Alex Portnoy ha perso il lamento. Almeno, non c’è più nel titolo del libro di Philip Roth che lo vede protagonista. Al suo posto, a lamentarsi sono alcuni lettori e fan. Non solo per il nome scelto da Adelphi – Portnoy, semplice e secco – per l’edizione curata e tradotta da Matteo Codignola, prima pubblicazione di Roth con il nuovo editore dopo una lunga storia con Einaudi. Ma anche per la copertina: provocatoria, irriverente, per molti persino disturbante.

Il romanzo del 1969 che consacrò Roth nel mondo della letteratura, monologo sfrenato, comico e irritante in cui l’io narrante, un giovane ebreo americano, racconta al suo psicanalista le proprie ossessioni sessuali, i sensi di colpa e il conflitto con le radici familiari e culturali, torna infatti in libreria con un nuovo titolo – privo del soggetto: l’asciugato Portnoy sostituisce Lamento di Portnoy delle edizioni precedenti. Come ha spiegato il traduttore, complaint in inglese ha almeno quattro significati, e tanto valeva lasciare solo il nome del protagonista, ormai iconico; ma a cambiare nettamente è anche la veste grafica, che ha suscitato reazioni contrastanti ancor prima dell’arrivo del romanzo sugli scaffali. Nel dibattito i commenti si sono divisi tra entusiasmo e sdegno, come se fosse stato profanato il corpo stesso di Roth. C’è chi ha applaudito l’irriverenza visiva e chi ha gridato allo scandalo. Ma si sa: ogni volta che si tocca un classico, seppur contemporaneo, il clima editoriale si infiamma.

Se il lamento è sparito dal titolo, chi sembra soffrire proprio sin dalla copertina – e lamentarsi molto, anche se stavolta solo con lo sguardo – è il maiale sudato, domato da una donna prosperosa dai capelli corvini e dalla spallina nera consumata. È Moonbeam McSwine, personaggio delle strisce di Li’l Abner e satira delle pin-up americane anni Cinquanta, celebre e longeva serie di successo disegnata da Al Capp. Un’immagine forte, quasi teatrale, quella che introduce il primo titolo pubblicato da Adelphi dopo l’acquisizione, nel 2024, dei diritti esclusivi di Roth.

È proprio della copertina che voglio parlare. Ma nel caso di un autore come Roth – e di un’operazione editoriale di questa portata – il discorso visivo non può essere separato da quello strategico: vanno insieme, come regia e sceneggiatura. Riavvolgiamo il nastro: era il marzo del 2024 quando la notizia data da «Repubblica» fece tremare le scrivanie in Einaudi. Niente rinnovo dei diritti: per vent’anni, Roth passa a Adelphi, grazie a un’offerta – si vociferò – da un milione di euro. L’accordo, siglato con l’agenzia Wylie, non è mai stato raccontato nei dettagli. Ma una promessa era arrivata forte e chiara: il piano prevedeva di ripubblicare con nuove traduzioni e con una nuova veste grafica tutti i libri di Roth.

Ad aprile 2025, si svelano i contorni della pubblicazione e la cover “ingombrante”. Poi, a metà maggio,

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