Se tutti ricordano Don Abbondio, non certo nato con un cuor di leone, grazie all’ormai proverbiale immagine di «un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro», forse meno nota è la curiosa metafora del vino appena affinato in una vecchia botte con cui Alessandro Manzoni descrive, nel capitolo XI dei Promessi sposi, le difficoltà della Perpetua nel custodire il gran segreto che «stava nel cuore della povera donna, come, in una botte vecchia e mal cerchiata, un vino molto giovine, che grilla e gorgoglia e ribolle, e, se non manda il tappo per aria, gli geme all’intorno, e vien fuori in ischiuma, e trapela tra doga e doga, e gocciola di qua e di là, tanto che uno può assaggiarlo, e dire a un di presso che vino è».

Abbondano, nel romanzo, i riferimenti agli alimenti, la stessa Perpetua fa la sua prima comparsa con un gran cavolo sotto il braccio, e alle pietanze come la polenta bigia a casa di Tonio o lo stufato servito a Renzo all’osteria della Luna Piena, il cappone e il brodo scodellato sulle fette di pane per Lucia. Per non parlare dell’importanza del pane, del suo prezzo e della sua drammatica assenza. Ma è il vino a rendere il naso più rubicondo del solito al noto dottor Azzecca-garbugli e a colorire l’indimenticabile scena della tavola al palazzotto di Don Rodrigo dove si reca, coraggiosamente, Fra Cristoforo al quale il signorotto arrogante chiede che si porti da bere. Il padre si schermisce e Don Rodrigo gli grida dietro: «No, per bacco, non mi farà questo torto; non sarà mai vero che un cappuccino vada via da questa casa, senza aver gustato del mio vino, né un creditore insolente, senza aver assaggiate le legna de’ miei boschi». Insomma, con le spalle al muro, il povero frate è costretto a sorbire un po’ di vino servito da un’ampolla in un lungo bicchiere a forma di calice. Meno raffinato, forse, ma sicuramente potente nell’effetto di “ubriachezza” il vino assaporato da Renzo Tramaglino all’osteria della Luna Piena. Il promesso sposo non solo chiede se il vino è sincero, ma maledice pure gli osti: «Maledetti gli osti!», «più ne conosco, peggio li trovo». E il vino, delle volte, sa essere anche traditore. «Ier sera veramente ero un po’ allegro: questi osti alle volte hanno certi vini traditori; e alle volte, come dico, si sa, quando il vino è giù, è lui che parla». 

Considerando dunque la presenza enologica nel romanzo, vien da chiedersi se l’autore fosse appassionato di vino e distillati. «Non era un gran bevitore» mi riferisce Sergio Redaelli, autore del saggio Manzoni viticoltore e la villa di Morosolo, «men che meno del vino delle sue vigne.

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