Qualche anno fa, nel suo saggio Un tempo senza storia. La distruzione del passato, Adriano Prosperi lanciava un messaggio accorato e polemico contro un tempo presente in cui «l’offuscarsi della coscienza e della conoscenza storica nella società sembra passare quasi inavvertito». Prosperi riprendeva il sottotitolo del suo pamphlet da un passo tratto da Il secolo breve di Eric Hobsbawm dove lo storico inglese denunciava che «la maggior parte dei giovani alla fine del secolo è cresciuta in una specie di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico del tempo in cui vivono». Un fenomeno che è sembrato accentuarsi di giorno in giorno in questo ventunesimo secolo, rafforzato dalla consapevolezza che la storia, anziché essere magistra vitæ, sembra oggi riproporsi nelle sue espressioni più tragiche attraverso una terza guerra mondiale «a pezzi», secondo la definizione datane da papa Francesco. Se ci volgiamo a quella che Aleida Assmann, ugualmente citata da Prosperi, ha definito come «memoria culturale», anche su quel versante ci rendiamo conto che la tendenza prioritaria sembra essere quella della ricerca dell’oblio, e non della preservazione della memoria. Il rapporto controverso tra memoria e oblio si riverbera, ad esempio, nel movimento iconoclasta del Black Lives Matter, legato alla distruzione dei monumenti, in cui l’invito all’oblio dei responsabili della colonizzazione e dello schiavismo è conseguenza di una forte presa d’atto di un passato storico da rinnegare nel suo portato negativo ma, proprio per questo, altrettanto vivo nello sguardo di chi butta giù le statue.

La consapevolezza che nel corso della storia le politiche monumentali siano state strettamente legate all’autorappresentazione del potere, come sottolineato fra gli altri da Andrea Pinotti, ha sollecitato la riflessione degli storici su questi temi. Il recente I fastidi della storia di Arnaldo Testi sulla monumentalistica statunitense è forse in questo senso uno dei libri più riusciti, laddove peraltro definisce i monumenti come «perniciosi atti di ostentazione» a partire dalla loro costruzione: «performance presentiste, fanno finta di parlare al passato ma parlano sempre del presente e al presente». Insomma, affrontare un tema come la distruzione del passato non è cosa semplice, dal momento che esso si colloca tra una consapevole richiesta di oblio e un’inconsapevole smemoratezza nei confronti di un divenire storico che sembra essere ormai inutile e ingombrante.

Ciononostante, se da una parte la società è dominata dal presentismo, dall’altra assistiamo al recupero del passato nella sua dimensione per certi versi più anacronistica. Un esempio recente di questo paradosso è stato il conclave che ha seguito la morte di papa Francesco e che ha portato all’elezione di Leone XIV. Non credo si possa ridurre tale fenomeno

Questo contenuto è visibile ai soli iscritti

Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo.

Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.