«2 agosto 1914 – La Germania ha dichiarato guerra alla Russia. Nel pomeriggio: scuola di nuoto».
Probabilmente una delle migliori entry di sempre, ma quello di Franz Kafka è un diario per modo di dire, più una raccolta di illuminazioni, in cui il mondo esterno entra di striscio e straforo. Preferisco i diari più evenementiel, possibilmente su sfondi storici affollati e drammatici. Anche quando il diarista è un sociopatico come Arthur Crew Inman.
La settimana scorsa ho messo un annuncio sul Globe: cercavo gente che mi parlasse. Ho avuto più di trecento risposte. “Non c’è lavoro”, dicono quasi tutti. “Sono povero”, invece, non lo dice nessuno. Ci sono uomini e donne di ogni età, vecchi, adulti, giovani e ragazzi. Ci sono boscaioli, marinai, attori, piazzisti, insegnanti, meccanici, un becchino, un’estetista, un minatore, un ex dottore semiparalizzato, un gangster ebreo (…) Circa il 10 per cento delle lettere sono dattiloscritte, un altro dieci scritte con qualche cura. Il restante ottanta per cento scarabocchiate su pezzi di carta qualsiasi.
Gran parte del diario riporta solo i suoi tristissimi commenti alle notizie del giorno. Lui stesso capisce che non basta e così decide di pagare chiunque sia disposto a raccontargli la sua vita
Nelle foto Inman (1895-1963) appare talmente antipatico e odioso da far sospettare l’AI. Un ricco sudista che vive a Boston e non ha mai lavorato un giorno in vita sua; reazionario, razzista, misogino, che odia Roosevelt e ammira Mussolini; pubblica poesie mediocri che non interessano a nessuno; tormentato da un’armata di malattie vere e immaginarie passa quasi tutto il tempo nella sua camera da letto buia; alla fine si uccide. Decide di passare alla storia con il diario più lungo, dettagliato e sincero di sempre: diciassette milioni di parole, centoquindici quaderni, venticinque volte la Bibbia (io ho letto una ricca scelta del 1996, In a darkened room, non tradotta in italiano). Se Samuel Pepys, forse il più grande diarista di sempre, terminava le sue giornate con l’iconico «and so to bed», Inman altrettanto spesso concludeva con «I wish I were dead».
Gran parte del diario riporta solo i suoi tristissimi commenti alle notizie del giorno. Lui stesso capisce che non basta e così decide di pagare chiunque sia disposto a raccontargli la sua vita, e parecchia gente lo fa, così che il diario, quasi suo malgrado, diventa un autentico documento della vita americana nel Novecento, grazie anche al fatto che i narratori, ovviamente, sono quasi tutti poverissimi. Ovviamente aveva delle relazioni con le donne, con la moglie praticamente nell’altra stanza, la quale del resto si rivaleva con il virile osteopata di famiglia.
Le ho chiesto quanti anni aveva, per quanto tempo è stata sposata, se amava suo marito, se amava di più il marito o il figlio, perché è stata in ospedale di recente, se usava contraccettivi, quanto guadagnava suo marito, chi erano i suoi antenati, come spendeva i suoi soldi, se credeva in Dio, quanti amici aveva, cosa si aspettava dalla vita, che infanzia ha avuto, se era calma o emotiva, se leggeva, se le piaceva la musica o il cinema o che altro. A molte delle sue risposte ho creduto, ad altre no.
Inman non è certo il genio che credeva di essere ma non scrive malissimo, scrive come una persona colta media del suo tempo; l’effetto complessivo però è demoralizzante all’estremo, un degno precursore di certo nichilismo novecentesco – Bernhard, Cioran, Ceronetti – con la differenza che nel suo diario sono incastonate decine di possibili trame romanzesche, degne della letteratura americana di allora (Hemingway, Cain, Anderson, Dreiser, West ecc.).
Eccolo per esempio in una delle sue rare uscite, dentro una macchina dai vetri oscurati, nei quartieri popolari di Boston nel 1934. Mi sembra legittimo pensare che il disgusto per il mondo mascherasse un intenso disgusto per se stesso:
Perché c’è qualcosa di disgustoso, quasi osceno, nel vedere migliaia di bambini per strada? Sembravano un branco di viscidi e agitati scarafaggi. L’unica cosa che ti viene in mente è che da questi scarafaggi evolveranno i futuri gangster, poliziotti, politici, pugili, marinai e camionisti. Odiavo quei bambini. Odiavo le interminabili file di case tutte uguali. Odiavo i piccoli negozi squallidi ma anche quelli di catena, i monotoni punti esclamativi imposti dal Capitalismo. Odiavo le donne dall’aria mascolina e gli uomini deboli. Odiavo le chiese, gli istituti, le cappelle, le scuole e gli ospedali cattolici, i parassiti in mattoni rossi che sorgevano a ogni angolo e si ingrassavano dello squallore circostante. I mattoni rossi delle scuole, quadrate e simili a prigioni. E le pompe funebri con facciate uguali a quelle dei cinema. Il poliziotto nero dall’aria oscena che dirige il traffico dalla sua torretta. E le petunie sfiorite nei vasi sbrecciati. E i cani. E i gatti. E le grandi vecchie case decadute, un tempo dimore dei ricchi. I bambini correvano su e giù per le strade, mentre le bambine coccolavano orribili bambole.
Se Inman, con tutte le sue nostalgie per i bei vecchi tempi, era in realtà intensamente novecentesco, il catalano Josep Pla (1897-1981) era invece un uomo dell’Ottocento prestato al Novecento. Il suo diario del 1918-19 (ma pubblicato, rimaneggiato, solo nel 1966), Il Quaderno Grigio, è stato edito di recente da Settecolori, nella traduzione di Stefania Maria Ciminelli. Se Inman era desolatamente notturno anche in pieno giorno, Pla è insistentemente diurno, anche in piena notte.
Il tono è realistico, simpatico, moderato, ironico: classico. L’eroe di Pla è Montaigne e l’aurea medietà di Orazio è il suo ideale
Il diario si muove tra la grande metropoli moderna, Barcellona, e una cittadina tradizionale dell’entroterra, Palafrugell, tra i circoli letterari che cercano di tenersi aggiornati su quel che succede nel mondo, e i notabili di paese persi nelle loro ossessioni, tra le lotte politiche e gli scioperi da una parte e la decisione del medico del paese di installare in casa un vero e proprio bagno, ampiamente commentata in paese. Finisce la Prima guerra mondiale, con la Spagna neutrale ma divisa tra francofili e germanofili, mentre il grande sciopero della Canadense lascia al buio la città e preannuncia la guerra civile. Pla vede gente e fa cose, come si dice: comincia a scrivere sui giornali locali, si laurea, ha delle storie, si preoccupa per le finanze di famiglia, commenta i fatti del giorno e le sue letture, finché un giornale importante non gli offre il posto di corrispondente da Parigi e lui parte.
Il tono è realistico, simpatico, moderato, ironico: classico. Pla sa scrivere sul serio, se dobbiamo dar credito alla traduzione di Stefania Maria Ciminelli. L’eroe di Pla è Montaigne e l’aurea medietà di Orazio è il suo ideale, quello meno novecentesco possibile: «La mediocrità ha lo stesso sapore e lo stesso colore del caffellatte». Non siamo più abituati a una letteratura dove siano presenti sia la serenità che l’intelligenza. Certo, se per noi non è un problema il barcamenarsi del grande scrittore francese nelle lotte fra protestanti e cattolici del Cinquecento, suona un po’ meno attraente il distacco di Pla dai conflitti del suo tempo, che gli permette di adeguarsi facilmente al regime franchista dopo la guerra civile.
Il Quaderno Grigio è anche una meditazione sulla letteratura e sul romanzo, un genere che Pla, giornalista e saggista d’eccezione, non praticò mai e per ottimi motivi. Un po’ per eccesso di intelligenza: «La prima qualità necessaria per dedicarsi alla letteratura – al romanzo, per esempio – è candore, ingenuità. Gli scrittori si interessano alle vicende altrui, cercano di capire la gente, si occupano degli altri. Ci può essere qualcosa di più puerile, di più infantile?». Per quanto Pla ci informi spesso di quel che pensa o prova, l’impressione è quella di uno scrittore pochissimo introspettivo, tutto proiettato sul mondo esterno.
Si sarà capito che amo i diari. Mi sono letto i grandi classici del genere: Samuel Pepys, vitalissimo ed egocentrico fra i disastri del Seicento londinese; i fratelli Goncourt, rosi dall’invidia nel bel mezzo del mondo letterario e artistico parigino dell’Ottocento; Galeazzo Ciano, che insieme al cognato porta l’Italia alla catastrofe senza rendersene conto finché non perde il posto e di lì a poco la vita; e tanti altri: Jules Renard, Harold Nicolson, Andrè Gide, Francis Kilvert, Victor Klemperer, Paolo Milano (se solo si potesse pubblicare l’edizione integrale e non solo la scarna scelta uscita per Adelphi: Note in margine a una vita assente)…
Il carattere fondamentale del diario è l’assenza di struttura, dato che sia l’inizio che la fine sono sostanzialmente casuali, specie la fine, dovuta alla morte o all’impossibilità di proseguire. E il diarista, a differenza del narratore o dello storico, non sa come andrà a finire: non sa chi vincerà la guerra, non sa chi sarà dimenticato e chi ricordato, non sa cosa il futuro riterrà davvero importante del suo tempo.
Comunque sia, c’è una cosa che Pla ebbe in comune con Inman: non gli piacevano i bambini:
Oltrepassato Esclanyà, dobbiamo tornare indietro. Si mette a piovere. Ci rifugiamo in una casa di campagna abitata da persone a noi sconosciute. Un bambino con la faccia sporca ci fissa, con un dito nel naso; una bambina con la faccia ancor più sporca, rimane immobile, alzandosi appena la gonna. Gli adulti ci riservano un’accoglienza silenziosa e fredda. Dopo un po’sentiamo di essere un disturbo per quella brava gente.