La baronessa von Ertmann, Dorothea Graumann, fu tra i migliori talenti pianistici di inizio Ottocento, interprete riconosciuta della musica beethoveniana dallo stesso compositore, che la definì «vera tutrice delle creature del mio spirito». Nel 1831, la baronessa raccontò a un giovanissimo Felix Mendelssohn che, quando perse il suo figlio più piccolo, Beethoven non volle disturbarla e attese con discrezione che fosse lei, una volta tornata alla vita sociale, ad andare a trovarlo. Quando questa visita ebbe finalmente luogo, il compositore si sedette al pianoforte e le disse: «Adesso parleremo con la musica», suonando per più di un’ora, senza più profferire verbo. Come tutti gli aneddoti di seconda mano, si può dubitare della sua veridicità, ma sicuramente è un buon esempio della teoria prettamente romantica, che volle sancire indipendenza e superiorità della musica sulla parola, conosciuta come «estetica musicale romantica», e portata in auge da alcuni esponenti del primo romanticismo tedesco (Ludwig Tieck, Wilhelm Heinrich Wackenroder, Arthur Schopenhauer), e in particolare da E.T.A. Hoffmann.
Hoffmann fu in primo luogo un grandissimo scrittore, autore di cicli di racconti che hanno largamente influenzato la letteratura romantica, dai Pezzi di fantasia alla maniera di Callot (1814) ai Notturni (1817), a I fratelli di Serapione (1821), oltre a romanzi come Gli elisir del diavolo (1816) e Il gatto Murr (1821). Le sue storie insolite, spesso macabre e soprannaturali, furono d’ispirazione per numerose composizioni musicali ottocentesche, dal Tannhäuser di Richard Wagner alla Kreisleriana per pianoforte di Robert Schumann, dai balletti Lo schiaccianoci di Pëtr Il’ič Čaikovskij e Coppélia di Léo Delibes all’opera Cardillac di Paul Hindemith. Addirittura, nell’opéra fantastique Les Contes d’Hoffmann di Jacques Offenbach, il compositore francese fece di Hoffmann il personaggio protagonista, sebbene fortemente romanzato. Musicista egli stesso (si ricordi quantomeno la sua opera di maggiore successo, Undine, su libretto di Friedrich de la Motte Fouqué, andata in scena al Konzerthaus Berlin il 3 agosto 1816), la sua impronta sull’estetica musicale dell’epoca fu indelebile. Morto a soli quarantasei anni, nel 1822, lasciò un corpus di scritti musicali stupefacente per quantità e per qualità che, per la prima volta in italiano, la casa editrice L’orma (all’interno del visionario progetto di pubblicazione dell’intera produzione hoffmanniana) ha di recente dato alle stampe in traduzione integrale (E.T.A. Hoffmann, Gli scritti sulla musica) per la cura di Marco Mangani.
Hoffmann contribuì in modo determinante al ritratto di Beethoven romantico, entrato così prepotentemente nell’immaginario collettivo
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