La riconosco di spalle, la tipa davanti a me. È una con la quale ho avuto una storia di due mesi, tanti anni fa, cominciata con molto sesso e finita molto male. Lei aveva degli attacchi di gelosia pazzeschi, voleva un bambino e parlava già di sposarsi. Io avevo trentun anni e stavo in affitto, lei ventitré e viveva coi genitori, io lavoravo nell’azienda dove lavoro ancora adesso, lei faceva finta di studiare chimica e non aveva nessuna voglia di lavorare. È uscita dalla panetteria e cammina nel suo modo solito, lentissima, esasperante. Casa mia è a tre minuti, lei di questo passo ci metterà un quarto d’ora. Io non ho nessuna voglia di rivederla, di dirle «Ciao», di passarle avanti come se niente fosse, e soprattutto non ho nessuna voglia che scopra dove abito adesso – da due anni ho fatto il mutuo, un salasso, ma almeno casa mia è casa mia, a Luisa l’ho detto subito: «Il mutuo lo faccio io, perché voglio essere a casa mia, la comproprietà non esiste». D’altra parte non siamo neanche sposati e nessuno dei due vuole figli, anche se stiamo insieme da sei anni e da quattro conviviamo. Figurarsi se tipo lei mi vedesse, dalla finestra della sala, che magari davanti al cancello parlo con questa qua. Lei naturalmente sa della storia, come io so delle sue, ci siamo raccontati tutto, peraltro sono robe antiche, preistoriche, ma non si sa mai: anche Luisa ha le sue gelosie, e io la gelosia non la sopporto. Sono con te, sono il tuo compagno, rispetto tutti gli impegni, metto la mia parte delle spese correnti e straordinarie – oltre al mutuo –, ti scopo senza se e senza ma due volte alla settimana, non ti rompo i coglioni per le tue uscite del venerdì con le amiche anche se poi mi torni a casa ciucca, e quindi quando sono in casa sono tuo, ma quando sono fuori di casa sono cazzi miei. Non che non mi sia fatto qualche storiella, ma sempre di svago, sempre ben lontano da casa, sempre con patti chiari e senza seguito. Perfino la Ingrid, quella della sede di Colonia, che è una figa spaziale, dopo i tre giorni della convention non ci ho neanche più parlato. Lei ha un marito biondo e tre figlioli biondi fatti in cinque anni, voleva solo l’esperienza di un maschio mediterraneo, io ci ho dato dentro, e se non mi ha mentito dev’essere rimasta soddisfatta: però poi basta, neanche un WhatsApp, le email aziendali iperformalissime, «Dear Dr. De Gubernatis», «Best regards», e morta là. Questa tipa qua, invece, dopo che la mandai a cagare definitivamente, andò avanti un anno a mandarmi, quando le tirava, foto delle tette, foto del culo, foto della figa, così, a sorpresa, perfino una volta una foto di lei con in bocca il cazzo di chissà chi – beato lui, lei a succhiare non era niente male, ma chi se ne frega? Quel che è chiuso è chiuso. E adesso me la trovo davanti, e cammina come una lumaca, io ho la borsa della spesa – il supermercatino qui è aperto la domenica mattina, ci prendiamo i prodotti per le pulizie, i detersivi, tutta roba che pesa, e infatti la borsa pesa un casino, ma se tengo il mio passo solito mi tocca passarle a fianco, e vuoi che non mi riconosca? Capace di smuoversi dalla sua torpidità, di inseguirmi, di fermarmi, di volermi dire chissà cosa, e poi come me la scollo? Le faccio una scenata in strada? Le dico che vada a succhiare il cazzo di chi le pare, che a me non me ne frega più niente, non me ne frega più niente da anni, non voglio più sapere niente di lei, neanche se esiste o non esiste, se è viva o morta, se sta bene o le è venuto un brutto male, se le è morta quella stronza di sua madre o quel ciccione di suo padre, niente, niente. Cammino più piano che posso, prego il dio in cui non credo che lei non si volti, cerco addirittura di aumentare la distanza, tengo la faccia in giù come se fossi gobbo, le do degli sguardi minimi, velocissimi, solo per controllare la situazione. Si veste ancora come se fosse una ragazzetta, anche se ormai ne avrà trentaquattro, trentacinque, i pantaloncini di maglietta elastica striminziti e il toppino idem, il taglio delle natiche bene in mostra, vedo un uomo che le viene incontro e non riesce a fare a meno di guardarla, ci avrà i capezzoli che sporgono dal toppino, ecco che le passa a fianco, le passa a fianco e si volta e le guarda il culo, spudorato, per un momento tremo che la fermi, che la abbordi, ma no, fa quattro passi con la testa girata per guardarle il culo e poi si raddrizza, mi guarda a me, fa una faccia per dire «Guarda che figa», io non lo degno di uno sguardo, testa bassa, cammino quasi strusciando i piedi, ecco che passa di fianco a me, non parlare o ti ammazzo, fortunatamente non parla, passa via, ha capito che non me ne frega niente. Ci fosse almeno un negozio, da sperare che lei ci si infili dentro, o per infilarmici io, ma no, qui sono tutti condomini, questa tortura deve durare ancora solo qualche minuto, lei cammina come tutto il mondo dovesse aspettarla, che infatti era la sua idea del mondo, cammina dondolando quel culo che ormai non sarà più così sodo, sicuramente è ingrossata, avrà le smagliature sulle cosce, questa a sessant’anni sarà ancora una ragazzina in fregola, con le rughe e la figa spelacchiata, bravo me che l’ho capito subito, ma più bravo ancora se lo avessi capito prima di cominciare, quella volta, e invece no. Non avevo capito subito che era una pazza gelosa. Avrei dovuto capirlo. Non stavamo insieme da due settimane, e già litigavamo, e lei aveva voluto farmi conoscere i genitori. Non in casa, naturalmente. In trattoria. L’esperienza più orrenda della mia vita. Sua madre che tirava fuori le vongole dal suo piatto di spaghetti, con quelle mani tozze, le dita cortissime, e le apriva, e succhiava la vongola. Suo padre con una panza tale che per la forchetta dal piatto alla bocca era un viaggio, e si sbrodolava. E soprattutto non dicevano una parola. Masticavano, cazzo, masticavano a più non posso, velocissimo il padre, lentissima la madre – ecco da chi aveva preso la figlia –, e mi guardavano come dire, con quegli occhi ciechi in cui non si vedeva niente, «Vedi, giovanotto, noi nella vita facciamo questo: mangiamo». Santo cielo. Ci metterò tutta la domenica per liberarmi da questi ricordi atroci. Appena riesco a entrare in casa, se questa bradipa mi lascia arrivare al cancello prima di sera, prendo la Luisa e me la sbatto, la scopo di brutto, la faccio urlare, le vengo dentro urlando anch’io, per svuotarmi da tutta questa schifezza. Ho già il cazzo duro. Luisa starà passando l’aspirapolvere, sarà come sempre in mutande e maglietta, giuro che metto giù questa borsa che pesa un quintale e le tiro giù le mutande, la prendo da dietro, non le do neanche il tempo di bagnarsi, se è asciutta le farà male, farà male anche a me, la butterò addosso al cassettone, il cassettone ha l’altezza giusta per prenderla da dietro, le allargo le gambe e lo ficco dentro, cosa posso fare? Non posso tenermi dentro questa roba qui. Si è fermata. Cazzo, si è fermata. Guarda il telefono. Ascolta un vocale. Registra un vocale. L’unica persona al mondo che non è capace di ascoltare e registrare un vocale camminando. Ha finito. Ha finito, va. Mi ricordo quando mi mandava i vocali assurdi. «Amore, sto cagando». «Amore, ho cagato», e il rumore dello sciacquone. E io mi eccitavo, me lo ricordo bene, mi eccitavo per queste cretinate qua. Che idiota. Luisa per fortuna quando va in bagno chiude la porta. E se sono dentro io non entra. Possiamo fare la doccia insieme – oggi, dopo averla sbattuta, questo potrei fare: portarla nella doccia, farmelo insaponare finché mi torna duro, e poi insaponarle per bene il buco del culo, che all’inizio non le piaceva ma poi ci ha preso gusto, e zac! – possiamo fare la doccia insieme, lavarci i denti insieme, ma cagare e pisciare sono fatti privati, anche nella coppia, anche nella coppia ci sono dei limiti, c’è poco da fare, se non ci sono i limiti ci si incasina, l’esperienza l’ho fatta. Andata! Andata, è andata! È passata davanti al portone, io rallento ancora, se possibile, tiro fuori le chiavi dalla tasca, per essere pronto, arrivo al portone, infilo le chiavi e sono dentro. Ho il cazzo durissimo. Luisa, arrivo.