Il vin brulé è la bevanda preferita dai senzatetto perché ogni sorsata non solo è un piccolo conforto, ma sprigiona una sensazione di casa.  Così anche io e lei ne bevevamo in continuazione. Attaccavamo già al mattino, rifornendoci dagli chalet del mercatino di Natale in miniatura che avevano allestito sulla piazza antistante alla Basilica minore di San Crisogono. Era un vino da quattro soldi, ma era caldo, e prima di andare giù rilasciava un sapore di arancia e cannella, chiodi di garofano e noce moscata. Non facevamo molto altro, all’epoca. Trastevere era la nostra gabbietta. Passavamo in rassegna le case sbilenche dai portoni minuscoli, i negozietti di seconda mano da cui fuoriuscivano zaffate di pelle muffita e le mescite con i tavolini rotondi accostati ai muri scrostati. Non c’era molto altro, e questa modestia tutto sommato ci rinfrancava. Le nostre possibilità risicate, più che esigere orizzonti sconfinati, s’accordavano meglio a quella pittoresca monotonia. Potevamo divertirci a contare le foglie d’acero cadute sul marciapiede. O lambiccarci sul significato nascosto d’un graffito particolarmente astruso. O disperdere il crocchio di piccioni planati sulle briciole di pane lanciate da qualche vecchia matta. Ci conoscevamo da meno di una settimana, ma eravamo diventati inseparabili. Era successo fuori da un bar. Non poteva trattarsi che di un bar. Non restavano che i bar, a noi e a tutti. Feste non se ne organizzavano più. In casa la gente non faceva più salire nessuno. Ci eravamo conosciuti perché m’aveva vomitato addosso. Io le avevo detto che aveva dei bei capelli rossi. Lei mi aveva corretto, dicendomi civettuola che erano borgogna. Aggiunse che ci aveva speso tutti i soldi che le rimanevano, per farsi quei riflessi borgogna. C’eravamo accoppiati poco dopo, in uno dei tanti vicoli male illuminati di cui i denigratori di Trastevere suggeriscono di tenersi alla larga, perché possono succederne di tutti i colori: è vero. Si continuò ad accoppiarci come cani. D’altronde ritenevamo i cani più saggi e meno ipocriti della maggior parte degli esseri umani. Ogni tanto lei rubava un libro dalla minuscola libreria di Santa Maria in Trastevere: lo infrattava sotto la gonna e poi lo teneva stretto tra le ginocchia. In qualche modo riusciva a camminare fino all’uscita. Comunque le piaceva leggermi i libri. Andavamo a buttarci in una delle panchine di piazza San Cosimato, quando il mercato rionale volgeva al termine e le cassette vuote di frutta e verdura giacevano impilate ai lati dei banchetti sprangati. Diceva di aver conosciuto un sacco di scrittori. Sostanzialmente si dividevano in due categorie: quelli che si consideravano dei geni e quelli che si sentivano degli impostori. Nella sua opinione i secondi erano i migliori. Leggere la tranquillizzava. Per me era noioso, ma poi capii che mi tranquillizzava che lei si tranquillizzasse. Sempre meglio di un telegiornale. O di tenersi aggiornati sull’operato del governo. Se la Cucina Economica di via della Lungaretta era chiusa, sapevamo che i cassonetti nei paraggi del McDonald’s di via degli Stradivari si riempivano di leccornie a orari prestabiliti. Se lo trovavamo aperto – e per fortuna nessuno pareva intenzionato a sostituire il lucchetto divelto (eravamo o non eravamo nella città delle rovine?) – dormivamo dentro lo sgabuzzino della cucina di un ristorante.

A dicembre faceva freddo, e restare all’aperto era come giocare alla lotteria. Potevi risvegliarti o morire assiderato, lo avresti scoperto solo il mattino successivo. Lei mi spiegò che era finita in mezzo a una strada per dei motivi che non avevano nulla a che fare con i soldi: s’era stufata di lavarsi i vestiti. Da par mio, le dissi che non sopportavo la burocrazia: avevo cominciato a non rinnovare il bollo e l’assicurazione dell’automobile, poi non avevo più fatto la carta d’identità, me n’ero sbattuto di tutte quelle cose prese a rate, mi ero dimenticato i pin e le password, e gli iban e i codici fiscali e i numeri di telefono e, aspetto essenziale, direttamente i telefoni. Mi carezzò. Quando non sparivamo nei vicoli bui, ci carezzavamo. Io campavo d’aria, mentre scoprii che lei lavorava una volta a settimana. Di sabato Trastevere si riempiva di ragazzini impazienti di sperimentare le prime trasgressioni, e un pub le passava qualche spicciolo in nero per spillare le birre a quei mocciosi. Si trattava di minorenni, ma non fregava a nessuno. Io mi mettevo seduto su uno sgabello e la guardavo lavorare. Ero preda di sentimenti contrastanti. Un po’ la disprezzavo, che si abbassasse a sgobbare come tutti gli altri, un po’ l’ammiravo, che tenesse la schiena dritta. In generale m’incantavo a vederla spillare una birra via l’altra. Come impugnava i manici, il gesto netto che faceva per togliere via la schiuma in eccesso dai boccali. E, per quanto non avessi idea di come fosse fatta, i riflessi dei suoi capelli borgogna sotto i faretti del bancone mi sembravano la barriera corallina. Era difficile da ammettere, ma l’amavo. Uno di questi sabati lavorativi, una sera che aveva preso a grandinare e i chicchi sui tetti di tegole sgangherate suonavano come una batteria sfasciata, la trovai in un vicolo con un ragazzetto. Ci davano dentro: lei con le calze abbassate alle ginocchia, lui con un cappello di lana calato sull’acne. Ebbi l’impulso di abbandonare per sempre Trastevere. Giunsi sul ciglio del confine est, all’inizio del ponte Garibaldi. Di là si stendeva un’altra città in cui avrei potuto ricominciare da zero. Non che di qua avessi molto di più, si trattava di una cifra stabile, intaccata di qualche decimale. La pioggia s’intensificò e il mio cuore sanguinante volle interpretarlo come un segnale del destino. Sul ponte si creò un vero e proprio muro d’acqua che mi fece tornare sui miei passi. Alla fine trovai lei nello sgabuzzino. Avevo evitato di tornarci subito per il timore di non trovarla. Non le dissi niente. Quel tipo di scenata sarebbe stata peggio del tradimento. Ci abbracciammo e piangemmo. Il dolore ci curò. Poi lei cominciò a vomitare sempre più spesso. Non che per me facesse differenza. Reggere una testa su un cesso o scrostare dai vestiti del vomito rappreso dal freddo mi era già capitato diverse volte. Più che altro, ero preoccupato. Anche Trastevere, poco avvezza alle festività religiose, si stava intossicando della cattiveria del Natale: mancavano pochi giorni ormai. Le lucine nei vicoli ondeggiavano sferzate dai venti nefasti dell’inverno, mentre io tentavo invano di scopare. Lei aveva preso a scacciarmi, era cambiato tutto da un giorno all’altro. Ogni notte mi ficcavo nel solito sgabuzzino sempre più demoralizzato. Cercavo un motivo della sua improvvisa disaffezione. Succedeva perché sentirla leggere mi annoiava? Non trovavo nessun’altra discrepanza tra noi. Una sera che guardavamo la tettoia plumbea del cielo al posto di quei soffitti meschini coi lampadari a gocce di cristallo dei borghesi – e tentavo di spiegarle i nostri privilegi, nonostante battessimo i denti – mi confessò a bruciapelo di essere incinta. Io di certo non ero stato, ciondolavamo insieme da troppo poco tempo. Presi un respiro, prima di parlare. Si udirono in lontananza le cornamuse degli zampognari: le intesi come una sorta d’incitamento a reprimere la rabbia. Forse il padre era uno di quegli scrittori di cui mi aveva parlato. Chissà se si considerava un genio o si sentiva un impostore. Tra me e me convenni che lo spirito santo fosse un’invenzione utile. Guardai lei, carezzandole i capelli borgogna. Quei pochi ciuffi che ancora non si erano scoloriti, considerata la vita che conducevamo. Certo era una cosa grossa. Forse avremmo dovuto costruirci una casa più solida di una sorsata di vin brulè. Magari persino lontano da lì, oltre le Mura gianicolensi, superata la galleria Principe Amedeo di Savoia Aosta, a Portuense o Aurelio, a Ripa o Testaccio, laddove si estendeva una Roma per certi versi inaudita. Le dissi che mi andava bene. Avrei fatto San Giuseppe, d’accordo, però il bambino lo avremmo chiamato Gesù.