È accaduto qualche mese fa: un mattino, in diverse grandi città italiane (da Torino a Palermo, passando per Roma, Bologna, Napoli), centinaia di key-lockers, utilizzati per il check-in automatizzato degli appartamenti in affitto su Airbnb, erano bloccati. Qualcuno li aveva sabotati durante la notte con colla a presa rapida. A firmare l’operazione coordinata c’erano degli adesivi con disegnato sopra il cappello di Robin Hood. Ma forse, più che a Robin Hood, gli attivisti potrebbero rifarsi a un altro personaggio semileggendario: Ned Ludd, il tessitore che distruggendo un telaio meccanico in piena prima rivoluzione industriale diventò il simbolo dell’opposizione a un progresso che crea benefici per pochi a danno di molti. Come il martello di Ludd non arrestò certo i destini dell’industria, la colla dei “Robin Hood” probabilmente servirà a poco per fermare l’ascesa di Airbnb, ma entrambi sono gesti che svolgono assai bene la funzione di rappresentare un disagio diffuso.

Il disagio generato da Airbnb lo conosce chiunque negli ultimi anni si sia trovato nella situazione di cercare un posto dove vivere in una di quelle che si possono chiamare “città turistiche” del nostro paese, scontrandosi con l’impatto che il fenomeno degli affitti brevi ha avuto sul prezzo medio degli affitti. E infatti Sarah Gainsforth nel suo ultimo libro, L’Italia senza casa (Laterza, 2025) – una sorta di summa sui problemi irrisolti relativi al tema del diritto all’abitare oggi in Italia, argomento a cui l’autrice si dedica da anni come giornalista e ricercatrice indipendente –, non può che dedicare molte pagine alla questione Airbnb. «La diffusione

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