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Ecco un esercizio di imitazione:
La selezione
Lo scrittore è rispettabile. È alto. Ha un portamento maestoso. Porta una giacca semplice, ma di sartoria. Ha attorno alle gambe dei jeans, ma di una marca che solo le persone veramente chic conoscono. Sotto la giacca, una t-shirt di un bianco che abbaglia. Non di cotone. Non di lino. Non di seta. Di canapa. Ai piedi, due scarpacce da pochi soldi e sfondate a forza di portarle. La comodità. La scelta di un uomo libero. Libero di esibire la propria libertà. Lo scrittore guarda gli allievi. Sono dieci, cinque giovani uomini e cinque giovani donne. L’aula è piccola. La finestra è grande. Fuori dalla finestra, un cielo grigio incombe. Gli allievi sono seduti in circolo. Sanno chi è lo scrittore. Sanno che il suo nome è già nelle storie della letteratura. Da ragazzi, hanno letto i suoi libri a scuola. La fama dello scrittore è di essere inflessibile. Irascibile. Egocentrico. Assolutista. Ma bravissimo. Il migliore scrittore del nostro tempo. Lo scrittore che tutta l’Europa ci invidia. Tutto il mondo. Lo scrittore che ha saputo interpretare la crisi della civiltà occidentale. Lo scrittore che ha visto il futuro e lo ha raccontato, enigmaticamente, nelle sue opere. Lo scrittore che ha scelto, da dieci anni, di non scrivere più. Lo scrittore che ha deciso di dedicare la propria vita all’insegnamento. Della scrittura. Della sua arte. Lo scrittore che vuole un erede, quell’erede che lui solo saprà formare. Lo scrittore che, come ha dichiarato, vuole un erede capace di offuscare la sua gloria. Lo scrittore che considera la formazione di un erede la più grande opera che un artista possa concepire. Gli allievi sono terrorizzati. Il silenzio è totale. Lo scrittore è in piedi. Guarda gli allievi. Li guarda uno per volta. Sa che quei dieci sono stati selezionati tra più di quindicimila aspiranti. Sa che le commissioni sparse per tutto il Paese, i cui membri sono stati scelti da lui personalmente uno per uno, hanno lavorato due anni. Sa che le commissioni hanno lavorato duramente. Sa che le commissioni sono state implacabili. Sa che tra gli scartati ci sono stati dei suicidi. Sa che i tentativi di corruzione sono stati innumerevoli. Sa che sono stati tutti respinti. Sa che quei dieci allievi che ha davanti sono il meglio che la nazione può offrire. Li osserva. Vede il terrore in loro. Vede le posture rigide. Vede i vestiti buoni, nuovi, comprati per l’occasione. Vede l’eleganza goffa dei giovani uomini, l’eleganza seducente delle giovani donne. Vede gli occhi che lo scrutano, senza tuttavia mai osare incrociare i suoi. Alt. Una delle giovani donne. È l’unica che sembri a suo agio. È l’unica che si è vestita come potrebbe vestirsi una giovane donna per andare a trovare un’amica, a studiare in biblioteca, a fare la spesa dall’ortolano. La camicetta è semplice. La gonna è semplice. I sandali sono semplici. Lo scrittore si sofferma sulla giovane donna. La giovane donna tiene le mani in grembo. Ora alza lo sguardo. Incrocia lo sguardo dello scrittore. La giovane donna sostiene lo sguardo dello scrittore. Gli altri allievi smettono di respirare. La giovane donna non sorride. La sua bocca è ferma. Le sue palpebre sono immobili. I cuori degli allievi sono in tumulto. Lo scrittore li sente. Sente i battiti esaltati. Gli allievi perdono il controllo. Sudano. Lo scrittore sente l’odore acre del sudore. Lo scrittore guarda la giovane donna. Il fetore nell’aula si fa insopportabile. La giovane donna non suda. Il battito del suo cuore è regolare. Fuori, una nuvola si scosta. Un raggio di sole attraversa la vetrata della finestra, attraversa l’aria densa dell’aula come se conoscesse da sempre la sua meta, va a colpire le mani della giovane donna. Lo scrittore guarda le mani della giovane donna. Sono mani agili, sottili. Lo scrittore vede i piccoli calli sull’indice e sul pollice della mano sinistra. La giovane donna è mancina, e cuce. Tutti gli allievi guardano le mani della giovane donna. La giovane donna non abbassa lo sguardo. Muove appena le mani, piccoli movimenti delle dita, appena accennate torsioni dei polsi, come per godersi il caldo del sole, come per prenderlo tutto. Lo scrittore ha una visione. Vede la giovane donna in mezzo a un prato, vestita di bianco, e il sole del tramonto che le indora l’abito. Vede la giovane donna che dorme sul divano, un libro aperto appoggiato sul petto. Vede la giovane donna che nuota in un lago. Vede la giovane donna che bacia un uomo che lui non può vedere. Lo scrittore si avvicina alla giovane donna. Come hai fatto ad arrivare fin qui?, le chiede. Ho pagato, dice la giovane donna. Gli altri allievi emettono un Oh! all’unisono. Lo scrittore fa un passo indietro. I commissari da lei selezionati sono degli scimuniti, dice la giovane donna. Non saprebbero distinguere un capolavoro da un romanzo dozzinale. Non sanno distinguere uno scrittore da uno scribacchino. Tu sei uno scrittore?, dice lo scrittore. La giovane donna sorride. Lo scrittore si ricorda dei suoi vent’anni. Dell’orgoglio che aveva in corpo. Del sentimento di essere un destinato. Della felicità di lavorare come un matto. Delle notti bianche. Della sicurezza che sentiva in sé, in ogni frase che componeva. Della baldanza con cui si presentò a un editore, il migliore di tutti, dicendogli: io – ho scritto – un romanzo. Un allievo grida: anch’io ho pagato! Un’altra: anch’io! Tutti insieme: anch’io!, anch’io! Lo scrittore piange e ride insieme. Trabocca di felicità. Gli allievi si scompongono, si alzano in piedi, si picchiano, si tirano addosso le sedie. La giovane donna è immobile e quieta. Lo scrittore si inginocchia davanti a lei. Farò di te ciò che tu vorrai, le dice. La giovane donna si piega, avvicina il viso al viso dello scrittore. Tutto quello che so, dice, l’ho imparato da lei. Ma io lo farò meglio.
* * *
Il modello di questo raccontino è evidente, e il testo non fa nulla per nasconderlo: La salsiccia, di Friedrich Dürrenmatt. L’imitazione non sta solo nel tentativo di riprenderne il ritmo brachilogico e indiavolato, ma anche nella situazione: lì un’aula di tribunale, qui un’aula di scuola nella quale comunque si compie un giudizio; lì un giudice, qui lo scrittore; lì un desiderio mostruoso (il marito che vuole mangiare la salsiccia fatta con la carne della moglie), qui un desiderio sfrontato (la giovane donna che dice: «Io lo farò meglio»). Altri dettagli: le finestre oltre le quali si vede il cielo, gli astanti (in Dürrenmatt) e gli allievi (qui) che fanno da coro; e così via. E, naturalmente, il puntare tutto sull’ultima immagine e sull’ultima frase.
Poi, chi vorrà troverà i riferimenti all’Annunciazione, all’esordio di Aldo Busi, eccetera: come al solito, la memoria serve all’immaginazione, si presenta con i materiali tra le mani. La battuta finale, invece, è un’autocitazione: il 19 dicembre del 2017 pubblicai in Facebook un post brevissimo, che diceva: «PUBBLICA CONFESSIONE DELL’INSEGNANTE DI SCRITTURA. È un mio allievo: tutto quello che sa, l’ha imparato da me. Però l’ha capito meglio, l’ha studiato di più, e lo fa come io non sarei mai capace». Ricordo che fui molto contento di essere riuscito a dire la cosa con parole così semplici.
Naturalmente il raccontino sta in piedi se, e solo se, il lettore che non si accorga dell’esercizio di imitazione (tutti hanno il diritto di non aver letto La salsiccia di Dürrenmatt) ne può comprendere perfettamente lo sviluppo narrativo e il – perdonate la parolaccia – significato; se può comprendere perfettamente lo scivolamento da un inizio che pare meramente grottesco-satirico a un finale che tenta addirittura di affermare una verità. Ci si potrebbe domandare: ma perché, volendo finire col dire una semplice verità, metter su tutto questo apparato? La risposta è banale: perché anche per un insegnante di scrittura che tenta di spacciarsi per iperconsapevole – come sto facendo io in questo momento – quella verità è comunque difficile da dire; e dirla dopo aver presentato l’insegnamento di un’arte come qualcosa di grandiosamente ridicolo può essere più facile. Può, diciamo così, aiutare a tenere a bada la malinconia. Ripetere «Siamo servi inutili» costa poco, pensarlo davvero costa parecchio.
Ma torniamo all’imitazione. Che cosa si fa, in una scuola di scrittura, se non addestrare all’imitazione? Impariamo il linguaggio per imitazione, perché non dovremmo imparare per imitazione la letteratura? In tutte le arti – la composizione musicale, il disegno, la pittura, la scena, eccetera – si impara imitando, si comincia imitando. Come peraltro negli sport, in qualsiasi professione, nella cucina. Diventiamo umani imitando gli altri umani. È chiaro che un giudizio del tipo «Qui X sta imitando Y» è generalmente inteso come negativo: ma bisogna distinguere l’imitazione che è semplice replica dall’imitazione produttiva (a quale categoria appartenga il mio raccontino d’esempio, non sta a me dirlo). E va compreso che in qualunque arte la grande massa della produzione è sempre semplice replica, più o meno tecnicamente riuscita; e che l’esistenza di una grande massa di produzioni replicanti è in fondo la condizione perché, prima o poi, un ingegno superiore possa prendere quella roba lì, e farne dell’altro. Alessandro Manzoni decise di scrivere un romanzo perché i romanzi erano popolari, mica per altro; e per perseguire i suoi scopi di rinnovamento linguistico gli serviva comporre un’opera che potesse essere popolare.
Che cosa si insegna dunque nelle scuole di scrittura? A imitare. Nella speranza che qualche allievo, prima o poi, osi tentar di superare i modelli. Fallendo, magari. Ma ci avrà provato.