Non sembra un caso diverso dagli altri, anche sei lei non è una paziente. Anche la formula è la solita.
«Noi non ci vedremo mai all’infuori di quest’ora».
La sfida la diverte.
«Perché ti piace di più mia madre?»
Scuoto la testa.
«Mi piaci di più te».
«Perché?»
«Solo per questa ragione, che alla tua età il rischio è ancora un’opzione».
«Cioè che alla mia età si fanno ancora un sacco di cazzate?»
«Esatto».
«Allora ti piacciono tutte quelle della mia età? Basta che facciano cazzate».
«La parte fisica ha la sua importanza. I tuoi seni, certo. Il viso e gli occhi e le labbra. Ma queste cose non le sai già?»
«E i seni gli occhi eccetera di mia madre non ti piacciono?»
«Non mi sono mai piaciuti quelli di tua madre».
«Davvero? Ma lei è molto più bella di me».
«Sì ma tu hai i capelli rossi, mi piacciono i capelli rossi»
«Ti ricordi quando ci hai viste per la prima volta?»
«Era fuori quella pasticceria che ha chiuso da molti anni e non capisco perché, faceva delle tortine al cioccolato fantastiche».
«Che stavamo facendo?»
«Camminavate. Tu eri un po’ inclinata su tua madre, con la testa piegata, così. E avevi uno sguardo tormentato».
«E lei?»
«Lei ti riparava, ti proteggeva».
«Cosa stai leggendo in questo periodo?»
«Troppe cose. Non finirò più un libro in vita mia. E poi non ci vedo bene».
«Se vuoi, posso leggerti io».
«Troppo cliché. E nel nostro patto abbiamo detto solo cinque incontri. O scegli qualcosa di molto breve, oppure devi fare come in radio, un’edizione accorciata».
«Lo squalificato è breve. Te lo leggo?»
«Purtroppo l’ho già letto».
«Stiamo finendo?»
«No, c’è ancora tempo».
«Ci hai viste altre volte insieme, prima di conoscere mamma?»
«Certo».
«Ci osservavi?»
«Mi dicevo: ecco la donna alta con la figlia misteriosa. Sempre loro due sole. Un altro padre che se l’è data. La donna alta è più bella, nel senso canonico, ma si fa trasparente. La figlia misteriosa è opaca, ruvida, e anche se non l’ho mai fatto, mi è sembrato di toccarla».
«Sei sicuro che fossimo noi due?»
«Certo. Con una buona luce, la mattina, se non devo guardare piccole cose, ci vedo. Per farti un esempio, i cani, dalla media taglia in su, li distinguo, quelli piccoli sono solo macchie».
«È tutto piuttosto inaffidabile».
«Cosa?»
«La tua testimonianza. La tua versione dei fatti. Come faccio a capire davvero come sono rispetto a mia madre?»
«Che ti importa come sei rispetto a lei?»
«Hai ragione. Posso stare anche da sola».
«Non resterai da sola. Avrai un sacco di storie. Be’, cos’è quel sorrisetto?»
«Tu ci hai scopato con mamma?»
«Una volta, un milione di anni fa. Sono sicuro che lo sapevi già».
«Sì me l’ha detto. Un milione di anni fa… non è così vecchia».
«Parlavo per me».
«Che scemo».
«La clessidra è finita. Bene, ci vediamo tra due settimane».
«Due?»
«Quella era la cadenza, nel patto».
«Perché non una volta a settimana?»
«Perché non sei abbastanza bella».
«Perché non ti piaccio. Vuoi più bene a me o a mia madre?»
«Ciao, a martedì, alla stessa ora».

«Così, la tua teoria è che io sarei una scatola piccola, ma dove sei ancora curioso di guardare dentro, mentre mamma è una scatola molto più grande, nella quale però hai già guardato e hai visto tutto quello che contiene?»
«Io non l’avrei saputo dire meglio. Con una piccola aggiunta, riguardo alla scatola grande. So anche tutto quello che potrebbe contenere».
«Ma scusa non lo sai anche di me? Ad esempio ti ho detto che dopo il liceo voglio iscrivermi a matematica».
«Mi hai anche detto perché».
«Perché matematica sembra arida, ma invece è…»
«È un romanzo».
«Non ho detto proprio così».
«Io me lo ricordo così. Ed è molto diverso che se tua madre, poniamo, mi dicesse: ho deciso di iscrivermi di nuovo all’università, a matematica».
«Sì certo sarebbe diverso perché lei… sarebbe…»
«Lei ci vedrebbe solo l’aridità».
«Perché?»
«Sarebbe comunque il passato. Anche se lo facesse nel futuro, sarebbe già accaduto. Tutto quello che fanno le persone dell’età mia e di tua madre, non ha più sogni, futuro, cielo. Gestiamo solo la fine del mondo magico».
«E invece io?»
«Non è accaduto – intendo il tuo iscriverti al corso di laurea in matematica -, quindi non può che essere il futuro, perché tu non sei accaduta, ancora».
«Mamma è accaduta».
«Accaduta, sì».
«Come te».
«Io accadutissimo».
«Anch’io ho un passato».
«Insignificante. Verdissimo. Acerbo. Profumato. Come un fiore ancora vivo».
«E mamma?»
«Ti diverti eh?»
«Comunque ci tengo a precisare, anzi, no. Quand’è che pure io sarò accaduta?»
«Ah bella domanda. Quarant’anni? Ma non lo so di preciso. Forse è un po’ caso per caso».
«Quindi non è un limite fissato scientificamente, uguale per tutti, come una legge matematica che vale in tutti i casi, per qualunque universo?»
«Eh no vale per gli uomini sulla Terra, ed è abbastanza elastico, ma non illimitatamente».
«Conosci molte persone che sono accadute?»
«Sì, molte».
«E che devono ancora accadere?»
«Direi soltanto te».
«Ma potrei accadere… male?»
«Non capisco».
«Visto che devo ancora accadere, potrei incasinarmi?»
«Tipo ficcarti in un guaio?»
«Sì».
«Non a causa mia».
«Ma no, dico in generale».
«Be’, io… non vorrei che tu accada male, quindi stacci attenta».
«Perché in un certo senso, se uno ormai è accaduto, è fuori pericolo, no?»
«In un certo senso, ma…»
«Ma?»
«Ma è proprio quella la cosa scoraggiante. La faccenda della scatola. No, questo discorso è troppo delicato, sorvoliamo».
«Dai spiegami».
«Nient’affatto. E poi è finito il tempo».
«Non è vero, baro!»
«Guarda la clessidra».
«Ah è vero è finito».

«Vorrei fare una piccola correzione a quanto ti ho detto la seduta, scusa, la volta scorsa. Circa il mettersi in pericolo, voglio dire, non volontariamente, ma perché si è giovani… perché qualcosa è in agguato, ed è normale che accada, deve accadere in effetti…»
«Mi ricordo sì».
«Non è male neanche essere in salvo. Cioè forse la volta scorsa sono stato precipitoso e mi sono lasciato andare alle passioni, come avrebbe detto un filosofo del Settecento, ma anche del Seicento e altre epoche. Ci sono piaceri da godere, e da offrire, anche da salvi. Non è tutta una gran rottura di scatole, tutta una noia e una ripetizione. Ecco».
«Vabbè tanto io per ora non so la differenza».
«Ma te la posso descrivere. Immagina di trovarti in una situazione di tensione, di pericolo. Cominci a tremare. Sorridi, perché non vuoi sfigurare, e non vuoi che anche gli altri si agitino. Ma sai che potresti dire una parola sbagliata, fare un gesto equivoco, passare per cretino o offendere qualcuno. Insomma i soliti stupidi pericoli che si affrontano in quelle situazioni ambigue in cui o tutto o niente, cioè che siamo abituati a pensare in tali termini estremistici, e a volte con fondate ragioni. Vedi, da giovane, prendi la rincorsa e ti lanci e anche se cadi di culo c’è una strana armatura che ti difende. Non è vero questo, ma la vulgata lo dice, prendiamolo per buono. In realtà mi interessa di più quando arrivi a quel punto della vita in cui tremi, la pelle ti scotta in faccia oppure si fa gelida, gesticoli troppo e continuano a farti l’esame, e tu, perché non hai più niente di grandioso da dire o da fare, perché ormai sei accaduto, perché ormai hai finito le munizioni, eccetera, mi hai capito no? Tu te la cavi, passi il pericolo perché in effetti non corri più rischi, il rischio è qualcosa che hai divorato con gli anni. Il tempo si è mangiato perfino il rischio, il pericolo e il disastro. Sei normale. Sei uno dei tanti. Nessuno ti nota. Nessuno ti pensa. La tua morte è scontata. C’è qualcosa di orribile però anche di interessante. Non sai quanti idioti ho visto che hanno cominciato a rispondere a tono, una volta che erano finiti, spacciati».
«Non ho capito molto».
«Non ci credo, qualcosa devi per forza avere capito».
«Scusa se esagero ma sembri descrivere la bellezza della morte».
«Su questo siamo in disaccordo. La bellezza della morte è un culto giovanile».
«E qual è il culto dei vecchi?»
«Noi stessi. Poca cosa, ma noi stessi».
«Tu hai il culto di te stesso?»
«Con la doverosa premessa che sono poca cosa, sì».
«Quindi da vecchi si diventa egoisti?»
«Finalmente, sì. È per quello che si combinano meno casini».
«Mi è venuta un’idea un po’ perversa, posso dirtela?»
«La sabbia nella clessidra sta ancora cadendo».
«Tu hai detto che tra noi non ci sarà mai nulla, che non ci vedremo mai all’infuori di questo studio e per il tempo limitato scandito dalla tua buffa clessidra, e mi hai proibito anche di pensarti fuori di qui, e che insomma una storia tra noi, di qualunque tipo, è fuori discussione. Ovviamente la premessa è che a me freghi qualcosa di te, altrimenti cade tutto. Bene. Io ho accettato e tutto bene. Mi sembra anche giusto. Ma lo fai per egoismo? Questo patto, è per egoismo? Non per rispetto che so per mia madre, o per me…»
«Lo faccio principalmente perché sono egoista, sì».
«Interessante».
«Paradossale se vuoi, però, onestamente, è per questo. Sai, c’è tutta una letteratura sul piacere di dominare se stessi. Che può diventare un vizio pure quello. Il piacere di non mangiare. Il piacere di non desiderare. O meglio di desiderare o di avere fame ma non saziarsi. È una cosa che si sperimenta anche da giovani, ma lì è una cosa provocatoria. Non la capisci veramente. Non sei veramente egoista. Stai solo creando un personaggio. Oddio ho detto questa frase che mi mette a disagio. E poi non si tratta, alla mia età, di rinuncia. Rinuncia a cosa? E poi, come hai insinuato, chi mi ha mai offerto niente in primo luogo? Questa cosa che i vecchi “rinunciano”. Ma a cosa, se nessuno giustamente gli dà più un cazzo? Semplicemente il tuo corpo ti fa dubitare. Si comporta in modo strano. Ha qualcosa di mostruoso – conseguenza dell’invecchiamento, che è un mistero che nessuno illuminerà mai – e tu vai dietro al mostro. Il mostro, che è un egoista, ha le sue esigenze da mostro, ad esempio trasformarsi in un bavoso cieco con i denti gialli».
«Ma io posso piacere al mostro?»
«Certo, ma lui è un mostro. Anzi, tu gli piaci per forza. Tu sei quasi l’unica cosa che gli piace. Ma lui è un mostro. E si consola con il piccolo elogio della normalità e della banalità e dell’essere finalmente al sicuro che ti ho fatto poco prima. Più si diventa mostri, più non si può che essere salvi».
«Peccato, è finito».
«Continuiamo la prossima volta».

Si presenta con una fasciatura alla gola.
«Cos’è successo?»
«Mah niente un tatuaggio un po’ importante. Mi annoiavo».
«Avresti potuto fare un viaggetto».
«Dove?»
«Dove desideri».
«A volte mi fa un po’ male, è ancora arrossato».
«Alcuni trovano interessante proprio quello».
«Perché quando vengo non metti mai un po’ di musica? Mamma dice che ti piace molto la musica. Ti sfotte anche un po’. Dice che sei un vecchio, come gusti musicali».
«Giusto».
«Anche io non è che sono proprio aggiornata. Per esempio mi piacciono i Cocteau Twins».
«Una volta ci ho litigato con un amico per loro».
«Per i Cocteau Twins?»
«Sì. Lui parlava di questa band. Sembrava che l’avesse scoperta lui. D’accordo, non era proprio così esagerato, però ne parlava come di una materia prima fondamentale e di altissimo valore. Mi sono indispettito. All’epoca ero molto suscettibile a certi comportamenti degli amici, quelle cose di sgomitare un po’, di mettersi compulsivamente in mostra, di spacciare esperienze, saperi, anche catastrofi come per dirti la mia vita è più fica della tua. Che cazzo lo so che siete migliori di me, non applicatevi tanto».
«Eri messo bene».
«Guardati».
Uscita forse un po’ infelice, ma lei ride.
«A ogni modo cominciai a investirlo con un discorso aggressivissimo circa il fatto che non me ne fregava niente dei Cocteau Twins, che non mi piacevano, che io ascoltavo solo Bach, che tutto il resto era merda per stolti semplici, eccetera, e stavo urlando, e anche lui allora si mise a urlare e ci facemmo sotto e per poco non ci menavamo e io le avrei prese perché era più grosso, finché lui non si calmò improvvisamente e come dopo un’illuminazione improvvisa mi chiese che cazzo c’entrassero i Cocteau Twins».
«Come che c’entravano i Cocteau Twins?»
«La band di cui mi aveva parlato, in realtà, erano i Tuxedomoon».
«Uh! Gli hai chiesto scusa?».
«No, mi sono comportato come uno stronzo fino in fondo. Allora mi ci trovavo più a mio agio».
«Oggi la clessidra corre… a volte non potremmo farne due?»
«Stiamo alle regole. Mi fai vedere il tatuaggio?»
«Vuoi vederlo? Davvero?»
«Sì».
«È un po’ un casino con il cerotto, poi non si riattacca».
«Te ne do un altro io. Ce l’ho. Ho anche il disinfettante».
«Quando ci manca qualcosa, a volte mamma dice che in casa tieni sempre tutto, peccato che sei vicino ma non abbastanza, dovresti essere il nostro vicino di pianerottolo».
«Lo temo».
«Dopodomani posso toglierlo. Ecco, ti piace?»
«Non ci vedo niente da qui».
«Non è un disegno, è una frase».
Subito si alza dalla sua sedia, fa il giro attorno alla mia grossa scrivania di rovere piena di freghi e scritte arcane e mi sbatte la gola sotto gli occhi. Non leggo niente lo stesso, tolgo gli occhiali e avvicino lo sguardo finché il mio naso bugnoso da stregone non le sfiora il collo.
«Se parti da lì non capisci niente, si legge da destra a sinistra, scrittura speculare».
«Allora girati un pochino».
«Letto?»
«Eh sì»
«Che ne pensi?»
«Sinceramente?»
«Certo, dai, ammazzami».
«Preferivo quando non vedevo».

«Ehi ciao non ti aspettavo».
Porta la mascherina, è stagione di influenza e lei fa l’insegnante con i bambini piccoli e poi tutto sommato le dona.
«Sì lo so aspettavi Naomi ma non viene, l’altra volta è tornata a casa tutta sconvolta, ma che è successo?»
Do una mandata di serratura e faccio un forte colpo di tosse, metto la chiave nella tasca della vestaglia con i simboli astrologici. La vedo sistemarsi meglio la mascherina sopra il naso.
«Non ne so niente, vieni, accomodati. Ah se senti un po’ di odore forte, scusami, ma ho avuto un piccolo incidente domestico. Sto risolvendo».
Ci sediamo come facevamo Naomi e io, una di fronte all’altro, sui due campi divisi dal fossato della scrivania, come nelle sedute.
«Non te l’ho chiesto, ti porto qualcosa, un bicchiere d’acqua?»
«No niente».
Mi guarda con quella sua espressione di curiosità, la testa di tre quarti, gli occhi dritti su di me come quelli di un tenero animale.
«Allora Genni, non so cosa sia successo con Naomi. Che veniva qui da me immagino lo sapessi».
«Me l’ha detto».
«Quando?»
«Dopo che è tornata a casa sconvolta».
Si mette a ridere.
«Ma che ha fatto?»
«Prima cosa ha cambiato di nuovo idea sull’università. Dopo la maturità, vuole fare “mercati finanziari”, che penso nemmeno esista detta così, immagino sia qualcosa come “economia” con indirizzo finanziario o qualcosa del genere, non lo so e non mi interessa. Prima letteratura, poi filosofia, poi ancora matematica, ora “mercati finanziari”.»
«Magari ci ripensa ancora».
«E che ne so, però la maturità ce l’ha a giugno, non è che ci sono tanti mesi».
«Ma ti ha spiegato perché ha cambiato idea?»
«Dice il tatuaggio. Quale tatuaggio? Chi l’ha mai visto? Io ho visto solo la fascetta, lì, sul collo, bellina pure, ma non cosa ci aveva fatto disegnare».
Dice disegnare, non scrivere. Mi guarda curiosa e un po’ allusiva di tre quarti.
«Tu l’hai visto?»
Annuisco.
«Che c’era?»
«Tecnicamente quelle tra me e Naomi non erano sedute professionali, però mi sento un po’ riluttante a dirtelo. Come a dirti quello che ci dicevamo».
«Non si può fare un’eccezione?»
«Ma certo che si può. In fondo non sono un vero analista».
«Ah no?»
«Ma no dai. Il mio percorso è stato quantomeno irregolare, una volta mi hanno anche sbattuto fuori da uno studio che dividevo con altri colleghi più lineari. Comunque il tatuaggio di Naomi non era un disegno, si era fatta una scritta».
«Ah ecco perché ora l’ha coperta con tutti asterischi».
«Davvero?»
«Eh sì, io davvero cretina, non poteva che essere una scritta. Era?»
«Attaccare il collare qui e tirare con forza».
«Pure con forza».
«Secondo me l’ha messo solo per fare bene il giro del collo».
«Eh certo mia figlia ha un collo importante».
«Sì».
Parlando, le è un po’ scesa la mascherina sul naso e faccio un forte colpo di tosse senza mettermi la mano davanti alla bocca, proprio come fanno i passanti in strada.
Si tira su la mascherina sopra il naso.
«E perché si era scritta questa grande pensata?»
«Non lo so Genni, non ne abbiamo parlato del motivo, me l’ha solo fatta leggere e io ho avuto una reazione un po’ dissuasiva».
«Tipico di Naomi».
«In che senso?»
«Ogni volta che percepisce un rifiuto si comporta come una che scappi da una casa in fiamme. Non ne vuole più sapere di quell’argomento, di quella persona, scappa nella direzione opposta e si mette in testa di fare qualcosa che non c’entra assolutamente niente con la cosa che l’ha ferita, delusa, o quello che è. Non è che dice boh, vediamo – Genni ruota le mani davanti a me come sistemare un congegno – no no, scappa via dall’incendio. Incendio di che poi. Era lesbica, ha avuto una delusione dall’amichetta? Non è che si sono lasciate, punto, succede. No, è diventata eterosessuale. E si è messa a fare la scema con te».
«Ma non è successo niente».
«Si voleva far tirare come una cagnolina».
«Nessun rischio. Scemenze passeggere»
«Ma sì lo so, però per dirti come ragiona».
«Alla fine perché noi siamo tutti umanisti eccetera, però non è così grave se studia finanza anziché filosofia o letteratura. Magari è una benedizione».
«Non è quello, è che mi dà il nervoso questo suo prendere decisioni improvvise, non ponderate».
«Succede, quando la casa brucia».
«Ma la casa brucia?»
Nel pomeriggio, prima che Genni venisse, ho accatastato i giornali che ancora, chissà perché, mi ostinavo a tenere in casa. Sotto la scrivania. Anche qualche brochure. Gli appunti quando dividevo lo studio con i colleghi più retti, meno traviati da altri percorsi. Poi, sempre prima che Genni venisse, li ho inzuppati a fondo di benzina. E ne ho versata altra in certi punti strategici. Ne ho perfino spalmata sulle porte e sui mobili con una pennellessa.
«Vediamo. Comunque la scritta non l’ho letta, Genni. Naomi si è avvicinata, si è avvicinata fino a sentirne l’odore della pelle, ma io ormai sono quasi cieco. Adesso riconosco le persone o i loro gesti solo per via dei ricordi. Gli occhi non sono nemmeno il problema più grande. Ed è sempre più buio».
Prima di lanciare l’incantesimo del fuoco, anche a me viene in mente una “scritta”.
Undriven the dawn hunts light into nobility
Arouse us noble