Chi è cresciuto sulle rive romagnole è così abituato alla loro presenza da non farci più caso. Enormi costruzioni, spesso fatiscenti, di cemento armato, che affacciano direttamente sulla spiaggia e hanno le forme più strane. Immerse tra la vegetazione spontanea ricresciuta in decenni di abbandono, le colonie estive, con le loro moli silenti e spettrali, trasmettono al paesaggio un senso di solitudine e mistero; ci raccontano, se si sa come interrogarle, di un passato non troppo remoto in cui, sulle stesse spiagge oggi affollate di spritz e oli abbronzanti, si facevano le prove generali per creare l’uomo nuovo dell’era fascista.
Lo storico Stefano Pivato, ex rettore dell’Università Carlo Bo di Urbino, ha pubblicato qualche anno fa un piacevole saggio per il Mulino, intitolato Andare per colonie estive, in cui ricostruisce la storia, spesso sorprendente, di questi luoghi liminari e imbarazzanti per la sensibilità contemporanea, che tuttavia ci dicono molto della nostra identità, della nostra smemoratezza di comodo e del nostro rapporto coi litorali, da sempre specchi delle nostre pulsioni più profonde.
Nell’opinione comune le colonie estive sono legate all’epoca fascista, ma storicamente le cose non stanno così. Qual è l’origine di questo fenomeno?
L’idea di creare degli spazi, che si chiamano inizialmente ospizi o sanatori, nasce attorno alla seconda metà dell’Ottocento. Alcuni filantropi e medici positivisti decidono di curare, come si diceva, “il corpo malato dell’Italia”. Subito dopo l’Unità, lo Stato vuole allestire un esercito, e si accorge che il numero dei riformati alla leva è altissimo: insufficienza toracica, cretinismo, gozzo, scrofola… Se l’Italia vuole avere un esercito degno di questo nome con cui difendere i confini appena creati, bisogna curare il corpo dei bambini. Così nascono questi ospizi: sulle spiagge, perché si ritiene che l’aria di mare possa far bene ai bambini scrofolosi, come ha sostenuto, per primo, il medico Giuseppe Barellai. Le prime colonie vengono costruite a Viareggio, poi si diffondono sulla Riviera Romagnola e in Liguria. Non sono tantissime: sono solo gli albori di un welfare per l’infanzia. Il vero “secolo del fanciullo” sarà il Novecento, quando il bambino diventerà un nuovo soggetto sociale, nel bene e nel male.
Dal punto di vista scientifico, Barellai aveva ragione? L’aria di mare fa bene?
Sì, certamente. C’è tutta una casistica medica che dimostra come l’aria di mare faccia bene. La storia delle colonie continuerà anche negli anni seguenti proprio perché i risultati sono fantastici. C’è poi da aggiungere una cosa: i bambini ricoverati spesso venivano da famiglie povere, e in struttura venivano nutriti tre volte al giorno. Era difficilissimo, agli inizi del Novecento (ma anche fino agli anni Cinquanta) trovare famiglie in cui si potesse mangiare in modo variegato mattina, mezzogiorno e sera. Pensiamo alla grande diffusione della pellagra, che deriva dagli effetti nocivi di una cultura monofagica, ovvero dall’assunzione esclusiva di un solo alimento, il mais. La salubrità del mare, unita alla nutrizione, farà bene alla salute dei fanciulli.
Perché allora, nel discorso comune, associamo le colonie estive alla storia del fascismo?
Il motivo è molto semplice, e dipende dall’architettura monumentale. Ma facciamo un passo indietro. Finora abbiamo parlato di “ospizi”. Da dove viene il termine “colonia”? Dal latino colere, coltivare. Se negli ospizi di fine Ottocento si badava soprattutto al benessere fisico del fanciullo, a partire dagli anni del fascismo è soprattutto la fase educativa a importare al governo. Solo allora si inizia a parlare di “coloni”. E dal punto di vista monumentale, le colonie costruite dal fascismo rimangono insuperate, prima e dopo. Ma bisogna subito sfatare un luogo comune: secondo alcuni censimenti, oggi esistono sul territorio nazionale circa quattromila colonie. L’80% di queste è stato creato nel secondo dopoguerra. Perché allora pensiamo che siano tutte frutto del fascismo? Perché la politica delle colonie, marine, fluviali e montane, è stata talmente enfatizzata dal regime, che nel senso comune queste strutture sono tutt’uno con la storia del fascismo. Solo col fascismo la colonia estiva diventa un prolungamento della scuola, uno strumento di consenso che dà ai bambini e ai loro genitori l’illusione di contare di più.

Colonia Fiat, Marina di Massa, 1970 © Archivio Centro Storico Fiat
In che senso?
Ce lo spiega molto bene la storia di un edificio in particolare. Sulla spiaggia di Marina di Massa si trova l’edificio che considero la colonia più spettacolare dell’architettura fascista, la cosiddetta Torre Balilla, che verrà chiamata anche Torre Fiat: alta quattordici piani, percorsa da un’unica, lunghissima, scala elicoidale, poteva ospitare fino a mille bambini alla volta. Chi è l’architetto? Vittorio Bonadè Bottino, l’architetto ufficiale della Fiat, quello che aveva progettato anche il Lingotto. A Massa, gli Agnelli gli affidano un cantiere in tutto e per tutto uguale a quello delle Torri del Sestriere, nelle alpi piemontesi; edifici che, all’inizio degli anni Trenta, ospitavano gli sciatori delle classi benestanti. Con la colonia di Marina di Massa, identica alle Torri del Sestriere, si vuole dare agli italiani l’idea che i bambini dei poveri e degli operai contino quanto quelli delle classi più ricche che vanno a sciare. Le colonie diventano così strumenti di consenso, che, attraverso l’architettura, devono destare meraviglia e ammirazione.
Ancora oggi molte di queste colonie stupiscono per la qualità della loro architettura razionalista. Quali sono i migliori esempi in Italia, e quali erano i valori che dovevano veicolare?
Sì, sono dei veri gioielli architettonici, tra i migliori esempi dell’architettura razionalista in Italia. Ed è così per una ragione precisa: i giovani architetti che le hanno progettate hanno avuto briglia sciolta, a differenza degli architetti che dovevano operare in città. Mentre negli edifici pubblici, pensiamo all’EUR di Roma, o alla città di Forlì, è stato usato soprattutto un materiale come il marmo, che doveva richiamare la grandezza dell’antica Roma, nelle colonie si fa uso del cemento armato, che permetteva volumetrie maggiori e più audaci. Cosa dovevano comunicare? Innanzitutto la grandezza del regime: tanto più grandi sono le colonie, tanto più grande viene percepito il regime. Abbiamo parlato della Torre Balilla, ma possiamo citare anche la colonia “AGIP” di Cesenatico, progettata da Vaccaro, che si sviluppa in lunghezza e che era in grado di ospitare quasi 500 posti letto. In altri casi, la forma delle colonie richiamava la simbologia fascista. Ci sono più colonie costruite a “M”, ovvio omaggio al Duce. O ancora, la forma della nave, forse la più ricorrente. La Torre Fara, a Chiavari, si eleva a forma di prua di nave; nave, ancora, è la “Novarese” di Rimini. Oppure pensiamo alle “Navi” di Cattolica, un vero gioiello: si tratta di un complesso di quattro colonie a un piano, a forma di siluranti. E poi ancora aerei, idrovolanti: un’architettura fantastica che esprimeva velocità, lanciata nel futuro, che doveva colpire la fantasia. Sia quella dei bambini, sia quella del largo pubblico, attraverso le decine e decine di filmati che venivano proiettati nei cinegiornali in occasione delle inaugurazioni, veri e propri spot pubblicitari per il regime. E c’è infine da considerare un altro fattore, quello della rapidità con la quale venivano costruite queste immense strutture, spesso anche solo in 6 o 7 mesi. Si facevano turni di lavoro di 24 ore, giorno e notte; gli ambasciatori inglesi rimangono stupefatti. Ovviamente è uno sfoggio strumentale: bisognava dare la testimonianza dell’efficienza del regime.
Perché la maggioranza delle colonie è concentrata in Romagna? È solo una questione geografica, legata all’ampiezza delle spiagge?
Essendo strumenti di consenso, le colonie nascono soprattutto dove i ras del regime erano più potenti. La Romagna, ovviamente, era la terra del Duce; sul Tirreno, a Livorno, vennero costruite le cosiddette “sette sorelle” del Calambrone, perché era la spiaggia di Galeazzo Ciano. Ma pensiamo anche a territori lontani dal mare. Le colonie fluviali ebbero un immenso successo a Cremona perché era la città di provenienza di Farinacci; e ancora oggi, la colonia “Farinacci” di Cremona, costruita a forme di nave, è usata come circolo ricreativo.
Prima parlava dell’aspetto educativo delle colonie fasciste. Chi erano e come venivano educati i bambini, durante la permanenza al mare?
Erano bambini di tutte le classi sociali, dai sei agli undici anni. Ovviamente c’erano rigide distinzioni, con turni per maschietti e femminucce. Molti erano figli di dipendenti di grandi fabbriche, come la Fiat, che fu tra le prime aziende a percepire l’importanza di questo strumento. Il principio pedagogico che ispirava queste costruzioni era quello del cosiddetto “armonico collettivo”, il che spiega anche gli enormi volumi che avevano. L’educazione doveva essere fatta tutti assieme, come un corpo unico. E se andiamo a vedere la giornata tipo del colono, dalla sveglia con l’alzabandiera, dal canto degli inni nazionali e di Giovinezza, dagli esercizi ginnici fino al pranzo, alla merenda e alla cena, alle lezioni di mistica fascista – tutto era organizzato per impartire ai bambini un’educazione fascista. Le colonie erano un prolungamento della scuola con un’accentuazione dell’aspetto educativo che doveva avviare i bambini a simpatizzare col regime.
Come si viveva la permanenza in colonia?
Per almeno due generazioni di bambini la colonia è stata indubbiamente un’esperienza traumatica. Per molti ha significato la prima esperienza lontano da casa. Si faceva un viaggio lungo, che spesso durava tutta la notte; si era soggetti a una disciplina senza dubbio più dura rispetto a quella impartita a scuola. Quasi sempre non era possibile scrivere direttamente a casa: la posta, sia in partenza che in arrivo, era censurata. Venivano date istruzioni precise: non bisognava dire che si stava male, che si voleva tornare a casa, che si era tristi. Su tutti, ne ha parlato più volte Enzo Biagi, ospite della colonia Miramare di Rimini: diceva spesso che era come essere in caserma. Ha anche sostenuto di non aver mai imparato a nuotare per il trauma subito in colonia. Questa è quella di un personaggio famoso, ma le testimonianze sono migliaia.

Colonia Fiat, Marina di Massa, 1970 © Archivio Centro Storico Fiat
I dati numerici del Ventennio sono impressionanti. Si passa da 80.000 bambini ospitati nelle colonie nel 1927 a 940.000 nel 1942. Ci sono esempi simili in altri Paesi o il fascismo è stato l’unico “regime balneare” del Novecento?
Indubbiamente questa esperienza del regime fascista rappresenta un unicum in Europa, per varie ragioni. Prima di tutto, per la durata del regime: un processo pedagogico del genere abbisogna di anni per essere implementato. E poi per il gigantismo delle strutture. Se andiamo a vedere l’esperienza dell’Inghilterra e della Francia, troviamo alloggi più spartani, improntati a campeggi o a strutture provvisorie. Il regime nazista ha cercato di copiare questo gigantismo. Hitler fa costruire sul mare del Nord una colonia lunga chilometri, il Colosso di Prora, ma non riuscirà mai a farla funzionare. La struttura è del ’36, la guerra inizierà da lì a poco.
Arriviamo al dopoguerra, quando la storia delle colonie cambia radicalmente. È la Chiesa a prendere in mano la gestione delle strutture. Cosa cambia in questi anni?
Già nel ’43, alle soglie dell’imminente crollo del regime fascista, la Chiesa si accorge delle potenzialità educative di queste strutture, e a partire dal ’45 fa proposte molto concrete per ereditarle. C’è un organo del Vaticano deputato a questo compito, la P.O.A., la Pontificia Opera di Assistenza, che, grazie ai suoi potenti mezzi economici, riuscirà a prendere in mano la gestione delle colonie. Il Vaticano appronta un progetto pedagogico completamente diverso da quello fascista, e ha come punto di riferimento la famiglia. Cambiano le dimensioni delle colonie, che devono riprodurre il più possibile l’ambiente famigliare. Dunque, ambienti più piccoli, camerate da venti o trenta bambini al massimo. La costruzione di queste nuove colonie dalle piccole dimensioni, che rappresentano l’80% del totale sul territorio nazionale, viene affidata all’imprenditoria privata, che scopre un affare gigantesco. Ricordiamo che si tratta della generazione dei boomer: i bambini non sono stati mai così tanti, in Italia, come nel secondo dopoguerra.
Anche dal punto di vista architettonico cambia tutto…
Questi edifici riflettono l’edilizia del boom. Qual è l’edificio simbolo del boom? Il condominio. In forme ridotte, le colonie ricordano piccoli condomini, creati in pochissimo tempo, spesso e quasi sempre direttamente sulla spiaggia, con materiali scadenti. Oggi queste colonie sono quasi tutte in rovina. A parte due o tre esempi notevoli, come la colonia di Paolo Portoghesi a Cesenatico o quella di Giancarlo De Carlo, archistar dell’epoca, a Riccione, queste sono le colonie dei geometri, non degli architetti. Non esprimono grande inventiva.
Verso gli anni Sessanta inizia il declino della colonia. Perché?
Dobbiamo pensare a un fenomeno che è unico in Europa, cioè al boom economico italiano, tradizionalmente compreso dagli storici nei cinque anni canonici dal ’58 al ’63. Un quinquennio nel quale succede di tutto. Dodici milioni di italiani emigrano, dal Nord al Sud, dalla campagna alla città. Si sviluppano le grandi fabbriche: Fiat, Pirelli, Alfa Romeo. Nasce la prima utilitaria, nel ’54, la Seicento; nascono le autostrade. In queste fabbriche molti italiani scoprono per la prima volta lo stipendio fisso, la tredicesima, le ferie pagate; tutte cose che non esistevano nel mondo rurale di pochi anni prima. Mai gli italiani delle classi medie hanno avuto nelle tasche una quantità così elevata di denaro. L’operaio in ferie viaggia sulla sua Seicento sulle nuove autostrade, va in villeggiatura per più settimane: non ha più bisogno di mandare i figli in colonia. I figli delle classi medie vanno a studiare in Inghilterra. Il modello della colonia scompare perché il boom economico crea un modello famigliare completamente diverso. E cosa succede nella regione che ha inventato il modello delle colonie? In Romagna, chilometri e chilometri di costa si votano a un turismo profondamente diverso da quello toscano o versiliese. Si importa dalla campagna il modello economico mezzadrile, in cui tutta la famiglia lavora, dal più piccolo al più grande; si abbattono i costi di gestione; nascono pensioni economiche, spesso improvvisate. Da una parte l’operaio e l’impiegato guadagnano come non hanno mai guadagnato in precedenza; dall’altra, il turismo famigliare a basso costo ha un’offerta estremamente ampia: nasce il turismo di massa.
Ciò che rimane di tutta questa storia, sulle nostre spiagge, è spesso abbandono e degrado. Come salvare questa archeologia balneare che, volenti o nolenti, fa parte del patrimonio storico collettivo?
Credo che la domanda vada rivolta ai politici e agli economisti. Oggi c’è un grande interesse attorno alle colonie. Sono nate associazioni che si pongono questo problema; addirittura la regione Emilia-Romagna, nella recente costituzione della nuova giunta, ha creato una “delega alle colonie” per l’assessorato all’urbanistica, cosa che non era mai successa prima. Un buon segnale per cercare, non dico di risolvere, ma almeno di affrontare questo problema. Le soluzioni sono le più disparate. Le colonie degli anni Trenta sono le più facili da ristrutturare, perché costruite in cemento armato. Generalmente sono state riconvertite in strutture alberghiere di lusso, come ad esempio per il Calambrone sul Tirreno; altre ospitano scuole o biblioteche. In generale c’è una forte spinta a un utilizzo sociale di queste colonie. Poi ci sono le colonie degli anni Cinquanta e Sessanta, spesso fatiscenti perché costruite con materiali scadenti. Per queste, qualcuno (e sono d’accordo) propone che, per ogni tre o quattro, ne vengano abbattute tre e se ne lasci in piedi una, salvando così gli spazi verdi che, negli ultimi 50 anni, sono andati spontaneamente a formarsi attorno a queste strutture. Una sorta di risarcimento di quella che è stata definita la “riminizzazione” delle coste, ovvero l’uso eccessivo del cemento sui litorali. Potrebbe essere una strada virtuosa.