolito. Condividiamo le nostre esperienze interiori quando degustiamo un vino. Lo diamo per scontato, ma è una esperienza piuttosto strana», scrive in uno dei saggi contenuti in Sul vino, il suo ultimo libro. Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti