Nella carne (nell’originale inglese: Flesh) conferma che David Szalay non ha fra i suoi pregi l’originalità d’architetture: se il modello di Tutto quello che è un uomo (2016) e Turbolenza (2018) era quello, elementare e per questo ineccepibile, delle storie a staffetta (si racconta la vicenda di un personaggio finché, verso la fine, questi non ne incontra un altro sul quale la prossima sezione della storia s’incentrerà), Nella carne taglia alla radice il problema di trovarsi una forma. Davide Coppo in una recensione per «Rivista Studio» ha rimarcato l’evidenza che il romanzo è una riscrittura global e attualizzante, in piccola parte modellata sull’autobiografia di Szalay stesso, di Barry Lyndon: il film del 1975 di Kubrick, non il romanzo del 1844 di Thackeray. 

Perché Nella carne (Adelphi, 2025, traduzione di Anna Rusconi) sta facendo discutere, in Italia e fuori? Non sono le qualità stilistiche e letterarie del libro ad aver alimentato le reazioni pubbliche dei lettori: a imporsi sono, finora, le problematiche che il libro solleva attorno alla maschilità, vista come “il tema dominante del romanzo”. Questa illusione ottica

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