Stavo leggendo una pagina di Giovanni Raboni sulla “letteratura di consumo” da I bei tempi dei brutti libri (Transeuropa, 1988), che è un campionario di composte stroncature. Il pezzo originariamente era apparso come articolo per «Il Messaggero» l’anno precedente. Quando parla di letteratura di consumo, Raboni non si riferisce a quel genere di pubblicazioni che ancora negli anni Ottanta se ne stavano rintanate nelle vetrine laterali delle edicole (il giallo, il «rosa», il «pornografico soft» alla Guido Da Verona), e che da qualche tempo si sono conquistate il proscenio delle librerie: «No, parlo di romanzi borghesi, mediamente ben scritti, destinati a un pubblico borghese e mediamente colto; romanzi d’ambiente a volte contemporaneo a volte storico, fitti di descrizioni accurate e di dialoghi disinvolti, che ciascuno di noi (di noi lettori adulti) potrebbe aver visto nella biblioteca paterna

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