L’aspetto triste se non deprimente che riguarda chi oggi si dia il compito, per lavoro o per interesse antropologico – magari una passione – di osservare la realtà per tentare di capirla, è che dovrà ineluttabilmente confrontarsi con l’infimo umano, un nuovo tipo di infimo che prima non esisteva. La trasformazione antropologica avvenuta negli ultimi venti, o magari soprattutto dieci anni, è stata talmente veloce e profonda che non si tratta forse o soltanto di cambiamento peggiorativo, ma accanto al cambiamento è avvenuto un altro processo, quello della sparizione: le facce sono sparite, si fatica a vederle, si fatica moltissimo a riconoscervi la persona.
Questo è anche un discorso nostalgico, è evidente: il contadino di ieri potrebbe sembrarmi ora un professore universitario, e, volendo fare un esempio preciso e più pop, capitasse di rivedere in video una giovanissima, qualunquissima Marina La Rosa del Grande Fratello (anno 2000) parlare alla telecamera del confessionale, diventerebbe qui, ai nostri occhi, un’opinionista di livello, un’intellettuale forse, magari una scrittrice arrivata fino alla dozzina del premio Strega. Se scelgo proprio questo esempio, potendosene fare molti altri, è perché ricordo ai tempi della prima edizione del GF la reazione di sconcerto e la percezione di resa culturale di fronte all’ingresso di quel genere televisivo: i partecipanti erano persone che, in quanto comuni e come tutti gli altri, non si meritavano di stare in televisione, di accedere al mondo dei vip e delle celebrità ancora separato dal resto (cioè ancora esistente), non avendo giustificazioni o ruoli per farlo; nessuno di noi avrebbe potuto immaginarsi vent’anni dopo di provare quasi un rimpianto per quei partecipanti, per una loro forma di dignità di fronte alle telecamere, una dignità magari minima ma dirimente.
Se in quell’epoca, ma soprattutto ancora prima degli anni Novanta, avessi dovuto indagare, per mia passione, la società nei suoi ceti alti, bassi e medi, se avessi dovuto analizzare le sue mutazioni, avrei potuto imbattermi, pur nella varietà trasversale, in esseri umani con un livello di decoro e pudore che oggi resistono in alcuni ma non esistono come principi diffusi, costruttivi dell’identità. Persino i calciatori di una volta, quelli che ho in mente io, li ricordo con fisionomie simili ai familiari e agli amici: persone come altre ma che giocavano a calcio invece di andare in banca o insegnare a scuola, certo con un fisico più sportivo, ma non così diverso in fondo, così tecnico e artificiale; soprattutto nei volti, nessuna profonda differenza. Basti guardare le figurine Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti