Durante il covid girava una citazione di Winston Churchill che, mentre Londra era sotto le bombe, avrebbe risposto a chi sosteneva che occorreva chiudere le sale teatrali per motivi di sicurezza: “Se dobbiamo chiudere i teatri allora perché combattiamo?”. I teatri londinesi rimasero effettivamente aperti, ma la citazione è spuria, forse la riformulazione di un concetto espresso dal primo ministro britannico qualche anno prima. In ogni caso sintetizzava bene un sentimento diffuso: se viviamo nell’emergenza, dobbiamo lasciare che sia l’emergenza a dettare i contorni della nostra vita?

In questa epoca di nuove guerre il teatro pubblico italiano si trova ad attraversare una crisi profonda dovuta a tre questioni principali: una storica penuria di risorse (e può sembrare un azzardo sottolinearlo in tempi in cui la priorità dei bilanci statali europei è il riarmo); una burocrazia che detta tempi folli; un’impostazione che vuole trasformare i teatri in aziende di intrattenimento dimenticando la loro vocazione.

«Il triennio in corso è perduto. Bisogna capire cosa accadrà nel prossimo. Se continua così andremo incontro allo smantellamento del teatro pubblico per come è stato inteso in oltre cinquant’anni». A parlare è Angelo Pastore, uno dei membri della commissione consultiva ministeriale per il teatro dimessosi lo scorso giugno per protesta. Le dimissioni

Questo contenuto è visibile ai soli iscritti

Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo.

Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.