Quello di Gabriele Muccino è un caso singolare: un regista cui è stata riconosciuta una identità autoriale inconfondibile, basata sia sullo stile sia sui personaggi e gli intrecci, a cui per anni si è accompagnata l’avversione di almeno una parte della critica. Non che questo abbia nuociuto agli incassi, ma agli occhi della cinefilia italiana Muccino è stato identificato come il cantore complice di una generazione di rampolli della borghesia romana, raccontati con spreco di carrellate e con la colonna sonora sempre a palla. Lo stile-Muccino è apparso tanto vuoto quanto facilmente replicabile: un po’ come quello di Claude Lelouch, un altro regista che ha fatto dello stile un marchio di fabbrica, detestato dalla critica francese (che è sempre stata molto più cinefila e intellettuale della nostra), ma in grado di parlare al grande pubblico.
Esploso nel 2001 con il suo terzo film, L’ultimo bacio (13 milioni di incasso), Muccino ha ceduto alle sirene di Hollywood, dove ha diretto grandi successi impeccabilmente confezionati (La ricerca della felicità, Sette anime), ma ha finito per patire i condizionamenti degli studios, ed è tornato in Italia: dove la critica, nel frattempo, era diventata meno feroce e, in un mercato drasticamente ridotto, aveva capito che, per conservare visibilità, era più saggio evitare di sparare a zero su chi, comunque, un contatto con il pubblico continuava ad averlo. Tra successi e flop, Muccino è arrivato a quasi trent’anni di carriera, e ormai sembra pronto alla promozione a classico, pezzo di storia del cinema e del costume; e cominciano a leggersi articoli scritti da chi è molto più giovane di lui sul perché non possiamo non dirci mucciniani.
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