Storpiando uno slogan pubblicitario di Marcello Marchesi per il Carosello del dentifricio Chlorodont, davanti a Mario Soldati si potrebbe esclamare: “Con quella penna può dire ciò che vuole”. Tutto in lui diventa narrazione e affabulazione, nei modi più naturali, grazie a quel perenne regime conversativo, che garantisce immediatezza e provvisorietà, in modo da mettere sempre a proprio agio il lettore che vi si trova coinvolto. Da questo punto di vista Vino al vino (1977, più volte ristampato da Mondadori, ora da Bompiani) ne è per certi versi la summa. Libro monumentale (più di ottocento pagine, nell’ultima edizione), raccoglie i reportage di tre viaggi in Italia negli autunni del 1968, ’70 e ’75, con assaggio di centinaia di vini, nelle diverse varietà di vitigni e gradazioni. Il catalogo finale di questo dongiovannesco Bacco, stilato in calce al libro, supera i trecento vini degustati.
Erano gli anni, per quanto riguarda la campagna italiana, di radicale e irreversibile mutamento: asfalto diffuso in strade e stradine, trattori al posto di carri e buoi, botti anche di cemento o acciaio, fine della pigiatura dell’uva con i piedi.
Soldati è ben consapevole di essere su questo crinale, che vuol dire anche sviluppo di una produzione industriale e crisi, se non fine, della produzione minuta di contadini, con progressiva estinzione della viticultura in varie lande meno fruttuose. E, da genuino conservatore quale era, conduce la sua polemica verso l’avvento del doc e la tecnicalità enologica con il suo lessico prefabbricato; in chiusura dei suoi viaggi con assaggi scrive Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti