Dalla sua prima infelice metà, il secondo Novecento ereditò l’idea di politica come impegno pubblico e collettivo: l’esistenza sociale del singolo, frammento di un disegno corale, aveva senso solo quale parte di un intero. La politica – liturgia intramondana e tentacolare – si irradiava sulla vita dell’individuo come presa di coscienza del dovere (persino prima che diritto) di plasmare il futuro della società. I decenni successivi alla fine della guerra fecero così da proscenio a pratiche di lotta politica in cui gruppi, eguali nelle forze e contrari nelle idee, si scontravano per il controllo del destino di tutti e di ciascuno. Dagli anni Ottanta, tuttavia, questo desiderio di intervento sul mondo cominciò a cedere il terreno a qualcosa di totalmente altro. L’individuo, caduto nella trappola del liberalismo più disimpegnato, prese a pensarsi quale libero consumatore in libero mercato, chiamato di quando in quando a esprimere la propria preferenza elettorale e a farsi le proprie sovrane opinioni guardando la televisione e leggendo i giornali. Il thatcherismo di fine secolo fece infine dissolvere tutte le ambizione di ripensare il futuro, convincendo l’intero Occidente che ogni vano utopismo avrebbe dovuto vedersela col fatto bruto del “there is no alternative”.

Pur senza la coralità delle lotte d’antan, il soggetto è comunque politico e per la politica si batte, là dove fa riecheggiare entro la sfera privata una responsabilità verso ciò che privato non è

Eppure, secondo il libro di Federico Zuolo, Il quotidiano è politico. L’attivismo individuale oggi (Einaudi, 2026), la nostra epoca sfugge a questi due estremi dell’impegno pubblico e del consumerismo privato, e

Questo contenuto è visibile ai soli iscritti

Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo.

Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.