Prima di leggere Tripla eco, la novella appena pubblicata da Adelphi, non sapevo nulla di H. E. Bates. Il suo nome aveva qualcosa del nom de plume, il che, per me, ha sempre qualcosa dello scribacchino. Ma è il suo vero nome, e quelle vezzose lettere puntate stanno per Herbert Ernest. Non voglio dire altro su di lui, a parte che è stato scrittore prolificissimo del Novecento inglese, perché tutto lo spazio merita di essere dedicato al suo libro, il primo e spero non l’unico che avrò letto, perché è una gemma. 

Siamo nel bel mezzo della Seconda guerra mondiale, in una fattoria sopra la valle di qualche imprecisata località inglese. Come in ogni Kammerspiel – e Tripla eco ne è una brillante realizzazione – la fattoria è uno dei personaggi del dramma, e, dopo la breve dichiarazione a mo’ di prologo, di Alice, la protagonista – «Mio marito è prigioniero dei giapponesi. Probabilmente non lo rivedrò mai più. Non so altro» – è anche il primo a esserci presentato. Il suo tratto psicologico (sto sempre parlando della fattoria) è la tendenza all’isolamento. È introversa e schiva e incline alla solitudine come la sua abitante: «era una di quelle piccole fattorie semisperdute che rimangono isolate dalle strade principali d’estate dietro fitte barriere di faggi e castagni, e d’inverno, a più riprese, per il fango, la nebbia e la neve». 

La scrittura di Bates, servita dalla puntuale traduzione di Giovanna Granato, ci arriva con il ritmo calmo e composto della prosa anglosassone novecentesca “classica”. Nessun complesso di inferiorità verso

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