La prima volta che ho sentito parlare di Temptation Island ho provato un immediato e sincero disinteresse. Sette coppie sedicenti in crisi che si recano su un’isola bellissima per tradirsi a vicenda in mondovisione: chissenefrega. Le circostanze sono cambiate l’anno scorso, quando mi sono imbattuta nell’ennesima polemica social, specchio del nostro troppo tempo libero e delle mie personali idiosincrasie. La Rai aveva infatti temporaneamente sospeso Noos – L’avventura della conoscenza, il colto ed educativo programma di Alberto Angela, che non arrivava al 12% per cento di ascolti, per fare spazio al ben poco educativo e per nulla colto reality, che vantava però quasi il 31% di share. Era arrivato, ed è continuato, il momento d’indagare il legame tra cultura popolare e progresso sociale.
Accento partenopeo, giovani uomini patriarcali e giovani donne in bikini. Un villaggio turistico nei pressi di una splendida spiaggia, un certo numero di coppie dai precisi connotati geografici (impossibile non notare la schiacciante rappresentazione di un Sud Italia macchiettistico: il tifoso del Napoli, il taglio di capelli del “Malessere”, l’ostinata litania del posto fisso). Venti giorni da trascorrere in mezzo a tentatrici e tentatori abbastanza avvenenti da mettere in crisi rapporti che durano da anni.
Per comprendere il fascino di un programma come Temptation Island è necessario ammetterne l’insospettabile complessità. Come hanno evidenziato le analisi di Tommaso Labranca, il trash serve a scoperchiare la stupidità e le contraddizioni umane: è uno spazio di libertà da cui osservare i costumi delle persone normali e i luoghi mentali o fisici che queste persone normali abitano. Sette uomini e sette donne di bell’aspetto, con abbastanza tempo libero da poter impegnare quasi tre settimane della loro vita ad abbronzarsi, tuffarsi in piscina e giocare al dottore e all’infermiera ci permettono di decodificare la nostra società.
Uomini che nel 2025 si comportano apparentemente come negli anni Cinquanta e donne che nel 2025 non riescono a lasciarli come negli anni Cinquanta
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