Gli uomini di Giada devono scontare di non essere EP. Chi è EP? Acronimo per essere perfettissimo e qui partiamo agevoli, col Padre lacaniano. Il Padre di Giada era un ingegnere meccanico, la massima espressione dell’ingegno perché, stando all’autorevole nonché unica testimonianza (sua propria) dell’iter universitario col Caccioppoli comunque più noto grazie al film di Martone che per l’indottrinamento paterno, se non hai dato Scienza delle costruzioni cosa ne puoi sapere. Di che? Di come si assemblano i pezzi, non dar retta agli architetti, quelli è solo all’estetica che badano, a quel punto meglio i geometri. Questa dei geometri Giada se l’era poi rivenduta con lo scrittore che in un libro aveva ringraziato la mamma per averlo indirizzato precisamente a quella scuola, ma non era per lo stesso motivo di estetica vs funzionalità, piuttosto lo scrittore pensava all’architettura come violazione, aberrazione, prevalenza dell’economico sul naturale, ammesso che fosse in questi termini. Un giorno lo scrittore le aveva inviato una lettera molto violenta e Giada non aveva più voluto parlargli, finché poi non se lo era ritrovato morto sui giornali. Anche lo scrittore per Giada era EP, perché nella scrittura non badava all’estetica dei pezzi di trama, o ci badava ma non nel modo in cui ci badano gli scrittori che pensano ai loro personaggetti come cosa viva, senza ricordarsi un minuto che sgorgano dal prepuzietto loro, con tutti quei riboboli spermatici che insozzano d’ordinario le vite degli scrittori quali che siano. Non c’è persona più noiosa di uno scrittore, pensava Giada, perché lo scrittore non è una persona più attenta delle altre alle parole che usa, ma una persona che disprezza l’umanità intera e proprio per questo crede di turlupinarla con quattro stupidaggini bollite sul fuoco del consueto: Tizio fa questo, poi quest’altro, poi finisce. Dopo molte pagine, finisce, perché più ne scrivi più sei scrittore, anche se di solito te le fai scrivere (si dice rivedere) da qualcun altro. Giada ne ha conosciuti molti di scrittori, una volta ci è finita pure a letto. Forse più d’una, ma adesso consideriamo quella in particolare. Lo scrittore aveva un posto fisso dove conduceva le sue amanti. Della sua vita personale non si conosceva granché o almeno Giada non ne sapeva molto, lo aveva incontrato in treno, le aveva chiesto cosa leggi ed era partita una conversazione di grado zero, perché Giada quando leggeva non si ricordava già più niente dal minuto dopo, a lei interessavano solo le parole, ma non avrebbe saputo spiegarglielo e quindi rinunciò prima di provarci. Quante parole nuove poteva imparare, ma anche come certi scrittori mettevano insieme le parole con gli scombinamenti sintattici che avevano un nome a lei noto ai tempi di scuola e oramai dimenticato. Invece a questo scrittore del treno che no, non era EP, non interessavano tanto le parole, e difatti le usava male: diceva sempre stupendo, con l’eco protratta della o, e tutto per lui era iperbolico, il miglior ristorante al mondo, la miglior carbonara deroma, “ti ci porto”, disse, come si fossero conosciuti anni prima e non in quel frangente ferroviario. Ci fu un momento in cui le caviglie si sfiorarono sotto i sedili, lo scrittore la fissò con assertività predatoria e Giada non se la sentì di rifiutare. Aveva sempre pensato al rifiuto come a uno sgarbo immedicabile da cui sarebbero derivate altre morti apprese dai giornali, quindi accettò il suo invito a cena, ma non ci fu nessuna cena invero, perché lo scopo era la svestizione, lui lo era già quando aprì la porta del loft e lei lo fu nello spaziotempo che la separava dall’ingresso all’enorme divano dell’accoglienza. Non se lo ricorda Giada come andò, di sicuro non come nei film dove il sesso è un climax di gesti, ansimi e rotolamenti e poi stacco di camera e puntatore sui due di nuovo verticali nella folla, a dirsi ciao addio arrivederci a seconda dell’intensità drammatica. No, con lo scrittore il dopo non esiste perché ratto s’apprende al telefono con l’amico da cui andrà a cena, ma non era con me, la cena, si domandava Giada con una filologia degna di miglior causa. Ecco che parlava anche lei come lui, che aveva abdicato alla ricerca delle parole originali, perché lo scrittore non era EP. EP, dopo il padre e il morto, era un altro morto, a suo modo, che bell’e buono se n’era andato. A Giada non era dato sapere dove, perché EP la riteneva responsabile di questa specie di blocco vitale che un giorno era sopravvenuto a dividerli per sempre. Non staremo qui a stabilire quanto lo fosse effettivamente, di sicuro non con intenzione, ma quel che merita sapere qui è cosa implichi vivere con EP per un lungo tempo. EP usa le parole in modo creativo, non standard, e quindi non c’è un solo momento della giornata in cui le sinapsi non siano sollecitate a evadere il cliché, a temerlo con lo stesso terrore del vuoto che hanno quelli che patiscono le vertigini. Non si può dire fare la spesa, buon compleanno, ti amo. Bisogna lambiccarsi e trovare l’arguzia, come i poeti barocchi, l’agudeza. Ma EP le scovava senza sforzo, l’aspetto creativo era la sua natura, coi capelli folti. Nell’eterna infanzia di scoperta degli oggetti, una stampante era oggetto meritevole di lode più della sua donna. Una specie di stilnovismo tecnologico, di godimento dell’inanimato. Anche in questo caso c’era un EP che però aveva l’apostrofo rosa: il vero grande amore dell’infante è l’incaricata del nutrimento e del travaso di parole. Giada aveva, cioè, una sola grande rivale, la lingua materna, nel senso proprio empirico dell’accudente primordiale, la cui lingua spostava le cose dalle caselle logicosintattiche obbligate come una AI alla lettera generativa e per di più organica, che respira sempre, parla di più e soprattutto pena. Al fondo delle parole c’è la pena, il dolore, la morte.

Giada pensa che chi non sa usare le parole non ha mai visto un morto. Un morto è un oggetto misterioso. Sta in mezzo a una stanza, nel rito che precede la chiusura della scatola in cui passerà quel che di illimitato noi preservi. Tutti possono avvicinarsi e toccarlo, ma non sanno bene cosa. Che poi non è tanto il freddo, ma il giallo. L’aspetto itterico, e la rigidità che non era del minuto prima. Non sappiamo esattamente quando, diceva uno dei camici senza volto nella sua ricostruzione mnestica. Lo avevano portato lì perché la morte moderna si disloca, nessuno vuole averla tra una Flos e un Gubi. Giada una mattina era andata a visitare un posto dove si diceva avrebbero potuto prendere in carico le fasi terminali, se i familiari non ne erano in grado. (Qualcuno ne era in grado?) Non c’erano finestre e tanto bastava. Il morto è sempre prematuro, solo che quella che aspetti non sarà una festa e benvenuto al mondo. Giada va con uomini che non sono EP per compensare. Uno è l’architetto, in spregio a suo padre. A volte la intenerisce, crede sia una brava persona. Ma lo pensa con una compassione pelosa, di cui dovrebbe stancarsi, lei, e lui essere amareggiato o schifato. Invece si appende al collo come la boccetta del San Bernardo, le ha mostrato una foto in cui erano insieme a un qualche evento casuale, lei quasi identica, lui tutto franato. Li divide un lustro appena, ma Giada può ancora andare coi ragazzi, se vuole. La tocca dappertutto, ha una specie di frenesia di tastare, e quella lingua, non le fa propriamente schifo ma è asfissiante. Non c’è vero abbandono, è lì a sollecitare, non alterna, non gioca alla seduzione, si butta a corpo letteralmente morto, pensa a come farla venire, la tocca sempre, ovunque, dita nel culo, succhiotti sul braccio, la vuole penetrare ma non riesce, fa molto con le mani per compensare, chiede di essere leccato, i pompini. Sempre la stessa storia, ma perché non sanno usare il cazzo? Solo EP la faceva godere col cazzo. La faceva venire? Non lo ricorda, ma sì, godeva. Pensa sempre al fiato, chissà se puzza anche chi non fuma. Il fumo del resto copre, attufa, dicono dalle parti dell’architetto che non puzza mai, nemmeno dopo mangiato. È sano, si cura, ha i soldi, può.
Camminavano verso il bar dell’aperitivo. Lui era bello, si era messo la camicia. Ma poi ha detto per l’ennesima volta che voleva lasciarla, che sarebbe stata gran meglio senza di lui, e che non poteva più sopportare di stare con lei, per via degli altri uomini. Come Albertine, era sempre nella casa, lui, a letto. Ma allora perché a differenza di je voleva che sparisse e gli chiedeva ossessivamente A che ora esci? Ne farà qualcosa di tutto questo, ha chiesto il dottor S. La violenza dei gesti, l’attaccamento alla sua debolezza. Un carceriere non vuol sapere come sta il prigioniero, ma può all’occorrenza desiderare che sia riconsegnato ai microeventi occasionali. Non ha buttato le lamette, l’accappatoio resta appeso, oggetti neutrali, invisibili. Si è consegnata agli altri, con l’avvizzimento del corpo anche i desideri spariscono, non si tocca più ogni mattina, come quell’estate.