Spesso, nelle scorse settimane, mi sono sentito ripetere – da giornalisti, colleghi o amici interessati alle vicende dello Strega – che quella di quest’anno a loro sembrava, per la qualità dei romanzi in gara, una delle migliori edizioni degli ultimi tempi. Dicevo fra me e me, e a volte dicevo a loro, che in finale i libri davvero belli erano dal mio punto di vista due, I convitati di pietra di Michele Mari e Lo sbilico di Alcide Pierantozzi. Ma nei giorni scorsi, per via della polemica che ha investito il premio, l’edizione in corso ha rischiato di essere una delle peggiori di sempre, se non la peggiore in assoluto; e naturalmente per motivi che non hanno nulla a che fare con la letteratura. Ma, Strega a parte, proprio questo è il punto, e proprio su questo vale la pena di riflettere un po’.

Prima di riassumere i fatti e analizzarli brevemente, vale forse la pena di porsi una domanda di fondo: da quando abbiamo sostituito il discorso sull’arte (che a volte può essere noioso o arduo, ma spesso anche nutriente, stimolante e talora a sua volta artistico) con il discorso sugli artisti (che è invece sempre pettegolo, sterile e infinitamente stupido)? Da quando abbiamo smesso di chiedere spessore alla forma e abbiamo cominciato a pretenderlo dalle persone? Da quando il nostro interesse di lettori si è spostato tutto dal testo al contesto, e da quando l’opera stessa – il modo in cui è scritta, le energie consce e inconsce  che mobilita, lo scarto che esprime rispetto alla vita che facciamo tutti i giorni – è diventato un dettaglio fastidioso, schiacciata dall’esigenza di aderire conformisticamente, nell’ambito letterario, a valori imposti da saperi non letterari? Quelli del diritto, della morale o magari semplicemente del bon ton. Quelli virtuistici sbandierati più o meno ipocritamente ogni giorno dalla rete, dalla televisione, dai giornali. 

I giornali, appunto. Nel pomeriggio di sabato 19 giugno «Repubblica»  con un pezzo firmato da Raffaella De Santis informa che, secondo voci riferite da testimoni imprecisati, Michele Mari, in minibus con altri candidati durante il tour dello Strega, «avrebbe espresso giudizi pesanti su Michela Murgia» («più o meno», dice l’articolo, «che era intransigente perché brutta»). Mari  inoltre «avrebbe commentato» che «le persone insoddisfatte diventano rabbiose».  Ascolta e reagisce indignata Teresa Ciabatti, candidata presente nel van e amica di Murgia (è anche un personaggio del suo romanzo in gara). «All’inizio quasi valuta la possibilità di ritirarsi dal premio»; poi ci ripensa, e della cosa in qualche modo viene informata «Repubblica». 

In serata, Mari precisa di aver effettivamente rievocato un lontano episodio di reciproca incomprensione tra lui e Murgia, ma di «non aver mai parlato del suo aspetto fisico»; di aver poi avuto un chiarimento con Ciabatti, con tanto di scuse se si fosse sentita ferita, «tanto che lei stessa ha ritenuto di non voler dare seguito all’episodio». Ma naturalmente è troppo tardi, pochi sembrano far caso alla parziale smentita, tutti o quasi interessati a stabilire o quanto è stronzo Mari o quanto questa polemica serva strumentalmente a sovvertire il pronostico che vedeva I convitati di pietra favorito per la vittoria finale.

Dello Strega, per lavoro, mi occupo da anni; di chi lo vince o lo perde mi è sempre interessato molto poco, e credo che in fondo poco dovrebbe interessare non solo ogni scrittrice e scrittore autentico, ma anche a ogni lettrice e lettore veramente appassionato di letteratura. Al contrario, mi ha spesso interessato lo stile dei libri in gara – cioè materialmente la loro fattura, il modo in cui sono scritti e costruiti – e in minor misura anche l’antropologia e la psicologia degli autori coinvolti, come appare dalla forma dei loro romanzi – non come loro la mettono in scena, distribuendo a favore di telecamera opinioni sulla politica, sulla società e sugli individui alle quali, di solito, non riesco ad attribuire alcun valore. Non so e non mi interessa cosa abbia detto Mari veramente, con quanta ingenuità o sessismo o inconscia volontà di autosabotarsi, e credo che alla fine poco o nulla debba interessare ai suoi lettori. So invece quel che scrissero di Murgia, solo pochi mesi fa, alcune scrittrici di attivismo femminista in chat private divulgate a mezzo stampa (e allora si disse che non andavano commentate, appunto perché private): ma pur sapendolo, non mi interessò neppure allora. Quante volte l’abbiamo ripetuto, con Proust – non ha mai vinto lo Strega, ma era uno scrittore niente male – che «un libro è il prodotto di un io diverso da quello che si manifesta nelle nostre abitudini, nella vita sociale, nei nostri vizi»? Tanto è vero che tra i romanzi italiani degli ultimi vent’anni uno dei più ferocemente e sottilmente antipatriarcali – e dei più belli in assoluto – è proprio Leggenda privata di Michele Mari.

Mi interessa invece, e molto, quello che sta succedendo alla nostra società letteraria in queste ultime settimane.

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