Samuel Beckett ha sempre molto da rivelare alla contemporaneità, tanto per la sottigliezza di analisi dei moti intimi dell’animo umano, quanto per la capacità di tradurli in una drammaturgia autenticamente nuova, debitrice della ricerca musicale e dell’arte contemporanea più che del teatro tradizionale. Come ben spiegò, in Note per la letteratura, T. W. Adorno, che dell’autore irlandese fu tra i primi e più acuti esegeti, «ogni tentativo di interpretazione rimane inevitabilmente arretrato rispetto a Beckett». Una peculiarità evidente nei drammi più conosciuti – Aspettando Godot o Finale di partita –, ma presente con maggiore intensità, e complessità, negli atti unici, perlopiù monologhi dalla trama e dalla forma scarnificate.
Un esempio lampante è offerto dall’Ultimo nastro di Krapp (1958), da sempre occasione di memorabili prove per primattori, e dal meno noto Quella volta (1976), ora portati in scena in un’unica serata da Ferdinando Bruni, per la direzione di Francesco Frongia – anche autore dall’apparato scenico – al Teatro dell’Elfo di Milano (fino al 17 maggio). Due testi Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti