Periodicamente si torna a parlare dei corpi al cinema. È successo dopo il film The Substance, come qualche anno prima col vincitore di Cannes 2021 Titane, e in generale con la rinascita del cosiddetto body horror. Nell’epoca del digitale e dell’AI, però, questa nozione appare quantomeno in crisi. E anche nei film citati, i corpi sono spesso umiliati e mortificati. Colpa di interazioni che si vogliono sempre più immateriali, di un’epoca che da tempo ci dicono essere virtuale? Forse anche di un rinato puritanesimo che in realtà teme il corpo, così poco addomesticabile, così poco corretto, e lo vorrebbe anzitutto luogo di diritti e di proprietà individuale, subordinato al discorso ideologico e perciò depotenziato.

A ben vedere, pur così centrale, il rapporto del cinema col corpo è sempre stato ambivalente: erano corpi, quelli sullo schermo, o fantasmi?  «Ieri sera sono stato nel regno delle ombre», scriveva Maxim Gorkij appena uscito dalla sua prima visione del cinematografo, nel 1896. Le immagini in movimento stupivano per la loro allucinata realtà, paragonabile a quella della realtà aumentata di oggi. E sembravano l’incarnazione di fantasie che circolavano nella letteratura di quegli anni: Il ritratto di Dorian Gray di Wilde, La macchina del tempo di Wells, il Dracula di Stoker. Il cinema era un prodotto della scienza e della stregoneria. Faceva paura, perché quelle cose sullo schermo erano troppo vere.

Entrando il cinema a far parte della vita quotidiana, l’energia dei corpi è stata subordinata al racconto, come per nutrirlo oscuramente. I primi piani, quelle teste e quegli arti giganti sullo schermo, diventavano parte di una grammatica; i divi e le dive, pure apparizioni, venivano orchestrati dentro una storia. Eppure al fondo c’era sempre la tacita coscienza che in ciò che si vedeva si annidasse qualcosa di potente, perfino di pericoloso. Quando il grande critico André Bazin raccolse i suoi scritti sul cinema cercando di capire, come da titolo, Che cosa è il cinema, nella prima pagina mise un’immagine che non era quella di un film, ma la Sacra Sindone. Il cinema, suggeriva, era quanto di più vicino ci fosse all’impronta del corpo, e dello spirito, su una superficie reale.

Tra anni Ottanta e Novanta, nella critica cinematografica parlere di corpi diventò molto di moda. Sembrava

Questo contenuto è visibile ai soli iscritti

Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo.

Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.