Roma, estate 1980. Una donna di mezza età, dopo un breve periodo di detenzione, contatta una ragazza che ha conosciuto in carcere, tossicodipendente e affiliata a un gruppo di terroristi. Ne è affascinata, tra impulso materno e attrazione erotica: insieme le due vagano per la città, in una specie di sospensione della pena di vivere. Inquieta e inafferrabile la giovane, tormentata e sola la più anziana, che non trova il suo posto nel mondo e ha un romanzo impossibile nel cassetto.
Possiamo raccontarla semplicemente così, la trama di Fuori. Il valore dell’ultimo film di Mario Martone infatti va ben oltre il confronto con il mondo di Goliarda Sapienza e con i due testi autobiografici da cui trae spunto (L’università di Rebibbia, cioè il “dentro”, e Le certezze del dubbio, cioè il “fuori”). La vicenda della scrittrice era insidiosa, con una possibile mitologia dolorista (il carcere, il manicomio, il romanzo non pubblicato, le epiche e drammatiche figure del padre e della madre militanti antifascisti). Della vita di Sapienza, a parte la brevissima parentesi carceraria di cui lei stessa parla nei libri, nel film non si dice nulla. Non è nemmeno così importante che sia stata o meno una grande scrittrice. Era una donna che scriveva e non veniva pubblicata, una straniera nel proprio mondo: questo è al massimo ciò che serve. Il film, il più caldo nell’opera del suo regista, ignora ogni vittimismo e ogni sensazionalismo; è un film vitale, anzi un film sulla vitalità, sulla ricerca appassionata e dolorosa della vita, ossia sulla fuga dalla propria classe, sul mettersi a repentaglio davanti alle proprie nevrosi e ai desideri, sull’apertura quasi agonistica verso il prossimo. Con più forti ragioni ancora del libro omonimo e della serie televisiva di Valeria Golino, Fuori potrebbe intitolarsi L’arte della gioia.
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