Nel linguaggio della politica odierna, che d’improvviso si è riscoperta figlia della geopolitica, si registra l’inflazione di termini come “nemico esistenziale”, “stato di eccezione”, “scontro tra civiltà”: un repertorio marziale che, specie tra i più giovani, plasma un intero modo di concepire le relazioni tra popoli. Di più: arriva a lambire la sfera della politica interna, là dove lo scontro tra le parti talvolta fuoriesce dalle aule parlamentari per trasferirsi nelle strade, come accade negli Stati Uniti.

Secondo alcune influenti correnti della destra radicale, oggi di fatto ricompresa nell’arco costituzionale in pressoché tutta l’Euro-America, questo ritorno del linguaggio parabellico segnerebbe il provvidenziale riaffiorare di una concezione primigenia e inestinguibile della politica: quella secondo cui la forza motrice della vita associata risiede nella capacità di un popolo di reagire al “nemico pubblico”, vale a dire a quell’entità collettiva – paese ostile o fazione sediziosa interna – la cui mera esistenza costituisce una minaccia vitale.

Il più noto, o per meglio dire famigerato, cantore dell’inimicizia come meccanismo collettivo primordiale e ineliminabile fu l’insigne giurista Carl Schmitt, che nel 1927, ben prima di prendere la tessera del partito nazionalsocialista, avanzò una tesi da sempre capace di accendere i cuori della destra come della sinistra: la politica è quell’ambito nel quale, a differenza, per esempio, dell’economia o della morale, i membri di un popolo sono disposti a mettere a repentaglio la propria vita e a imbracciare le armi. Se infatti uno scontro nel campo della morale o dell’economia può essere composto ricorrendo ad argomentazioni o trattative o, nel peggiore dei casi, a un tribunale, nel campo della politica questa opzione non si dà: non c’è nessun giudice terzo a decidere se abbia ragione la Russia o l’Ucraina, né Russia e Ucraina, dal canto loro, aderirebbero al suo pronunciamento, se pure un tale giudice esistesse.

In breve, la politica presuppone la possibilità concreta della guerra. Meglio: non esisterebbe Stato se il suo popolo non fosse disposto alla belligeranza quando incombe la minaccia del nemico. Alcuni irriducibili critici, nel secondo dopoguerra, vollero

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