Cosa significa essere autorevoli? In un presente in cui tutti hanno un’idea su tutto, cosa sancisce l’autorità di un’opinione rispetto a un’altra? Rispondere è difficile, ma se è vero quanto ha scritto Hannah Arendt sottolineando la necessità di riconoscere una voce autorevole («Vivere nella sfera pubblica senza l’autorità significa trovarsi ad affrontare daccapo i problemi più elementari suscitati dall’umana convivenza»), l’interrogativo è molto importante e richiama ciò che su questa autorità dovrebbe poggiarsi, la critica. Andrea Long Chu, premio Pulitzer per la critica nel 2023 per l’uso di «una pluralità di prospettive culturali per esplorare alcuni degli argomenti più spinosi che la società si trova ad affrontare» e autrice di Femmine (pubblicato nella collana Not di Nero Editions con la traduzione di Clara Ciccioni), da tempo riflette su simili questioni domandandosi da dove scaturisca l’autorità, indagando sul ruolo della critica nella società contemporanea, sul rapporto tra la critica e il pubblico e sulla possibilità che possa esistere una saggistica pura, un vero e proprio genere letterario che non sia la fugace incursione del romanziere o dell’accademico. La raccolta di saggi Authority. Scritti sull’avere ragione (appena pubblicata sempre da Nero Edition  e con la traduzione di Clara Ciccioni) nel suo ondivago procedere tra letteratura (per esempio con l’attenzione critica riservata ai libri di autrici cult come Maggie Nelson, Hanya Yanagihara e Ottessa Moshfegh), musica (Andrew Lloyd Webber e il suo musical Il fantasma dell’opera in occasione dell’ultima performance a Broadway) e televisione (per esempio la celebre serie televisiva Yellowstone che diventa l’innesco di un ragionamento più complesso sul neocolonialismo) prova a dare una risposta a questi interrogativi nel modo più diretto, cioè entrando dentro la questione, provando a saggiare, attraverso la scrittura, la capacità della critica di scavare dietro l’apparenza delle cose e avvicinarsi al nodo più profondo che anima i “prodotti culturali” del nostro tempo. L’esperimento di Andrea Long Chu si rivela particolarmente riuscito, innanzitutto perché il lettore si trova davanti a un percorso del pensiero se non inedito molto raro nel panorama italiano (dove siamo abituati a romanzieri prestati alla saggistica, accademici che garantiscono l’autorità della loro parola attraverso corpose e indispensabili bibliografie o recensori di veline stampa), e poi perché attraverso questo sguardo peculiare ogni oggetto si trasforma in un un’occasione per andare oltre la natura estetica e addentrarsi nel sostrato politico, sociologico e culturale da cui nasce.

Uno degli elementi che più spesso ricorrono nella tua raccolta di saggi Authority è il concetto di “crisi della critica”, ma anche di crisi del mondo intero, colpito da guerre e conflitti che ci fanno dubitare del futuro e ci invitano continuamente a chiederci verso cosa dovremmo indirizzare le nostre forze. All’interno di questo desolante panorama, la critica può avere ancora una funzione?

Innanzitutto penso che la critica sia sempre stata importante, non solo per ragioni estetiche del tipo “Oh, è bello, mi piace”, ma anche perché a livello storico è stata utilizzata come una sorta di terreno di prova, come un’officina per testare certe idee sulla libertà, sulla democrazia, sul repubblicanesimo e naturalmente sull’autorità. Almeno così è sempre stato negli Stati Uniti e adesso che siamo nel bel mezzo di una svolta autoritaria incredibilmente allarmante ci sono ancora persone sul «New York Times» o sull’«Atlantic» che si dicono preoccupate per come la cultura viene “consumata”, di come non si separi l’arte dall’artista e quant’altro, rivelandosi spesso troppo oltranziste e non realmente preoccupate dell’orizzonte in cui viviamo. Per me la domanda più urgente in questo contesto è: perché le persone credono ancora che la critica sia importante? Dovremmo tutti interessarci all’arte per un motivo semplice, perché anche l’arte è una questione politica e la critica un esercizio di confronto con gli altri. Quando esprimo un giudizio estetico, quando ho un’opinione su un’opera d’arte o su un romanzo si tratta della possibilità di potermi confrontare con altre persone. La critica non è mai un esercizio che intendo solo per me stessa. Se per me un libro è bellissimo anche gli altri dovrebbero pensarlo e se non lo pensano vuol dire che c’è qualcosa che non torna: a questo punto agisce la critica che è il tentativo di creare una sorta di accordo, preservando però la libertà di pensiero di ognuno. Credo che in questo senso la critica rimandi al cuore della tradizione politica liberale.

Da questo punto di vista mi vengono in mente le “stroncature” che animano Authority perché si tratta di testi complessi e articolati che danno merito di quella che dovrebbe essere la critica: tu sei sempre molto onesta nei giudizi e di libri che molti incensano mostri quello che può nascondersi dietro il velo del successo. Mi vengono in mente i pezzi

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