Il desiderio ossessivo di viaggiare è forse l’ultima risorsa rimasta all’occidentale medio per distrarsi dalla vita nell’epoca delle passioni tristi. Quante volte, sospesi tra partenza e destinazione, tra le nuvole o in treno o in autostrada, abbiamo avuto l’impressione che l’essere fuori luogo comportasse anche il trovarsi fuori tempo, quantomeno in un diverso ordine del divenire, e che in questo stato sospeso, provvisoriamente al di là di ogni appartenenza, ci fosse concessa una insolita chiarezza dello sguardo? 

In questa condizione – vera o illusoria che sia – ha scelto di vivere Matteo Lesables, protagonista di Sfinge (Einaudi, 2025), l’ultimo romanzo di Gabriele Di Fronzo, che infatti dichiara: «accompagnare le opere d’arte in giro per il mondo è la forma di esilio che mi sono scelto per tollerare l’età adulta». 

Matteo è un courrier del Museo Egizio di Torino. Il suo lavoro consiste nel predisporre il trasferimento dei reperti destinati alle esposizioni temporanee nei musei del mondo e nell’accompagnarli con meticolosa discrezione. Giunto alle soglie dei sessant’anni, deve affrontare il suo ultimo incarico intercontinentale: scortare la Sfinge allo Shangai History Museum. 

Archeologo mancato,

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