Il libro miscellaneo Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti (Nottetempo, 2026, a cura di Mimmo Cangiano) sembra quasi una dichiarazione di guerra contro una strana epidemia contemporanea: quella che trasforma tutto in prestazione, tutto in misura, tutto in statistica. Anche la scuola. Da qualche decennio infatti si parla della scuola come si parlerebbe di una fabbrica di componenti elettronici o di una compagnia di spedizioni. Le parole più amate diventano “efficienza”, “competenza”, “valutazione”, “performance”. Parole fredde, con il rumore delle stampanti in sottofondo. Parole che raramente hanno il profumo della carta consumata dei libri o il disordine fertile di una discussione tra ragazzi. Il libro racconta come questa trasformazione non riguardi soltanto regolamenti e procedure amministrative. Racconta qualcosa di più profondo: una mutazione dell’immaginario. Cambia l’idea stessa di sapere. Cambia l’idea di persona. Cambia il significato della relazione educativa. L’insegnante smette lentamente di essere un intellettuale che accompagna qualcuno nella scoperta del mondo e diventa un esecutore di protocolli. Lo studente smette di essere un giovane pieno di dubbi, desideri e contraddizioni e diventa un semplice utente. Un cliente da servire, un consumatore di competenze da certificare. Questo atteggiamento naturalmente si riflette nello spazio dell’architettura. 

E allora viene spontanea una domanda. Che ne è degli edifici scolastici quando accade tutto questo? L’architettura scompare

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