La lettura coatta genera mostri. Il libro italiano che, più di qualsiasi altro, conferma questa regola è naturalmente il capolavoro di Manzoni. Giusto o sbagliato che sia, l’uso scolastico dei Promessi sposi ha prodotto una tale quantità di luoghi comuni, che ognuno di noi potrebbe facilmente compilare un dizionario delle idées reçues manzoniane orecchiate strada facendo: dalle più agguerrite e ingenue, volte all’abolizione totale di un libro noioso e bigotto, inadatto ai tempi e agli studenti del biennio, fino a quelle più sfumate e snob, che salvano solo alcune parti dell’opera (“devi assolutamente rileggerti i capitoli sulla peste!”) o che raccontano la miracolosa riconversione al romanzo superati i trent’anni, corroborando il pregiudizio che Manzoni non si legge, ma si “riscopre”.
Per fare un po’ di ordine in questo gran bailamme di opinioni obbligatorie, il saggio di Roberto Bizzocchi, intitolato Romanzo popolare. Come i Promessi sposi hanno fatto l’Italia (Laterza, 2022), è particolarmente utile. Bizzocchi, già professore di storia moderna all’Università di Pisa e autore di numerosi saggi storici, non è un manzonista, ma un “semplice” appassionato del libro. Forse questo ha giovato al saggio: Bizzocchi riesce a ricostruire con precisione e dovizia di particolari il contesto storico coevo a Manzoni, facendo risaltare per contrasto la novità delle sue posizioni intellettuali e delle sue scelte stilistiche, anche per le opere meno conosciute. Il ritratto che ne esce, Manzoni come autore di un conte philosophique, è piuttosto coraggioso, e potrebbe far storcere più di un naso. Ma c’è da dire che l’aspetto militante, apertamente filo-manzoniano, di questo saggio, lungi dal risultare parziale o viziarne gli argomenti, ha il vantaggio di rendere la lettura più coinvolgente, anche nei suoi passaggi più audaci.
I. G.: Uno dei luoghi comuni più diffusi sulla scuola italiana è senza dubbio legato ai Promessi sposi. Avvertite da molti come un anacronistico supplizio, le ore dedicate nel biennio alla lettura del romanzo finiscono per allontanare da un autore che risulta, forse ingiustamente, bolso, passato e antipatico. È d’accordo?
R. B.: Ho letto per la prima volta I promessi sposi a quindici anni, come tutti, e mi sono piaciuti. Anche io giocavo a calcio coi miei compagni, dopo scuola; ma quando tornavo a casa facevo il riassunto del capitolo con piacere – allora si faceva così. Non ho mai percepito, né allora né poi, questa bolsaggine di cui parli. È stata una folgorazione, e per tutta la vita ho coltivato il pensiero di scrivere qualcosa su questo libro, anche se sono un semplice storico. Ci ho messo quasi sessant’anni (ci ho pensato bene), ma alla fine l’ho fatto. Avevo tre obiettivi diversi, legati a lettori diversi. Ho raggiunto solo il primo. Il primo obiettivo era legato ai miei coetanei. Persone che avevano un ricordo lontano del romanzo, più o meno negativo; il mio libro è un invito a rileggerlo assieme a me. Il secondo obiettivo erano i manzonisti, ma su questo non dirò niente, è presto. Il terzo erano i colleghi professori delle scuole superiori. Fino a due anni fa ho insegnato storia all’università e, vedendo i ragazzi, mi chiedevo come fosse possibile fargli leggere con passione questo libro. Il saggio è anche un tentativo di dar loro una mano. Forse i professori hanno, giustamente o meno, pensato che non avevano bisogno di farsi spiegare il libro da un vecchio professore in pensione. La prima cosa che farei, se fossi in una classe, sarebbe puntare a un dato base: i Promessi sposi raccontano la storia di due ragazzi che hanno qualche anno in più di voi, che si amano e si vogliono sposare. E già qui ci sarebbe la prima precisazione: oggi tutti noi sappiamo che le pratiche del sesso sono cambiate. Questo dato, che diamo per scontato, è tuttavia una conquista recentissima. Mi basta pensare a mia madre, che trovava assolutamente naturale il comportamento di Lucia. Liberiamoci quindi da questo equivoco e teniamo a mente che la storia dei costumi è cambiata radicalmente soltanto negli ultimi cinquant’anni. I Promessi sposi è un libro degli anni venti dell’Ottocento: hanno quindi duecento anni. Manzoni sapeva che cos’era l’amore, nel suo romanzo c’è, eccome. È la storia di due ragazzi contro la società, una società profondamente ingiusta che vuole impedire loro la cosa più legittima del mondo: amarsi.
I. G.: Il Manzoni che esce dal suo libro è un intellettuale molto più radicale di quello a cui siamo abituati. Un illuminista cattolico, forse l’ultimo uomo del Settecento, “cosmopolita, cioè cristiano”.
R. B.: Qui sta la grandezza del personaggio. Manzoni è indubbiamente il capo dei romantici italiani. Ma c’è un brano molto interessante, nella sua lettera Sul Romanticismo del 1823, che spiega bene cosa intendesse lui per romanticismo: «In Milano, la parola romanticismo è stata adoperata per rappresentare un complesso d’idee più ragionevole, più ordinato, più generale che nessuno altro al quale sia stata applicata la stessa denominazione». Manzoni ha qui in mente il romanticismo tedesco, quello degli spettri, delle cattedrali gotiche, dell’individuo solo, in cima a un promontorio, in mezzo alla tempesta… A lui questo romanticismo non interessa. La sua attività di intellettuale, in dialogo costante con tutti i massimi esponenti delle lettere europee, ha un profilo molto più razionale, incanalato sulla linea dell’eredità illuministica. Non si tratta soltanto di una questione famigliare – certamente anche questo avrà contato per lui: Beccaria, Verri, la Milano di fine Settecento… No, è una questione ideologica. Il suo rapporto con Voltaire, ad esempio, è stato imprescindibile. La famosa ironia manzoniana non è un’ironia da sagrestia, ma è quella di Voltaire. Il suo modo di “fare il verso”, somiglia da vicino alla strategia, tipicamente illuminista, di ridicolizzare il fanatismo. Poi, naturalmente, c’è la questione religiosa. Nel libro mi sono concentrato molto sulle Osservazioni sulla morale cattolica. C’è, in quel saggio, l’espressa volontà di praticare la fede e confrontarsi col cattolicesimo sulla linea della tradizione illuministica. Nell’edizione del 1819 (quella del ’55 è più appesantita da preoccupazioni teologiche) Manzoni fa i conti con Simonde de’ Sismondi, pensatore liberale ginevrino e calvinista per formazione, che riteneva gli italiani culturalmente inferiori perché cattolici. Manzoni, italiano, cattolico e patriota, cerca di replicare alle accuse, e lo fa recuperando la tradizione razionale illuministica.
I. G.: Nel suo libro c’è una citazione meravigliosa di Carlo Cattaneo: «Gli increduli gli vogliono bene e i divoti gli brucerebbero le chiappe». L’anti-manzonismo di destra è utile per capire la novità di Manzoni. Lo odiano addirittura per gli Inni sacri, a prima vista assolutamente innocui per un reazionario cattolico. Perché?
R. B.: Perché il cristianesimo di Manzoni ha una forte carica egualitaria. Pubblicati in piena Restaurazione, i suoi scritti, anche quelli cattolici, scandalizzano. Basti pensare a quello che scrive l’abate empolese Salvagnoli Marchetti, che, se non può criticarne il contenuto, lo massacra a livello stilistico. Il cattolicesimo della Restaurazione, quello dell’alleanza fra trono e altare, non è quello di Manzoni. L’afflato degli Inni sacri, di una poesia come La Pentecoste, disturba, perché è una forma di radicalismo egualitario.
I. G.: A proposito di stile: c’è anche la questione della lingua che usa. Manzoni infastidisce per la sua semplicità.
R. B.: Certamente. Manzoni sta scrivendo a uso e consumo di tutti i fedeli, che giustamente devono capire la lingua, devono sapere cosa stanno cantando. Ricordo bene mia nonna che recitava cinquanta rosari al giorno in latino, di cui capiva forse soltanto l’Ave Maria iniziale. La lingua di Manzoni spezza i rapporti gerarchici, perciò dico che Manzoni e la sua opera sono sovversivi, radicali. Poi, naturalmente, rimane un cristiano: nel suo libro c’è padre Cristoforo, c’è il perdono, c’è la Provvidenza. Se non li avesse messi, non sarebbe stato cristiano! Ma tutto questo purtroppo non è stato capito dagli anti-manzoniani di sinistra: Giulio Bollati, ad esempio, o Sebastiano Timpanaro. La cultura laico-progressista italiana non ha saputo dialogare in modo positivo col cattolicesimo, e questo è stato un grosso problema.

I. G.: Per quali motivi è stato così? Perché Manzoni è stato rifiutato dalla sinistra?
R. B.: La storia è lunga, e in un qualche modo rientra nella storia del derby fra manzoniani e leopardiani. Un derby che viene da lontano: il già citato Salvagnoli Marchetti opponeva a Manzoni Giacomo Leopardi, ritenuto il vero grande poeta di quegli anni; poi c’è stato Carducci, un altro caposcuola dell’anti-manzonismo. E arriviamo fino agli anni Settanta, a Pisa, dove si gioca il momento culminante del derby, deciso da personalità importanti come quella di Timpanaro, un grandissimo maestro. Pensiamo al contesto: è il 1973, in Cile c’è appena stato il golpe militare, e Berlinguer rilascia un’intervista nella quale dice che è necessario, visti i tempi, realizzare una grande alleanza coi cattolici, il compromesso storico. Non tutti i moderati fanno schifo e il cattolicesimo, volenti o nolenti, fa parte del sentire delle masse popolari. Alcuni parlamentari del Pci, quelli più a favore del compromesso, come ad esempio il critico letterario Carlo Salinari, iniziano una grande propaganda attorno ai Promessi sposi. Ed è allora che i duri e puri, magari fuori dal Pci, si oppongono. Timpanaro l’ho conosciuto di persona, e ne conservo ancora un bellissimo ricordo; aveva però delle rigidità, era un po’ elitario. Da Timpanaro e dai gruppi più politicizzati è montata una polemica anti-manzoniana formidabile, che ha creato pregiudizi che continuano ancora oggi. Ricordo di avere assistito a dibattiti in cui si cercava di capire chi, fra Manzoni e Leopardi, fosse più corrispondente alle aspettative politiche della classe operaia. Oggi suona surreale, ma è successo! Naturalmente la risposta è stata Leopardi, come sancito dalla raccolta di Timpanaro Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana. Ed è così che Manzoni, da sempre contro tutti i compromessi, nonché convinto antitemporalista, è stato scaricato dalla sinistra.
I. G.: La questione nazionale è centrale in tutta la produzione manzoniana. Il romanticismo europeo ha propagandato una visione etnocentrica della nazione, basata sul legame di sangue. Nell’Adelchi il richiamo alla razza è forte; e anche nei Promessi sposi gli spagnoli non fanno una bella figura. Perché questo romanzo non si può definire etnocentrico?
R. B.: Anche in questo, non sono riuscito a convincere i manzonisti. Naturalmente Manzoni fa parte del movimento romantico europeo; ci sono quindi tracce, nella sua produzione, di quell’etnocentrismo che caratterizza la temperie europea del periodo. Lo si trova nell’Adelchi, nel Conte di Carmagnola; ma il romanticismo etnico e guerresco (che, si badi bene, è un aspetto che tormenta un autore sinceramente cristiano come Manzoni) raggiunge il suo apice nell’ode Marzo 1821, coi suoi famosi versi: «Una gente che libera tutta | o fia serva tra l’Alpe ed il mare; | una d’arme, di lingua, d’altare | di memorie, di sangue, di cor».Tutto cambia coi Promessi sposi. Manzoni riflette, recupera un dialogo con gli intellettuali liberali, con Sismondi e il circolo di Coppet, perché vuole che gli italiani siano considerati alla pari dei francesi, dei tedeschi, degli inglesi. Inizia a immaginare una comunità europea. Possiamo dire che i tedeschi sono diversi da noi, razzialmente? Certo che no. Siamo tutti figli di Dio, anche se abbiamo storie e lingue diverse. È questo che Manzoni mette a fuoco durante la stesura dei Promessi sposi. E infatti, nel romanzo, gli spagnoli non sono affatto diversi etnicamente. Sono semplicemente cialtroni, come lo sono i governanti italiani. Il problema è il malgoverno, la cultura, non la razza. Questo è l’elemento chiave, che risalta se mettiamo a confronto il suo libro con quelli dei suoi contemporanei come Guerrazzi, D’Azeglio o Berchet. Manzoni, il massimo intellettuale di un paese schiavizzato, riesce a fare un discorso che non è mai razziale, ma politico. Purtroppo (e aggiungerei, tragicamente) nella storia europea dei due secoli successivi, la posizione di Manzoni e dei liberali non è stata quella vincente.
I. G.: C’è un episodio curioso che riporta nel libro. In una lettera a un recensore, Mazzini si lamenta del fatto che Manzoni abbia voluto ambientare il suo romanzo proprio nel Seicento. Perché questa scelta dava fastidio?
R. B.: Non dobbiamo prendere la critica di Mazzini sottogamba. Per gli intellettuali del Risorgimento era imprescindibile rivitalizzare la cultura italiana, accendere il patriottismo coi grandi esempi del passato. I Vespri siciliani, l’ultima Repubblica fiorentina… Per questi autori, il Seicento rappresenta il peggio del peggio della decadenza. Meglio soprassedere e scrivere di cose più edificanti. Per Manzoni vale il contrario: è proprio perché il Seicento rappresenta il peggio del peggio che occorre affrontarlo e farci i conti, se vogliamo ricostruire l’Italia. In questa scelta opera fortemente la sua eredità illuministica.
I. G.: Eredità che, in questo caso, spinge Manzoni ad avallare molti pregiudizi sul Seicento…
R. B.: È così. Infatti oggi gli storici non parlano del Seicento come di un “secolo bestiale”. D’altronde Manzoni ha dato una definizione che va bene per tutti i secoli. Il Novecento non è stato forse un secolo bestiale? E se non sono bestiali per qualcuno, lo sono per qualcun altro… Nei Promessi sposi il dialogo con Beccaria e Verri è continuo. Loro, uomini del Settecento, avevano il problema di separarsi nettamente e condannare il secolo che li precedeva. Questa eredità è talmente forte che anche da cattolico non riesce a esimersi da critiche esplicite. Il cattolicesimo della Controriforma non è accettato in toto da Manzoni. Una cosa sono il cardinale Federigo e fra Cristoforo, altra cosa don Abbondio o il padre provinciale, vittima di una delle pagine più taglienti di Manzoni. Bisogna drizzare le antenne quando Manzoni usa l’ironia, perché è lì che si può rintracciare il suo illuminismo di fondo. Pensiamo all’espressione “due potestà, due canizie”: sta parlando di due vecchiacci che stanno permettendo a un prepotente di stuprare una ragazza. Li denuncia apertamente. Non importa che tu sia il grande conte zio o il padre provinciale dei Cappuccini. Sei dalla parte sbagliata.
I. G.: Arriviamo così a uno snodo fondamentale, ovvero alla Storia della colonna infame, che marca la posizione morale di Manzoni, equidistante sia dal pensiero illuminista che dallo storicismo romantico, allora nascente. Come si colloca Manzoni fra questi due poli, e perché è così importante questa appendice per la comprensione del romanzo?
R. B.: Siamo qui ancora in piena eredità illuminista. Non è vero che le cose vanno bene perché esistono; le cose vanno giudicate. E nei Promessi sposi il narratore pone continuamente delle domande al lettore: questa cosa è giusta o no? Quest’azione, questo personaggio, questa battuta: come li giudichi, con la tua libera coscienza? Quando parlo del tono settecentesco dei Promessi sposi (ancor più marcato nel Fermo e Lucia) parlo anche di questa petulanza, tipica dei romanzi del secolo dei Lumi. Pensiamo al Tom Jones, a quante volte la narrazione si ferma per riflettere: “Non possiamo qui esimerci dal fare una considerazione, eccetera…”. Manzoni è un uomo del Settecento, ma c’è una grande differenza rispetto agli illuministi: la fede. Quando trattano di eventi storici, Beccaria, Verri e gli altri, uomini del progresso, finiscono per ragionare in maniera non dissimile da Hegel e dallo storicismo, anche se per motivi diversi. Parlando del Seicento dicono: in questo contesto domina il fanatismo. L’epoca è così, il luogo è così: dunque non c’è niente da fare, fanno schifo tutti. Analogamente lo storicismo romantico, se spinto alle sue estreme conseguenze, finiva per giustificare l’esistente: se è successo, allora è necessariamente razionale. Per Manzoni le cose non stanno così. Il radicalismo della sua libertà di coscienza non permetteva di pensarlo. Troppo comodo! Bisogna giudicare le azioni personali, perché siamo liberi e responsabili, in ogni caso. C’è chi dice che la Storia della colonna infame è un’opera antipopolare perché è pervasa dalla paura della folla, ma le cose non stanno così. L’opera è una critica vibrante contro l’abuso del potere di giudicare gli altri. Non per nulla piaceva così tanto a Sciascia e ad altri intellettuali radicali. E, non bisogna mai dimenticarlo, questo libro è parte integrante dei Promessi sposi. Fra l’edizione del ’27 e quella del ’40, Manzoni cambia tre cose decisive: la lingua, l’aggiunta delle figure e l’appendice. La parola “fine” non compare alla fine del romanzo, ma alla fine della Colonna infame. Chi vuole intendere, intenda! Questo è il vero finale dei Promessi sposi, dove si espone la tragicità della vita. Quei due poveretti, per aver sfiorato un muro, finiscono come finiscono. Il romanzo appartiene a un altro genere, che a Manzoni non piaceva affatto e che richiedeva un lieto fine. Che nella realtà, spesso, non c’è.

I. G.: Manzoni non sopportava i romanzi. Perché? E perché I promessi sposi è un romanzo poco romanzesco, secondo lei?
R. B.: La prima volta che Manzoni legge l’Ivanhoe, popolarissimo romanzo di Walter Scott, non gli piace per niente. Erano tutti in adorazione, al tempo. Ma in realtà non è così appassionante, ha ragione lui! Manzoni odia il genere romanzesco perché, come abbiamo detto, il suo romanticismo non è paragonabile a quello europeo. Lui pensa alla diffusione del libro, sa che per essere davvero popolare, per arrivare al “ventiseiesimo lettore”, deve usare quella forma. Ma fa tutto quel che può per limitarne gli aspetti romanzeschi, per far ragionare e non semplicemente commuovere. E infatti non scrive un romanzo, scrive un conte philosophique. Diverso da quelli di Voltaire – dopotutto sono passati già cinquanta o sessant’anni. C’è addirittura un critico letterario, Paride Zajotti, che in uno scritto del 1827 suggerisce a Manzoni delle modifiche al romanzo per commuovere maggiormente i lettori!
I.G.: Abbiamo accennato al progetto manzoniano di una lingua italiana popolare e unitaria. Oggi questa novità è appannata dal passaggio dei secoli, ma allora doveva essere notevole.
R. B.: Nel passaggio fra le due edizioni, dal ’27 al ’40, la prima preoccupazione di Manzoni è politica. Vogliamo scrivere un romanzo che potranno leggere anche Renzo e Lucia, magari aiutandoli con le figure? Un romanzo che venga letto da tutti, in tutta Italia; che aiuti a ricostruire una nazione; che fornisca agli italiani un programma etico-politico, senza cadere nelle follie genetico-razziali romantiche e facendo i conti con un passato e un presente pesanti? Allora questo romanzo non si può che scriverlo in un italiano veramente popolare, parlato, e non in quello aulico e letterario a cui siamo abituati. C’è un problema però: questa lingua non esiste. Non siamo fortunati come i francesi, che sono nazione già da secoli, e che hanno già realizzato la loro unità linguistica. Allora che fare? Si prende l’unica parlata popolare che abbia dignità letteraria, che abbia una grande letteratura alle spalle: il fiorentino. È per questo che, quando leggiamo la versione del ’40, ancora oggi spesso sorridiamo. Chi dice, a Milano, «fo uno sproposito», «io moio»? Nessuno. Ma c’è un altro aspetto cruciale, più raffinato, anche se meno appariscente. Nella versione del ’27, quando don Abbondio è visto arrivare dai due bravi, uno dice all’altro: «Egli è desso». Nel ’40, Manzoni scrive: «È lui!». Usa il pronome come soggetto; come fanno a Firenze – come facciamo noi oggi. O ancora: quando portano la povera Gertrude a supplicare la badessa di farla entrare in convento, nella versione del ’27 la badessa «rispose dolerle assai di non potere». Un accusativo con l’infinito. Non siamo al liceo classico! E infatti nel ’40, la badessa «rispose che le dispiaceva molto di non potere». Come vedi, non si tratta solo di toscanismi. Quella di Manzoni è un’operazione socio-linguistica: popolarizza la lingua. Oggi, dopo duecento anni, fatichiamo a capire questo aspetto. Ma basta leggere qualcosa di Leopardi: ci può piacere di più, ma la sua lingua, il suo italiano, non è quello del futuro. L’italiano che verrà, l’italiano della scuola, della televisione del maestro Manzi nasce qui, nasce con Manzoni.
I. G.: I Promessi sposi come un libro pensato per gli ultimi, un “libro con le figure”, appunto. Eppure mi viene in mente un famoso passaggio di Gramsci, che attacca duramente Manzoni. Lo accusa di paternalismo, di distanza sentimentale dal popolo. Che ne pensa?
R. B.: Non sono assolutamente d’accordo. Gramsci arriva a dire che Manzoni tratta i suoi personaggi con la stessa benevolenza «di una società cattolica di protezione degli animali». È un grosso infortunio critico. Ancora oggi ci sono critici che sostengono queste stesse idee. C’è chi ha detto che Manzoni, politicamente, condivide le posizioni del mercante di Gorgonzola, personaggio che appare nel capitolo sedici, e che racconta tendenziosamente i fatti di Milano, infarcendoli di falsità. Le cose non stanno così. Manzoni prende in giro il mercante – così come prende in giro Don Ferrante, che finisce per ammalarsi di peste perché, invasato di teorie aristoteliche, non crede alla realtà del contagio. Quel mercante è un artificio ironico che serve proprio per dire il contrario: attenzione, questo perbenismo antipopolare non è giusto, l’ordine senza giustizia non esiste! Che non mi sembra un messaggio da poco. Poi, naturalmente, non si può nemmeno pretendere che Manzoni sia un rivoluzionario. Lo sappiamo, era apertamente contro il socialismo. Era un cattolico liberale dell’Ottocento.
I. G.: Chiude il suo libro con un’ultima provocazione, legata alla questione femminile: Manzoni come proto-femminista. Professore, è possibile?
R. B.: Sì! [Ride] Come dicevamo prima, lasciamo perdere la questione del sesso, perché tutto cambia negli anni Sessanta del Novecento, e leggiamo bene la storia di Lucia. Chi è che sceglie del suo corpo? Renzo, Don Rodrigo? Assolutamente no. È Lucia che sceglie per se stessa, che decide di fare voto di castità e non cedere. Prova a leggere la Storia della mia vita di Casanova. C’è chi continua a lodare la modernità di quel libro. Ma aveva ragione Fellini: Casanova è triste. Il rapporto col corpo delle donne è un rapporto puramente economico. In molti, al tempo, la pensavano così. Manzoni è proto-femminista: sono le donne a decidere cosa fare. Non a caso, il fulcro di tensione del romanzo si trova nella storia di Gertrude. Oggi sappiamo benissimo che il Seicento descritto da Manzoni non corrisponde alla realtà dei fatti: non tutte le ragazze vivevano il convento con disperazione, per molte era una scelta logica, che faceva parte del naturale corso delle cose. Manzoni cosa fa? Rappresenta l’esempio estremo: un padre padrone che pretende di imporre un destino a sua figlia, facendole una terribile violenza morale. Manzoni parteggia per la ragazza.
I. G.: Prima parlava di un programma etico-politico per la nazione racchiuso nei Promessi sposi. Se dovesse sintetizzarlo in poche parole, quale sarebbe?
R. B.: Costruire la nostra convivenza di italiani su valori di razionalità e rispetto, e sulla base della responsabilità individuale dei comportamenti, che è anche la chiave della propria libertà. Libertà e responsabilità vanno necessariamente assieme.