Siamo stati in tanti posti, abbiamo “pingato” – come dice mio figlio – posizioni in città, Stati, continenti, poggiato i piedi ovunque da New York a Tokyo, ma di fatto abbiamo smesso tutti di viaggiare almeno dall’inizio degli anni Zero, quando abbiamo comprato il primo TomTom o poco più tardi, quando Google Maps, che all’inizio ci diceva come raggiungere Bolzano da Ragusa, ha iniziato a portarci a spasso per il quartiere, per le vie, per i metri e i centimetri da qui a lì, a dirci come fare a trovare il bancomat, ad andare al bagno, a raggiungere Piazza della Repubblica dalla Stazione Termini. Perché ci spostiamo tanto, arriviamo ovunque, ma pochissimi hanno il privilegio ancora di andare, come dice Colombo a Gutierrez, «in mezzo a questo mare, in questa solitudine incognita», forse giusto per caso in montagna, quando il gps va a ramengo e per seguire il sentiero ci tocca tirare fuori la mappa incartapecorita che per vezzo tenevamo ancora in fondo allo zaino.

Eppure, dai tempi di Gilgamesh, l’altrove fisico ci ha talmente ammaliati e spaventati che l’uomo l’ha sempre raccontato: odeporiche reali o immaginarie che dal Nilo al mare omerico color del vino, dalle vie per Kublai Khan agli sbagli di Colombo, dai voyages cinquecenteschi e i grand tour settecenteschi, fino alle mappe patagoniche e ai pollici alzati negli spazi americani, hanno sempre avuto a che fare con l’angoscia voluttuosa dell’arrivare al prezzo di sbagliare, di tentare, di errare fuori dal tracciato. 

Senza per forza tornare a nomi consueti, nell’anno in cui avrebbe compiuto i suoi settant’anni, ha senso un tributo al nostro vero ultimo grande scrittore di viaggio, di quel tipo di viaggio, ovvero Giorgio Bettinelli (1955-2008), viaggiatore e scrittore misconosciuto ai più (ma idolatrato dallo zoccolo duro dei suoi lettori), autore di quattro libri continuamente ristampati da Feltrinelli, nei quali descrisse i suoi incredibili giri a bordo di una Vespa, che lo portarono dal 1992 al 2006 a coprire tutto il globo terrestre. Di questi vale la pena citare In Vespa. Da Roma a Saigon (1997), che racconta il primo viaggio dall’Italia al Vietnam, e soprattutto Brum Brum. 254.000 chilometri in Vespa (2002), dove Giorgio Bettinelli narra tre dei suoi cinque viaggi più importanti, il secondo, quello dall’Alaska alla Terra del Fuoco (dal 1994 al 1995 per un percorso di 36.000 km), il terzo, quello da Melbourne a Città del Capo, (52.000 km in un anno esatto, fra settembre 1995 e settembre 1996) e infine il vero e proprio giro del mondo da lui ribattezzato «World Wide Odyssey» (dall’ottobre del 1997 al maggio del 2001, con partenza dalla Terra del Fuoco e arrivo in Tasmania, e con tanto di rapimento in Congo). A queste due opere, due pietre miliari della nostra odeporica contemporanea, faranno seguito Rhapsody In Black. In Vespa dall’Angola allo Yemen (2005) e La Cina in Vespa (2008), cronaca, per certi versi più malinconica, della scoperta del continente ignoto, dove Giorgio Bettinelli nel 2004 aveva deciso di trasferirsi dopo essersi sposato e dove morirà improvvisamente nel 2008 a Jinghong.    

© Gaia Cambiaggi

Eppure, tutto era iniziato per caso. Giorgio Bettinelli, (figlio della contestazione, già diciottenne su un Magic Bus per l’India, poi musicista, parteciperà con i Pandemonium anche all’edizione 1979 del Festival di Sanremo), sale per la prima volta in sella a trentasette anni, tra gli assestamenti bruschi di una vita che aveva trovato requie in Indonesia e una Vespa derelitta regalatagli da un giovane del posto, Wayan, al quale Bettinelli con un piccolo prestito aveva dato una mano a salvare casa e famiglia. La contingenza del dovere rinnovare i documenti, la scelta di andare a farlo percorrendo su quella Vespa rimessa su alla bella e meglio i duemila chilometri tra Giava e Sumatra, senza sapere guidare, senza sapere mettere mani al motore, fosse anche per sostituire una candela, ed ecco che, disbrigate le pratiche, all’alba del giorno in cui quell’esperienza singolare sarebbe dovuta terminare, arriva l’intuizione del primo folle volo che gli avrebbe cambiato la vita:  «Ma verso le cinque di mattina mi risvegliai di soprassalto, frastornato (…) già sapevo che l’idea era nata dentro di me, già sapevo che sarei andato in un modo o nell’altro dall’Italia al Vietnam su una Vespa». 

Così, appena due mesi dopo, il 30 luglio del 1992, Bettinelli si ritroverà a mettere in moto la sua 125 a Roma, Piazza del Popolo, rotta per Saigon, di fatto per non fermarsi più per il resto dei suoi giorni, e poco conta che già in un distributore sulla Salaria, al primo rifornimento, rischierà di bruciare tutto, complice il ragazzo del Bangladesh che gli scaricherà per errore litri di benzina nella buca della presa d’aria. Da quel giorno Giorgio Bettinelli inizierà a macinare chilometri, a portarci tra le pagine e una lingua che è correlativo oggettivo dello stare lì, seduti in sella a sentire lo stesso vento e lo stesso puzzo di miscela al 2%, a inserire ogni tanto preziosi raccontini inventati e mossi dalle suggestioni dei luoghi, a parlarci – oggi merce rara – di cosa possa essere la felicità, parola che spesso tornerà in confessioni di questo tipo, disseminate ovunque nei suoi libri: «E io mi sento, per un attimo e senza saperne il motivo, così bene quasi da averne vergogna».

Sì, provare grazie a Bettinelli quella percezione di felicità purissima che solo l’ignoto può ancora darci, quando ne contempliamo la possibilità, quando lo abbracciamo, quando ne facciamo memoria una volta che lo abbiamo attraversato, come Bettinelli ritualmente faceva ogni volta che terminava una giornata

Tornare a leggere i viaggi di Bettinelli, a distendersi con lui in orizzontale lungo tutta l’Asia, dall’Italia al Vietnam per 24.000 km, e poi lasciarsi cadere in picchiata per 36.000 km dall’Alaska fino alla fine del mondo nella Terra del Fuoco, poi ancora collegare l’arco di terra più grande che c’è, 52.000 km dall’Australia al Sud Africa, e infine farlo davvero tutto il giro del mondo, per 144.000 km, prima di inoltrarsi nei 39.000 km della Cina misteriosa, mangiarsi con Bettinelli lo spazio metro per metro a 60 km all’ora su ruotine da dieci pollici, incontrare miriade di volti, luoghi, catapecchie, piedi mozzati nel deserto messicano, essere rapiti con Bettinelli e rischiare realmente la vita nell’Africa nera, ecco, tutto questo, pure nell’astrazione fragile ma inesauribile di cui sono capaci la pagina, la lingua, la parola, può significare ancora oggi, per chiunque, tornare a viaggiare «in mezzo a questo mare, in questa solitudine incognita», ma perché «ci fa cara la vita, ci fa pregevoli molte cose che altrimenti non avremmo in considerazione». 

Sì, provare grazie a Bettinelli quella percezione di felicità purissima che solo l’ignoto può ancora darci, quando ne contempliamo la possibilità, quando lo abbracciamo, quando ne facciamo memoria una volta che lo abbiamo attraversato, come Bettinelli ritualmente faceva ogni volta che terminava una giornata: «È questo uno dei momenti più piacevoli della giornata: spiegare la carta sul letto e rimanere per un po’ in contemplazione dei colori pastellati delle varie nazioni; poi seguire con gli occhi e la fantasia la traccia nera, zigzagante, segnata fino a quel momento e aggiornarla con un ultimo tratto di pennarello, leggendo i minuscoli nomi dei villaggi attraversati, per accompagnare ognuno di quei nomi con un ricordo o una sensazione».

Quella felicità, che nelle ultime righe del suo ultimo libro, pare essere un monito alle nostre asfittiche vite geolocalizzate, mappate, pingate sulle coordinate della tristezza:

Adesso sono profondamente felice: una persona triste e malinconica nel profondo, che vive una vita profondamente allegra e felice; una persona tendenzialmente scettica e disillusa, che vive da anni una vita piena di speranze.