La primavera scorsa sono stato a Parigi in gita scolastica: salendo verso Montmartre ho cercato il 4 di rue Girardon, dove ha vissuto Louis-Ferdinand Céline durante la Seconda guerra mondiale. Individuato il palazzo, non trovavo però traccia di Céline, se non l’ombra sbiadita di una targa che, immagino, recitasse che lo scrittore francese aveva abitato lì. Ho fermato un’anziana signora pronta a entrare in quel portone chiedendole lumi. Quando ha visto i miei studenti e capito il mio interesse mi ha invitato a salire a casa sua perché suo padre – e lo dice con tutta la naturalezza del mondo – era un caro amico di Céline, che spesso frequentava la casa dove lei vive ora. La sua porta è accanto a quella dello scrittore («avevo le chiavi fino a non molto tempo fa») e la sua casa è il più classico appartamento parigino: parquet, pareti foderate di libri, prime edizioni delle opere di Céline con dedica e poi una splendida finestra angolare da cui si domina tutta la città e da cui, mi assicura, suo padre e Céline osservavano Parigi nelle mani dei tedeschi. Mentre ero lì però ripensavo a quello che ha scritto e fatto Céline: medico di chiunque arrivasse ferito a Montmartre e collaborazionista, autore di un capolavoro assoluto come Il viaggio al termine della notte e dei ripugnanti pamphlet antisemiti, chiedendomi se la proverbiale separazione tra uomo e opera abbia davvero senso. 

Sono tornato a questi pensieri leggendo Mostri di Claire Dederer (Altrecose, traduzione di Sara Prencipe), che nel suo sottotitolo riassume bene la questione: Distinguere o non distinguere le vite dalle opere: il tormento dei fan. Il libro nasce da un articolo pubblicato su «Paris Review» in cui Dederer

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