La morte di Francesco Guccini, avvenuta l’agosto scorso, in una delle estati più calde del nuovo millennio, è stata annunciata in TV con un rispetto encomiabile per il grado di ipocrisia e smemoratezza. Si è sentito di tutto: formule celebrative, ricordi entusiastici, apprezzamenti sperticati. Perfino le voci di Giorgia Meloni e Matteo Salvini si sono unite a quest’unanime coro d’intesa (poco dopo il cordoglio a Guccini, il vicepresidente del Consiglio è stato al centro di un’altra “polemica musicale”: una parte del pubblico accorso al concerto tributo in memoria di Fabrizio De André – svoltosi il 9 agosto nella villa sarda del cantautore – lo ha fischiato perché riteneva che la sua presenza fosse incompatibile con i valori del commemorato; Dori Ghezzi lo ha ingiustamente e un po’ retoricamente difeso).
I processi di accreditamento, assimilazione ed esclusione degli artisti nella e dalla cultura ufficiale, sono sempre così stravaganti da lasciare in alcuni casi davvero basiti. Sorprende infatti che il consenso dell’intero arco parlamentare (meno i duri e puri vannacciani) abbia riguardato l’autore di canzoni come: La locomotiva Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti