In Una battaglia dopo l’altra, Paul Thomas Anderson mostra Leonardo DiCaprio che guarda in televisione La battaglia di Algeri. In questo modo perpetua la fama che il film di Gillo Pontecorvo, Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia nel 1966, fosse stato non solo adottato dalla sinistra americana, ma fosse diventato una specie di manuale di guerriglia per gruppi rivoluzionari come il Black Panther Party – almeno secondo le tesi dell’accusa di un processo che si svolse a New York nel 1969-71. Pontecorvo e lo sceneggiatore Franco Solinas raccontavano, a pochi anni di distanza dall’indipendenza dell’Algeria (1962), fatti avvenuti nel 1956-57 e che si erano conclusi con una provvisoria sconfitta del FLN. E mostravano una guerra senza esclusione di colpi tra francesi e algerini, che spesso usavano gli stessi metodi – come collocare bombe in luoghi pubblici per fare stragi. Come dice il personaggio dell’ideologo Saari Kader (interpretato dal vero rivoluzionario Yacef Saadi) con gelido cinismo (o inevitabile pragmatismo, a seconda del punto di vista), il terrorismo può essere utile solo all’inizio; ma per vincere, la rivoluzione deve diventare una guerra di popolo, una sollevazione di massa. Ed è quello che mostra Pontecorvo alla fine, sottolineando (forse con troppo ottimismo) il ruolo delle donne. 

Per lo spettatore del 1966 doveva essere sconvolgente aderire al punto di vista di un algerino che falcia i passanti francesi con un fucile mitragliatore

Con gli occhi di oggi, quel film del 1966, che non rivedevo da decenni, ha moltissimi motivi di interesse. E viene spontaneo chiedersi: si potranno raccontare sullo schermo le guerre che stanno insanguinando il mondo da anni? E in che modo? Si potrà replicare la sostanziale obiettività di un film come La battaglia di Algeri, in grado di far arrabbiare sia la destra francese colonialista, sia gli algerini oltranzisti (di cui vengono mostrati i metodi spietati e spesso vigliacchi, oltre che l’ossessione della purezza di matrice islamica)? Un film terzomondista e

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