Ci siamo cascati ancora una volta. Abbiamo ragionato da laici, non tenendo conto che la Chiesa è un’istituzione bimillenaria in grado di spiazzare sia il popolo di Dio, che certo non pensava a un pontefice americano, sia la platea mondiale che guardando la fumata bianca pensava sarebbe andata in tutt’altro modo.

Eppure, a leggere bene i simboli, perché è di simboli che la Chiesa si è sempre nutrita, l’elezione di Robert Francis Prevost ce l’avevamo di fronte agli occhi dal giorno dei funerali di Francesco quando l’immagine delle due sedie accostate di Trump e Zelenski nella basilica di san Pietro ha occupato le copertine di tutti i giornali, offuscando l’immagine dello stesso pontefice appena celebrato. Da laici abbiamo interpretato quella immagine come una possibile vittoria postuma dell’invito di Bergoglio a una soluzione del tragico conflitto tra Ucraina e Russia: era invece l’immagine di una politica così cinica da utilizzare uno spazio sacrale come quello della basilica di san Pietro nel giorno dei funerali del papa più amato per riportare, ancora una volta, sé stessa al centro della scena. Un discorso che vale per Zelenski ma soprattutto per Trump. Una portata simbolica inaccettabile per la Chiesa di Roma che ha reagito votando sì un papa americano, ma nella sostanza non statunitense. Un segnale forte per dire che no, la Chiesa cattolica non si fa mettere i piedi in testa da un Trump o da un Vance qualunque, protagonisti passeggeri della storia di fronte a un’istituzione bimillenaria come il papato. 

È stato notato da tutti come Leone XIV si sia rivolto in spagnolo alla sua comunità di elezione, quella peruviana. Non una parola in inglese, ma nemmeno un accenno alla sua patria di nascita, gli Stati Uniti, patria di nascita ma non di origine. Come Francesco, anche Prevost ha infatti origini europee, franco-ispano-italiane in particolare, che se rendono il nuovo pontefice una figura sensibile al tema delle migrazioni, a maggior ragione richiamano le motivazioni legate alla necessità di trovare un lavoro lontano da casa, ieri come oggi. Non a caso nella scelta del nome Prevost si è richiamato soprattutto a Leone XIII, il papa della Rerum novarum (1891) con la quale fondò la dottrina sociale della Chiesa che ebbe un forte impatto anche negli Stati Uniti e che fa presagire una possibile nuova enciclica sulle conseguenze dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie sul lavoro. `

L’elezione di Prevost scompaginerà le carte all’interno della chiesa statunitense, tra le diverse chiese forse quella che negli ultimi tempi, a causa delle profonde divisioni interne, ha visto profilarsi come un fantasma nemmeno troppo lontano il rischio di uno scisma

Ma all’interno della dialettica confessionale tra cattolici e protestanti come non pensare che un altro Leone, Leone X, nel 1521 scomunicò un agostiniano per aver osato sfidare l’ortodossia romana. Quell’agostiniano si chiamava Martin Lutero e fondò la prima delle chiese protestanti che dal XVII secolo costruirono quelli che oggi sono gli Stati Uniti d’America. Una vendetta postuma del cattolicesimo attraverso la scelta di un nome? Ovviamente no, ma può darci uno spunto di riflessione sull’universo confessionale statunitense in cui l’emergere di un forte conservatorismo cattolico, coniugato ai numerosi scandali di abusi sessuali, si trova agli antipodi della “chiesa in uscita” predicata da papa Francesco. Peraltro, si è citata ripetutamente la Rerum Novarum ma poca attenzione è stata rivolta alla Testem benevolentiæ nostræ, la Lettera apostolica indirizzata al cardinale James Gibbons di Baltimora (22 gennaio 1899), in cui Leone XIII condannò l’“americanismo” e sulla quale vale la pena soffermarsi in relazione al contesto odierno. Il pontefice si augurava

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