«Miituu».
Il suono era uscito distorto, un gorgheggio involontario, come annaspando nel reflusso della Tennent’s mandata giù con foga.
«E allora, com’è andata?», aveva chiesto lei.
«Miituu», le aveva risposto. Quelle vocali amplificate e compresse a un tempo, snaturate in una risacca della gola.
«Uh, il solito esagerato, che sei».
Marta sempre sbrigativa, quando gli rispondeva dal lavoro, che parlargli lì dall’open space era quasi concedersi una distrazione non meritata. Assente no, questo mai: c’era spesso il sottofondo di carte sfogliate, del picchiettare sulla tastiera, c’erano tra una frase e l’altra certe sospensioni di silenzi dovute forse al lampo di altri accidenti, l’occhiata intercettata di un collega, vai a sapere, ma poi pure quelle conversazioni a intermittenza, smozzicate, si depositavano limpide nella sua mente. «Sei tu, caro mio, che insisti a dire sia un cliché, la storia che noi donne sappiamo fare più cose contemporaneamente». Inappuntabile come pretendeva d’essere, era semmai inconcepibile che indulgesse ancora nel vizio del fumo, continuava a pensare Stefano: che chissà come faceva a conciliare le pause sigaretta col suo ossequio al culto della professionalità. «Vuoi davvero chiederti se mi è più indispensabile la tua voce o la nicotina?», sogghignava lei ogni volta, allusiva, a lasciare intendere, scherzando o forse no, che fosse meglio non pretendere una risposta.
Però stavolta davvero c’era dell’altro, a spiegare quell’insofferenza nel tono, l’essenzialità dei modi. Esagerato, in effetti, Stefano probabilmente lo era stato, nei giorni passati. A furia di esaltare i meriti del Maestro, e magnificare i possibili profitti che dall’incontro sarebbero potuti derivare, col suo entusiasmo adolescenziale aveva indotto in lei, per reazione, un eccesso di realismo, uno scetticismo preventivo rispetto alle aspettative che Stefano era andato montando. Tanto più che quei meriti al Maestro nessuno sembrava riconoscerglieli sul serio, o non più quantomeno; quella fama se davvero c’era stata, e quel manipolo di esaltati con cui Stefano costringeva Marta tutti i giovedì sera a bersi una birra a piazza Sempione dicevano che sì, c’era stata, di certo era svaporata da un pezzo. «Sarò pure una che fa consulenza alle imprese, e non frequenta l’ambiente, ma se fosse ’sto mito che dici lo avrei almeno sentito nominare». E lui più che irritato o demoralizzato da queste obiezioni veniva fomentato; e così aveva allora insistito, e per intere serate, sentendo il dovere di elencare tutti i successi del Maestro, i debiti che autori ben più celebri, e quelli sì noti a tutti, avevano nei suoi confronti: e che se davvero era negletta, quella gloria che Marta non gli riconosceva, lo si doveva alla sciagura dei tempi e anzi no, più che a quella lo si doveva all’integrità morale di quest’uomo ormai settantenne che aveva rivoluzionato il teatro civile indipendente italiano ma sempre rifuggendo ogni compromesso, ogni lusinga, e aveva saputo dire di no a Gassman e a Carmelo Bene perché il grande attore è piccolo borghese, questo diceva. «Un romanzo solo, ha scritto, e ci è arrivato in finale allo Strega. Che poi non vinse solo perché quell’anno era già stabilito che toccasse a Mondadori, vabbè. Le solite cose all’italiana. Ma comunque ti rendi conto? Ti rendi conto che la Treccani lo cita in ventitré lemmi, come esempio? Se cerchi rabbruscare sulla Treccani, lo trovi. Praticamente tolto che so, Gadda e Montale, e forse un paio d’altri, nel Novecento nessuno ha più occorrenze di lui». Al che Marta si stringeva nelle spalle («Rabbruscare, eh?»), scioglieva in un sospiro le sue residue, non scalfite perplessità. «Io ora sai che occorrenza ravviso, piccolo intellettuale? Che mi fai un bel massaggino al collo, su. O è piccolo borghese, il massaggino al collo?».
E forse questa era la cosa che Stefano aveva imparato ad apprezzare di lei: questa sua capacità di accettare in maniera serena, quasi indolente, dei capricci che nel fondo del suo spirito pragmatico, razionalissimo, Marta in verità disapprovava profondamente. Era condiscendente e inflessibile al tempo stesso. Lo costringeva a fare i conti con le vanità che coltivava, ma senza mai svilirle. In uno stesso sguardo, nel solo inclinare del collo aggrottando la fronte, quel gesto da madre che t’assolve nell’attimo stesso in cui ti sbugiarda, c’erano insieme il realismo della statistica che aveva mollato da un giorno all’altro l’amato dottorato in matematica accettando l’offerta di un contratto a tempo indeterminato in Ernst&Young e la dolcezza della ragazza che due anni prima lo aveva accudito per un mese intero in una stanza d’ospedale, rischiando di comprometterlo, il lavoro, dopo che lui era finito al Pronto Soccorso in coma etilico al termine dell’ennesima possibile grande occasione andata in fumo. E neppure sarebbe giusto dire che questa indefinibile grazia di Marta nel comprenderlo senza coccolarlo la apprezzava, Stefano, se nell’apprezzamento sta un che di consapevole. Semplicemente beneficiava dell’umore trasudato dalle discussioni a volte estenuanti fatte a cena, e grazie a quello continuava a tenere in aria le sue velleità, un po’ come quando da bambino giocava in cameretta, sdraiato sul pavimento con la faccia rivolta al soffitto, a non far cadere i foglietti di carta velina che suo padre lasciava scivolare dalla mano, e lui doveva sforzarsi di risospingerli in alto con un soffio ogni volta che planavano verso il pavimento, che una volta a terra non si sarebbero più risollevati e il gioco allora terminava. E come all’epoca, anche adesso, coi trent’anni ormai incombenti, Stefano riusciva chissà come a ignorare ogni volta lo spettro della frustrazione che sarebbe maturata come contrappasso al suo millesimo slancio d’ambizione, che forse in quello slancio già covava, e lievitava in un anticipo di paura per il fallimento che però, e qui era l’incanto del suo stare con Marta, lei sapeva percepire senza darlo per scontato: glielo additava con discrezione come a metterlo in guardia, a scongiurare il tracollo, ma quasi che lei stessa credesse, e credesse senza riserve, che forse chissà, stavolta era davvero la volta buona.
«Perché una sua parola potrebbe davvero accreditarmi su tutta una serie di situazioni della scena romana indipendente, capisci? Marco Di Suzzo, per dire, quattro anni fa portò il suo spettacolo al Cinema Palazzo Occupato dopo una recensione del Maestro sui Battenti.»
«I Battenti?»
«La rivista fondata dal Maestro. Nel senso dei flagellanti, non degli infissi. Ma poi comunque non sai mai. Da cosa nasce cosa.»
«Cosa?»
«Eh … Se lui ti dà una sua benedizione, magari poi Christian Raimo ti cita in un post su Facebook. Con tutto quel che ne conseguirebbe …»
«E cosa ne conseguirebbe?»
«Ne conseguirebbe, lascia fare. Eccome se ne conseguirebbe.»

E insomma anche la mattina del famigerato incontro, mentre Stefano ancora in pigiama, nel prepararle la colazione le raccontava di nuovo del Maestro, dei pregressi di quella sua sfuriata furibonda al Maurizio Costanzo Show, forse unico episodio che lo aveva consegnato a un minimo di notorietà popolare, e di come pure quella vicenda dimostrasse del suo sacrosanto desiderio di compromettersi pur di restare puro, continuando sulla via dell’avanguardia anche a costo di vivere in bilico sullo strapiombo dell’indigenza, insomma mentre lui continuava a esaltarsi e a smanettare con lo schiumatore della Nespresso nuova, Marta, che nel frattempo con una mano scrollava sul tablet ricontrollando le slide per la presentazione del pomeriggio e con l’altra si spazzolava i capelli («Dai, Ste, va bene anche senza cappuccino oggi, che sto di fretta»), seppe comunque trovare il tono giusto, quello dell’ironia sgravata d’ogni malignità, nel chiedergli se fosse proprio sicuro, a maggior ragione, di affidarsi a uno così povero in canna. Poi subito, come a diradare qualsiasi ombra di disfattismo, gli si era parata davanti allargando le braccia e facendo una mezza piroetta in quell’angolo risicato tra il divano e il tavolo che s’ostinavano a chiamare salotto, sicura sui tacchi, reprimendo un sospiro di nervosismo, un poco irrigidita nel tailleur che un tempo le cadeva più giusto, e ora invece le stringeva sui fianchi.
«Dimmi che sono bellissima, su», e intanto col palmo delle mani cercava di appiattire i rigonfiamenti delle tasche dei pantaloni.
«Più che bellissima. Vorrei quasi essere un tuo stagista per seguirti passo passo.»
«Quando mai dovessi averne uno, non mi amerà, te lo assicuro.»
«Allora potrei essere un tuo superiore, così eserciterei il mio ascendente su di te.»
«Fermati prima di dire beceraggini, grazie. Sono le sette e mezza e non so se sono pronta al patriarcato prima del secondo caffè di giornata.»
«Eh, il patriarcato …»
«Eh, il patriarcato, sì. Vabbè, va, vado che è meglio. Fammi sapere come va con lo Shakespeare di Ostiense.»
«Garbatella, semmai. Ma tu invece cos’è che hai oggi pomeriggio?»
«Ma sì, no, niente. Una presentazione sul rapporto Neverland. Niente di che.»
«Neverland?»
«Sì, te ne avevo parlato. Con quelli di Torino. Vabbè ma niente, davvero. Siamo ancora all’inizio. Pensa al tuo incontro, piuttosto. Sono sicura che andrà bene, vedrai.»
E chiudendosi la porta alle spalle lo aveva lasciato lì, nel gorgo del suo rimuginio, a chiedersi cosa significasse esattamente andare bene. Qual era la speranza minima? Il discrimine per decidere poi se cedere alla gioia o alla disperazione, dove andava fissato? Si portò il Mac sulla tazza del cesso: aprì il file che aveva inviato al Maestro, un saggio da portare in scena a mo’ di recital. Scorse a caso e iniziò a interpretare il testo, cercando nella sua voce una conferma della sua convinzione, qualcosa che valesse a legittimare la speranza per l’incontro che s’approssimava, un po’ come quando si ripassano un’ultima volta gli appunti prima dell’esame, più per mettersi la coscienza a posto che per scacciare le ultime incertezze.
«Maggio 2021. Fare della propria vita come si fa un’opera d’arte: l’assunto presupporrebbe la necessità di gesti portentosi, o quantomeno la capacità di plasmare a uno a uno i propri giorni, ribellandosi all’idea che un’esistenza scivoli nell’inerzia degli accidenti. Nella concezione degli esteti in questo stava la grandezza del superuomo, che dunque schifa le masse perché ne aborre l’indolenza, la loro lenta morte quotidiana.
Chiara Ferragni sembra quasi aver ribaltato il paradigma: esaltando il suo modello di ragazza semplice, di diva acqua e sapone che ambisce a una normalità apparente, ha reso milioni di vite qualsiasi finalmente degne di essere vissute. D’altronde se anche un pranzo in casa, beninteso con le porzioni essenziali e ben impiattate, se anche una passeggiata nel bosco, una mattinata in palestra, possono riscuotere apprezzamento tra i tuoi amici e dunque garantirti appagamento, purché i filtri siano adeguati e l’outfit sempre al top, allora tutti possono ritenersi soddisfatti di quel poco che il destino gli ha riservato.»
L’impostazione pretenziosa della sua voce da finto attore si smagliò in un rantolo, una fitta all’intestino lo costrinse a contorcersi un poco sulla plastica del water. Si intravide di scorcio nel tondo dello specchio ingranditore che Marta utilizzava per sistemarsi il trucco o per schiacciarsi i punti neri: lo sforzo lo rendeva ridicolo, in quella smorfia di fatica, mezzo arrossato. Proseguì nella lettura.
«Il suo talento imprenditoriale le avrebbe consentito di concedersi ogni capriccio, vivere la propria apoteosi nella dissolutezza più accecante come un’ereditiera qualsiasi: vantarsi pure lei d’aver messo i lampadari di cristallo e l’impianto dell’aria condizionata nella casa a due piani del suo cane. E invece Chiara il successo l’ha usato per costruirsi una famiglia e trascorrerci le giornate in serenità. Il suo orizzonte di valori, a scorrere a ritroso il suo profilo, risulta quasi deludente: un marito con cui divertirsi e da non tradire mai, un figlio da viziare e da educare alle buone maniere nordiche, un lavoro remunerativo a cui dedicarsi con impegno, sorelle e genitori da portare a cena almeno una volta a settimana. Sembra insomma affezionata alle soddisfazioni più dozzinali, quelle che rendevano piena la permanenza sulla terra delle donne della media borghesia di quarant’anni fa. Semmai la sua fama, il suo avercela fatta, le è servita ad arrivare prima a quel benessere, accorciando quel limbo esistenziale in cui le vite di milioni di suoi coetanei macerano tra i venticinque e i quarant’anni, quando giovani non si è già più ma adulti non si riesce, e forse neppure ci si affanna, a diventare. La sua folle, rocambolesca esperienza l’ha portata prima degli altri ad archiviare l’età dell’incoscienza: la prima tra le amiche di sempre a diventare mamma («Ero la più piccola della comitiva, mi sentivo quasi una ragazza madre»), la gravidanza come una forma di sballo precoce.
La quindicenne di Corato, scappata di casa a sei mesi esatti dalla serrata del profilo della Ferragni e riapparsa una settimana più tardi sulla provinciale verso Bitonto, investita da un furgone che se l’è vista sbucare all’improvviso come un fantasma da dietro un casolare mezzo diroccato, pochi minuti prima del fattaccio aveva consegnato a Instagram l’estremo suo saluto: «Non avrò mai una vita bella e normale come lei». Sotto, aveva condiviso una vecchia foto della Ferragni in spiaggia che tiene in braccio Leo, e Fedez alle loro spalle che fa le linguacce.»
L’intestino s’era finalmente rilassato. Quel che doveva essere, era stato. Stefano fu pervaso da un indefinibile senso di leggerezza, e insieme a quello dal conforto che forse tutto potesse andare per il meglio.
Un incoraggiamento, certo, questo se lo aspettava: per quanto non fosse da dare per scontato, se le voci sulla scorbutica schiettezza del Maestro, il suo noto compiacimento nell’emettere giudizi liquidatori, erano tanto diffuse.
«Fare ecologia»: così gli aveva sentito dire, in un video ritrovato su YouTube, una vecchia intervista che il Maestro aveva concesso, ed era una assoluta rarità, durante un presidio a cui aveva partecipato in solidarietà col Comitato di Lotta per la Riapertura del Teatro Piccolo di Pietralata. «Fare ecologia, nel senso di bonificare il dibattito pubblico dal proliferare parassitico dei manoscritti, dei dattiloscritti, delle bozze, dalle sillogi inviate in allegato, da tutto questo profluvio sconcio di pseudo-narrativa, di io io io. Aveva ragione Fellini, già in Otto e mezzo. O meglio no, non aveva ragione, perché lì la tesi del critico viene squalificata come l’invettiva di un pedante, che infatti finisce impiccato. E Fellini, che era un pavido e un decadente, ne fa solo una questione estetica. Ma io dico che qui fare ecologia è una missione anzitutto politica. Perché l’incoraggiare le velleità di cartapesta dei giovani, l’istigarli a cercare la gloria senza imporre prima l’esercizio della fatica, dello studio, insomma questo trionfo celebrato dell’arte diffusa, dell’arte dal basso alla portata di tutti, cos’altro è, se non l’estremo, più raffinato stratagemma che il Capitale ha elaborato per distrarre i giovani dal dovere della rabbia, della protesta, dal dovere, vogliamo dirla una buona volta questa parola che ormai sembra bandita, della rivoluzione? E questo tanti miei colleghi lo hanno capito tardi. Il mio amico Umberto Eco, ad esempio, che alla fine produceva invettive contro i social che hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli, vi ricordate, ebbene è lo stesso Eco che col suo bel Dams ha garantito a battaglioni di sprovveduti venditori d’aria fritta il diritto a un certificato di artista su carta bollata. Ecco allora il senso del fare ecologia: perché bisognerebbe disboscare, abbattere queste fronde opprimenti di proposte di pubblicazione e pure i tronchi che le sorreggono, e pure le radici da cui si nutrono: queste chiome che fanno ombra sui nostri sguardi mortali, perché solo aprendo un varco di silenzio in questa cappa di fuffa uno spiraglio di luce potrebbe arrivare a rischiarare il poco, pochissimo di buono che si può ancora leggere e ascoltare.»
Erano passati quattro, forse cinque anni da quando aveva scoperto quest’intervista. E all’epoca, nell’ascoltare quelle parole, aveva provato un fremito, un trasporto da cui adesso in effetti faceva fatica a lasciarsi vincere, adesso che almeno in parte quel rigore, quell’intransigenza, era su di lui che sarebbero stati esercitati.
«Che non sia questo, in fin dei conti, ciò che i suoi milioni di seguaci intimamente sognano? Che non stia in questa stabilità famigliare l’ossessione di fondo che cova sotto cumuli di effimere ambizioni, di inverosimili nevrosi? Serviva magari, soltanto, chi la rendesse di nuovo desiderabile, questa semplicità, rivestendola di lustro e di clamore, costruendoci tutt’intorno una narrativa fiabesca, della ragazzina bionda e innocente innamoratasi dell’artista ribelle che la cita in una sua canzone, poi si giurano eterna fedeltà sul palco davanti a migliaia di persone e insieme vivono felici e contenti, e condivisi.»
S’era lavato i denti, aveva esagerato col deodorante come spesso gli capitava. Col Mac in mano, come un cameriere che tiene il vassoio in equilibrio sopra al palmo, in mutande e con la maglia del pigiama, camminava per la cucina e proseguiva nella rilettura.
«A meno che non sia tutto un inganno. Ché se la vita serena, la quiete di due anime che non devono sventrare a ora a ora un’intera settimana per trovare la misera consolazione del venerdì sera, se il sogno di un’occupazione appagante e di un minimo di sincerità di sentimenti diventano accessibili solo in virtù della straordinarietà che la divina provvidenza dispensa ai pochi eletti dalla spunta blu, e manco a tutti tra quelli, allora viene da pensare che questa felicità un poco banale, questa modesta compiutezza delle cose, sia un lusso inarrivabile un po’ come gli hotel a cinque stelle e le spiagge incantate da cui i Ferragnez mostrano la loro normalità risplendente. La loro grazia casalinga trova spazio tra le mura di una villa a Los Angeles, nello scintillio del superattico di CityLife; il loro perenne buonumore s’alimenta di vizi subito appagati, di svaghi e viaggi e novità e regali. E d’altronde la mediocrità che la Ferragni tanto esalta è in realtà ciò da cui ha smaniato – lei, bambina curiosa della provincia italiana – di liberarsi, è ciò in cui tutt’ora teme di risprofondare, almeno a credere alle lacrime che mostra nel confessare che la sua più grande paura era l’idea di non lasciare un segno del suo passaggio nel mondo, di restare confinata “nel dimenticatoio”. Quella melma di anonimato e vane tribolazioni inconcludenti, cioè, in cui annaspano le schiere derelitte dei suoi seguaci. Forse insomma non è così diverso, il giudizio che la Ferragni dà del popolo che sta ai suoi piedi, rispetto a quello con cui un secolo fa D’Annunzio liquidava la plebe. La normalità sarà un rifugio dorato, ma la mia è una gran figata e la vostra fa assai schifo: se volete anche voi la versione full optional, muovete il culo e fatevi venire un’idea.»
Si compiacque dell’esattezza di certe espressioni: quasi sorrise. Eppure, perché quel sospiro di soddisfazione gli tornava indietro in un’eco distorta, uno sgraffio di paura? Per quanto si sforzasse di negarlo, il rischio del rigetto, della bocciatura sdegnosa, c’era. E forse stavolta sarebbe stato diverso: il fallimento, stavolta, avrebbe imposto un ripensamento drastico sul da farsi. E prima che arrivassero altri, a farglielo notare, prima che arrivasse Marta, infine, ecco una delusione ora sarebbe stato lui stesso a considerarla per quel che era: il segnale che davvero occorreva relegare le sue speranze tra i giochi da mettere a prendere polvere in mansarda – sempre che avrebbe mai potuta permettersela, una casa con mansarda.
C’aveva anche scritto una cosa, tempo addietro: una specie di pièce, due soli attori in scena, il palco diviso a metà da un paravento e illuminato alternativamente: quando parlava lei, lui nel buio si freezava, e viceversa. Trentenni entrambi. Lui che non veniva a capo di questo mastodontico romanzo su cui s’accaniva da quando era adolescente, lei che non riusciva a rimanere incinta. A mano a mano che la storia procedeva, la parte di palco attiva era rischiarata da fari sempre più fiochi, sempre più appannati. Alla fine tutto era risucchiato dal buio. Nella penombra, si sentivano dei rumori: uno sparo da un lato, dall’altro l’armeggiare con sedia e corda e poi un rantolo. Il titolo doveva essere: «Orologio biologico». Poi però aveva accantonato l’idea: un racconto sulla crisi di creatività, non proprio un inedito. E pure quell’accostamento tra sterilità così diverse, vai a sapere in che ginepraio di accuse di mascolinità tossica t’andavi a invischiare, che insomma era come suggerire che per la donna era doveroso il sacrificio della maternità mentre all’uomo era riservato il privilegio dell’arte. Pietà. Quindi un ulteriore ripensamento: l’ipotesi, cioè, di cambiare il finale, coi due protagonisti che poco prima di vedersi spegnere la luce erano scossi come da un soprassalto di vitalità, abbandonavano ciascuno il proprio cruccio di generare a tutti i costi e scoprivano un impensabile piacere di vivere liberi dall’assillo di ogni aspettativa, rompevano il divisorio e s’abbracciavano. Sipario. E lì però s’era spaventato davvero, che in quello strano cedere allo sbraco di un finale consolatorio c’aveva quasi visto un’inconsapevole ricerca di un conforto, il preparare il terreno a una rassegnazione che era in realtà quella che lui avrebbe potuto dover accettare di lì a breve, tanto più che quei trent’anni che aveva inizialmente previsto come una soglia esistenziale lontanissima ora gli gravavano sulle spalle come il preludio di una condanna – e allora aveva deciso di abortire il progetto e di non riprenderlo più.

Neppure quando, di lì a poco, la vertigine del fallimento lo aveva assalito più terribile che mai. Quel soggetto presentato all’aiuto regista di Mario Martone per il tramite di un suo amico che c’aveva la madre che dopo il divorzio s’era messa con uno che lavorava a RaiCinema e che ogni tanto per questo tramite al figlio che studiava al Centro Sperimentale gli aveva fatto pure ottenere un ruolo da comparsa in qualche fiction, («’no strapuntino, nun te crede, però comunque …»); quel caffè preso a piazza Mazzini, con l’aiuto regista, questo cinquantenne molisano che girava col basco verde in testa e una sciarpa di seta rossa al collo, che aveva sfogliato con gusto il fascicolo, come a soppesarlo («che certe volte ci portate ’sti soggetti da quaranta pagine, che uno dice e che è, un soggetto o ’na tesi de laurea?»); l’interesse mostrato, e pareva reale, autentico, per la storia di questo neo laureato squattrinato e depresso che a un certo punto impazzisce e va a caccia di tutti i coinquilini con cui gli è toccato di dividere un appartamento negli anni dell’università e li ammazza a uno a uno, convinto forse che eliminando la concorrenza su piazza troverà più facilmente un lavoro, o forse semplicemente abbrutito («una storia che sta nel giusto confine tra iperrealismo e surrealtà, e pure una bella denuncia sociale ci si può vedere, no?»); la promessa di parlarne «a Mario». Poi il nulla. Per settimane. Quindi la telefonata ricevuta, finalmente. «No, guarda, ti ho richiamato solo perché mi sei sembrato un ragazzo in gamba, che ci crede: però niente, Mario dice che non c’è sostanza, non c’è materia. Poi questa faccenda che la madre ringiovanisce mentre il figlio cresce, e si ritrovano a innamorarsi senza saperlo, cioè lui non lo sa ma la madre invece sì e se ne frega comunque: be’, insomma, dice Mario che è una rimasticatura dell’Edipo già sentita … Ah no, aspetta, mo’ mi sbagliavo: tu non sei quello della rimasticatura dell’Edipo. Tu sei quello dello sterminatore di coinquilini, ve’? Eh, scusami, è che c’ho una confusione tra tutte ’ste proposte che lascia perdere. Comunque no, Mario dice che manco lì c’è sostanza. Che ti devo dire?».
Quando aveva ripreso conoscenza, il viso di Marta, quasi sfigurato nel suo insolito pallore, era arrivato subito a proteggerlo dall’abbaglio del neon. Della lavanda gastrica non s’era neppure accorto. Quanto avesse bevuto non era stato in grado di dirlo. Ascoltava Marta che gli raccontava di come l’avessero ritrovato, mezzo svenuto su una panchina all’ingresso di Villa Lazzaroni, con un bernoccolo in testa grosso così e un taglio alla tempia che aveva richiesto sei punti di sutura, e lo incoraggiava a sforzarsi di ricordare. S’era riscosso solo per chiedere che non venissero informati i genitori, che sennò sai che melodramma. «Tranquillo: gli ho detto che è stata un’intossicazione alimentare, ma di non venire a Roma». Questa risposta l’aveva trattenuta nella memoria, chissà come, a differenza di altri vaneggiamenti di cui invece gli avrebbe riferito in seguito Marta: di lui che continua a dire «no, non ci torno a Cerignola, non ci torno al forno», e altre bizzarrie. Ne era seguito però un peggioramento imprevisto: quattro giorni di sedazione, febbre e valori ematici che non si ristabilivano, radiografie alla ricerca di un’emorragia che non si trovava, e il trauma cranico che prometteva di lasciare strascichi. Poi gradualmente s’era ristabilito. Era stato allora che Marta gli aveva proposto di andare a vivere insieme, di raggiungerla cioè nel suo bilocale a piazza Ragusa («Vicino al Teatro Duse, quindi?», aveva chiesto lui tempo addietro, la prima volta che lei gli aveva rivelato il suo indirizzo; «Sì, vicino alla metro Ponte Lungo», aveva risposto Marta).
E da quel momento in poi le cose iniziarono ad andare meglio, per lui: quasi che l’ordine fisico che Marta imponeva alla sua quotidianità a costo di prescrizioni continue sullo sparecchiare lavare i piatti ripiegare i panni non lasciare i cartoni della pizza impiastricciati di sugo sul divano, quell’oculata gestione degli spazi che la loro ristrettezza del resto rendeva necessaria, il rispetto minimo di certi orari, ecco quasi che tutto ciò lo aiutasse a ricercare una disciplina, un metodo, nel suo lavoro di scrittura. Anche la nuova postura, obbligato com’era a scrivere solo stando alla scrivania e non stortignaccolo un po’ dovunque, gli giovava: adesso riusciva a essere produttivo per ore senza avvertire le vertebre del collo indolenzite. Di lì un nuovo entusiasmo. Qualche «cosina», come le chiamava lui: progetti che iniziavano a concretizzarsi. La ruota che di nuovo girava. La sceneggiatura di una webserie diretta da una sua amica della Silvio D’Amico, che aveva ottenuto un certo clamore grazie a un cammeo dei fratelli D’Innocenzo alla seconda delle quattro puntate pubblicate su YouTube; i testi per un fumetto su una barista che componeva cocktail galeotti per fare innamorare i clienti del pub dove lavorava, novella cupido, e presentato con successo al Romics; la trasposizione di una biografia di Cristina Trivulzio di Belgioioso per un recital al teatro Cometa Off di Testaccio, che a sentirselo proporre gli caddero le braccia, ma che comunque gli garantì qualche buona entrata per via dei finanziamenti del ministero della Cultura a questa rassegna sul femminismo patriottico. «Ti stai facendo notare», si sentì dire allora, durante la pausa caffè del workshop di sceneggiatura di Maurizio Braucci a Tor Pignattara. A dirglielo era stato un tale Luca, uno dei redattori della rivista I battenti.
«Ti seguo, sai.»
«Sì?»
«Su Instagram, sì.»
«Ah, grazie.»
Aveva un’aria svagata e incantatrice, negli occhi furbi la consapevolezza del privilegio che la vicinanza al Maestro gli garantiva. Aveva un giubbotto di jeans che sembrava stargli stretto: un fisico asciutto e nervoso, allenato.
«Sto mettendo su una squadra di giovani in forma, cioè in gamba, per la collegiale di Porchiano, che il Maestro quest’anno vorrebbe allargare un po’ la platea. Ho sbirciato ultimamente le tue cose…»
«Ah, ma dai…»
«Funzionano, c’è del talento, una certa necessità dello scrivere. Ti andrebbe? Sarebbe il mese prossimo.»
«In che senso, mi andrebbe?»
«Conosci Porchiano, no?»
«Ma veramente…»
«È un laboratorio artistico permanente sulla ricerca intorno all’ecologia, la multiculturalità e la lingua inclusiva. Una volta all’anno ci si ritrova a Porchiano, poco fuori Todi. Per la collegiata, appunto. È in questa vecchia villa di un nipote di Pietro Citati che ci mette a disposizione per gli eventi più grandi. Tenuta immensa, nel verde, bellissima. Per due giorni si mangia, si discute, si fanno seminari, si conosce gente. Ovviamente, capirai, il Maestro è un’autorità, a Porchiano. Gli ho accennato di te, m’è parso incuriosito: ha voluto pure vedere che tipo sei, su Instagram appunto. Magari prova a mandargli qualcosa, un inedito. Ma per posta, che quelli che gli arrivano via mail non li legge.»
E insomma ecco che il grande giorno era arrivato. «La convocazione», così era stata definita. E non che fosse stata priva di tribolazioni, l’organizzazione dell’incontro. La settimana prima, infatti, Luca, il factotum del Maestro, lo aveva chiamato tutto trafelato.
«Ma come ti passa per la testa di non presentarti senza neppure avvisare. Una telefonata, un messaggio, niente?»
«Ma di che parli, Luca?»
«Ma credi che il Maestro non abbia altro da fare che passare le giornate ad attendere aspiranti intellettuali che gli danno buca? Guarda, è imbestialito.»
«Ma buca di cosa?»
«L’incontro col Maestro. Oggi è giovedì.»
«Sì, ma l’appuntamento era per giovedì 29. Oggi è 22.»
«…»
«Pronto?»
«…»
«Luca, pronto? Ci sei?»
«Ah, il 29? Ma sei sicuro?»
«Eh, controllo la mail, ma credo proprio di sì.»
Era il 29. Luca lo aveva richiamato poco dopo.
«Scusa, il Maestro deve evidentemente aver fatto confusione. Lavora tantissimo, è sempre a mille all’ora, alla sua età. Può capitare. Conferma comunque la convocazione per giovedì prossimo, a pranzo, a mezzogiorno e mezzo.»
E forse fu per un residuo non smaltito della paura della settimana precedente, quasi che in quel fraintendimento ci fosse un indizio delle insidie da scansare, se arrivò con venti minuti d’anticipo. Una chiamata di Luca sarebbe stato il segnale: solo allora poteva suonare, per non disturbare il Maestro anzitempo. Ricontrollò l’email, verificò il civico, individuò il nome sul citofono, tracciò mentalmente il tragitto che avrebbe dovuto seguire per raggiungere il portone della scala D, lungo il vialetto che attraversava il cortile costeggiando l’aiuola. Trenta metri, trentacinque, non di più. E però la questione della scala lo innervosiva: e se avesse sbagliato a capire? Poi s’accorse che era da troppo che stava lì fermo davanti al cancello: qualcuno avrebbe potuto notarlo, insospettirsi. Sicuro ormai di avere memorizzato tutto, prese a camminare lungo il marciapiede di via Giustino de Jacobis. Arrivò fino in cima alla via, a ogni passo aggiornando il conto di quelli che avrebbe dovuto percorrere a ritroso per tornare al numero 14. «Se Luca mi chiama adesso, quanto ci metterei?», si chiedeva. Luca non chiamava. E allora coprì il perimetro della piazzetta di Sant’Eurosia. Bevve dalla fontanella abbellita da piastrelle colorate: si asciugò con la manica del cappotto, che ne rimase chiazzata. Si dette per questo dell’idiota. «Tra due minuti sarà assorbita, non si vedrà», provò a confortarsi, per la prima volta sperando dunque che la telefonata non fosse così imminente. I due minuti passarono. Niente. Per evitare di perdere la chiamata, decise di togliersi il cellulare dalla tasca e di stringerlo in mano. Nel farlo controllò l’ora sul display: 12:38. Si guardò intorno, scosso da un timore improvviso: che a una delle finestre che davano sulla piazza potesse esserci affacciato il Maestro, o Luca, e che stessero lì a guardarlo, lui così sciocco in quei movimenti senza senso. No, dal palazzo del Maestro non doveva esserci modo di arrivare a scrutare fin lì. Respirò. Tornò indietro. Per ingannare il nervosismo, che nel fastidio di quell’ozio obbligato cresceva, iniziò a leggere i menu delle trattorie esposti in strada. Ben presto mandò a memoria tutti i piatti, il prezzo di ciascuno, calcolò quanto gli sarebbe costato saziarsi nell’uno o nell’altro ristorante. I camerieri che stavano sulla soglia, nel vederlo passare, e indugiare, prima provarono a invitarlo a sedersi («Lo vòle un bel piatto de carbonara?»), poi iniziarono a guardarlo con una certa diffidenza. Stefano s’accorse allora che il sole di mezzogiorno, già severo nell’aria tiepida di quella metà d’aprile, lo aveva fatto sudare: percepiva un’umidità fastidiosa nella schiena. O forse non era il sole, ma lo sfinimento per quell’attesa? Vibrò il telefono. Era Luca. «Il Maestro può riceverti ora. Suona pure così ti scatto il cancello. Scala D, sulla sinistra. Secondo piano». Secondo piano. Bene. Di certo non lo aveva visto gironzolare senza una meta per la piazza, sul marciapiede della via.
Sulla prima rampa di scale, incrociò Luca che scendeva a passi spediti e un po’ contorto nel tentativo di indovinare con le braccia le maniche del suo striminzito giubbotto di jeans. Aveva in viso un’espressione ostile.
«Ti aspetta già. Al secondo piano.»
Continuando a salire meccanicamente le scale, si voltò per seguire la sagoma di Luca che spariva oltre il portone, chiedendosi il senso di quella fuga così repentina. Quando rialzò lo sguardo davanti a sé, si ritrovò il Maestro nella penombra del pianerottolo, due passi oltre la soglia del suo appartamento.
«Eccolo, finalmente, il nostro giovane narratore.»
Stefano tese la mano, impacciato. Il Maestro l’afferrò come fosse un gancio per attrarlo a sé, stringerlo in un abbraccio d’impensato calore. Il corpo del Maestro, di un’imponenza malferma, emanava odore di dopobarba fresco. Due baci sulle guance. Le mani gracili che tastarono le spalle del ragazzo, quasi volessero esaminarne la consistenza sotto l’imbottitura del giubbotto. Stefano subiva quella confidenza con una soddisfazione imbarazzata: l’accenno di una considerazione che non si aspettava di ricevere.
«Scusami, l’ascensore non c’è. Ma voi giovani non è certo da qualche decina di scalini che vi lasciate spaventare. Tu, poi: guardati come sei in forma. Fai sport, mi sa. Palestra?»
«Maestro, mi faccia dire. Per me è un onore. Anzi ci tenevo a ringraz…»
«Lasciamo stare i convenevoli, ti prego. Alla mia età non si ha più tempo per le manfrine: tocca andare subito al dunque.»
Aveva dei larghi pantaloni di tela, orientali. Una camicia azzurra legata solo dai due bottoni centrali, sotto una canottiera bianca ma ingiallita, di fattura grezza, lunghi peli grigi alla base del collo.
«Vieni piuttosto, entriamo. Non badare agli scatoloni coi libri che stanno un po’ dappertutto. Purtroppo sono assediato. Anzi, scegli pure qualcosa se ti interessa, prendilo senza problemi.»
Stefano si guardò intorno. Tappeti in successione dalle tinte inconciliabili, strane tele africane alle pareti: una sorta di sciatteria compiaciuta sembrava giustificare quell’accumulo di sedie e divani, tavolinetti art nouveau e scrittoi in legno. E poi librerie un po’ ovunque, e scaffali pieni di vinili e riviste, piccole sculture in legno dal dubbio valore, una congerie di cose che parevano essere lì da decenni, disposte senza alcun gusto che non fosse quello dell’accumulo.
«La mia piccola babilonia», disse il Maestro, come indovinando lo spaesamento di Stefano.
Poi, vedendolo soffermarsi su una mensola piena di foto – del Maestro con Ettore Scola, del Maestro con Gian Maria Volonté, e con Ermanno Olmi, e Tabucchi, e Arbasino – esibì un sorriso disilluso.
«Ah, Monica, una impareggiabile bugiarda», sospirò, ammiccando alla dedica della Vitti su un ritratto di loro due, insieme a un tavolo di ristorante («Al più puro di tutti»).
«Che bella che è in questa foto», azzardò Stefano.
«Trovi? Mah …»
«Questo è Sandro Penna?»
«Sandro, sì, che grande uomo. Guarda che giovane ero io. Un ragazzino. Caruccio, no? C’avrò avuto 22, 23 anni. Lo consultai per la tesi di laurea. Stava già molto male, poverino. Già senza denti. Ma era un gran barzellettiere. E grandissimo poeta. Grandissimo. Sottovalutato, s’intende. Che questo paese non perdona l’omosessualità, figurarsi la pederastia. Paese di bigotti, di oscurantisti.»
«Eh…»
«Comunque dopo, dopo. Al museo delle anticaglie ci pensiamo dopo. Ora andiamo a mangiare, che avrai fame.»
Sul tavolo del salotto, su una tovaglia di cerata, piatti con motivi floreali, di quelli che vengono lasciati di solito nelle case estive. In uno dei pomodori spaccati a metà con dei cetrioli a cubetti, non conditi, in un altro della feta. Una manciata di ceci galleggiava in una salsa marroncina, in una scodella sbeccata. In un cestino di vimini, del pane chiarissimo, forse arabo.
«Spero non ti aspettassi grandi cose. Cucina frugale, qui. Io a pranzo preferisco stare leggero. A una certa età, sai, noi anziani, dobbiamo fare attenzione per restare in pista.»
«Ma si figuri. Anzi, non doveva disturbarsi.»
«È un piacere per me sapere che voi giovani ancora cerchiate il parere di questo vecchio bacucco.»
«Ma scherza?»
«La frittata di riso è quasi pronta, siediti intanto. E smettila di darmi del lei, se vuoi che non ti cacci di casa.»
Mangiarono in fretta, ma senza voracità, come che entrambi volessero liquidare quell’incombenza, e parlare con le posate tra le mani fosse un impaccio che nessuno voleva sopportare. La radio suonava musica classica che Stefano non seppe riconoscere. Dalla finestra entrava il gorgoglio dei dehors delle trattorie di sotto, ogni tanto una risata sguaiata o un brindisi rompeva quel cicaleccio.
«Quindi insomma anche tu, che pure si vede che hai delle qualità, anche tu però alla fine mi cadi in questa tentazione della narrativa.»
L’arrivo del caffè segnò evidentemente la fine di questo snervante preambolo.
«Ma perché questa cocciuta insistenza sul raccontare? E sempre in prima persona, sempre la trasposizione della propria vita su carta. Io io io, ma perché? Non vi rendete conto che siamo sommersi dalla narrativa. Asfissiati da questa benedetta narrativa. Tutti si riempiono la bocca di Calvino: riconoscere il poco che nell’inferno che ci circonda non è inferno, e dargli spazio eccetera eccetera. Ma che spazio ci si illude di trovare, in questo pandemonio di romanzistica d’occasione? Che poi, e non è un caso, è lo stesso Calvino che parlava del narratore che produce storie come un albero di mele produce mele. Erano mele, mi pare, o forse pesche. Vabbè. Ma insomma, pure lui è stato tra quelli che ha incentivato questa logorrea immonda, che ora tutti alberi si credono, e allora tutti a produrre storie su storie su storie. Io sai cosa penso, quando mi propongono questa metafora tra narrativa e arboricoltura?»
«Che bisogna disboscare», intervenne Stefano, come a riscattarsi da quell’imbarazzo in un moto di devozione.
«Disboscare, bravo. C’è dell’altro caffè nella moka, se vuoi. Serviti pure. Che poi cosa si può salvare, in mezzo a questo profluvio di quarte di copertina tutte al presente indicativo, tutte con la descrizione sommaria di questi personaggi banali, la cui piattezza dovrebbe essere riscattata dall’immancabile imprevisto scherzo del destino, un lutto un tradimento il ritorno di un fratello dalla Patagonia, che sconvolge l’ordine delle cose?»
«Però veramente…»
«E poi tutte queste famiglie sbrindellate, queste madri che, com’è che si dice, adesso, disfunzionali? Ma veramente vi credete che c’è stato un tempo della storia dell’uomo in cui dei figli che non erano scemi potessero non sentire l’ingombro opprimente dei propri genitori? Che non dico Enea col vecchio sulle spalle, o già Telemaco, ma quantomeno la signora Bennet di Jane Austen.»
Il Maestro si sollevò stancamente dalla sedia, facendo presa con le mani sul tavolo. Invitò Stefano a seguirlo sul divano, coperto da un telo bianco e azzurro che pareva quasi una tovaglia, con dei motivi tribali un po’ pacchiani. Ora erano uno accanto all’altro, si guardavano di sguincio.
«Io ti ho letto anche con un certo gusto, perché la penna c’è. Però questa cosa che lui vede sparire tutte le persone che cita nel romanzo che sta scrivendo, davvero un espediente fragile, come metafora dell’alternativa tra vita vissuta e vita raccontata.»
«Sì, certo, però ecco, Maestro…»
«Chiamami Bettino, ti prego.»
«Ecco, si, Bettino, scusi, cioè scusa, ma non vorrei ci fosse stato un malinteso. Io non credo di averti mandato nulla di tutto ciò. La mia era la sceneggiatura sui Ferragnez.»
«Oh, ma davvero? Oh, abbi pietà per questo vecchio rincitrullito. Dunque, i Ferragnez…»
Il Maestro si alzò senza tradire sentimenti. Con passi lenti, ma più pigri che affaticati, si diresse verso il corridoio, sparì per qualche secondo oltre lo stipite di una porta e da lì il suo rovistare tra le carte, nei cassetti, Stefano lo poté indovinare solo dal rumore.
Ne approfittò per sgranchirsi la schiena, per smuoversi da quella compostezza in cui si sentiva costretto. Per un attimo dovette trattenere l’impulso di correre via. Perlustrò di nuovo con lo sguardo la stanza tutt’intorno a lui. Da un angolo della cornice di una tela con un’esotica natura morta s’intravedeva una macchia d’umidità. Un taglio alla zanzariera della finestra era stato rammendato con del nastro adesivo.
«Ecco qua i nostri Ferragnez.»
Il Maestro stringeva nelle mani un plico rilegato con una spirale di plastica. Le pagine erano un poco stropicciate, s’intravedevano perfino degli appunti a margine. Dunque aveva letto.
«I Ferragnez latitanti, certo. Eh sì, è vero. Ora tutto mi risulta più chiaro, finalmente…», disse il Maestro, sprofondando di nuovo sul divano.
«Ma dunque, devo dire che lo spunto mi pare azzeccato. Farli sparire, loro che solo nella ininterrotta esibizione della propria supposta intimità sanno affermare la loro esistenza, non è male. E anche la psicosi che ne scaturisce, mi piace. Il dibattito sui giornali, come al solito insulso. I follower esagitati che prendono d’assalto i ristoranti da cui loro hanno postato le ultime cose, com’è si dice: storie?, prima di eclissarsi, la veglia davanti al loro appartamento a Milano, il coro a piazza San Pietro durante l’Angelus, col papa che benedice. Funziona. Mi piace pure questo concetto di, aspè, com’è che lo chiami: normalità radicale?»
«Estremismo della normalità?»
«Estremismo della normalità, sì. Questo fatto insomma che loro compiacciono le masse dei loro seguaci mostrandosi sempre entusiasti di una vita semplice e banale che è quella di tutti, solo che loro questa vita semplice e banale la vivono sempre nella versione extralusso, e forse è per questo che gli appare così appagante. E ci sta pure quello che dici sul fatto che la fascinazione della plebaglia per l’estremismo della normalità degli influencer non è poi così distante dal consenso per Salvini, che si dice campione del buonsenso mentre invoca di affogare i migranti in mare».
Un fremito di speranza, più che di soddisfazione: Stefano sentì una vampa risalirgli dallo stomaco fino in viso, ma s’impose un contegno, strinse forte i pugni.
«Manca forse, ma questa è una mia idea, una riflessione che ti offro, e cioè un parallelismo tra le mode letterarie e quelle del marketing, diciamo così. Che in fondo a me non pare affatto casuale che questa esibizione dell’io, questo sputtanamento della propria intimità dei vip sui social avvenga nella stesa epoca in cui impera l’autofiction. Mi segui?»
«Certo, sì. Certo.»
«Questo mondo raccontato sempre solo alla prima persona singolare, dio che palle. L’io narrante come misura di tutto e la pornografia dell’io su Instagram sono due segni dello stesso scadimento, non trovi? Però queste sono mie considerazioni da vecchio trombone, fanne quello che credi. Magari niente, che è meglio.»
E qui sì, Stefano involontariamente sorrise: qui sì, dismettendo per un attimo quel suo contegno da alunno del primo banco. E in quel momento, quasi a ridestarlo dal suo inconsapevole estraniamento, s’accorse di quel peso molle che gli si adagiava sulle gambe. Temette di avere strane allucinazioni, un brutto scherzo tiratogli dall’ansia accumulata in quella giornata.
«Perdonami, ma ho bisogno di distendermi un attimo. Rilassiamoci un po’, la conversazione ne gioverà.»
Il Maestro aveva poggiato i suoi piedi scalzi, stranamente piccoli e tozzi, sulle ginocchia di Stefano, la cui attenzione si soffermò sui peli bianchi, incredibilmente ispidi, dell’alluce sinistro, sull’unghia annerita di quell’alluce. Rialzando lo sguardo, intravide le mani del Maestro che allentavano la cintura dei pantaloni.
«Buone anche le riflessioni che fai sulla Ferragni. Come questa, ad esempio, che me la sono segnata: Nell’epoca in cui il popolo crocifigge le élite rinfacciandogli il peccato del lusso, Chiara è l’intermediaria tra il Cielo e la Terra, sacerdote dello sfarzo che riconcilia il privilegio col desiderio: distilla surrogati di opulenza a buon mercato come gocce di analgesico sulla rabbia e sull’invidia sociale. Nessuno appiccherà gli incendi agli attici di Hadid e Libeskind, abbattendoli come si fa coi monumenti alla disuguaglianza, se in fondo anche al Portello, anche a Quarto Oggiaro, ci si può illudere, magari con qualche sacrificio, di assomigliare a chi nelle cattedrali del CityLife ci abita, vestire come loro.»
Senza smettere di parlare, indicò a Stefano una coperta di plaid a quadri che era all’altro capo del divano, gli fece cenno di passargliela. Se la stese sopra, coprendosi dalla pancia in giù, fino alle ginocchia. Lasciò cadere il fascicolo a terra e infilò le mani sotto la coperta.
«Però qui è il finale, che non mi regge. E non è tanto la risoluzione del giallo, che mi pare assai fumosa: loro che utilizzano il panico collettivo generato dalla loro scomparsa per scatenare una sommossa e fare un colpo di stato… mah. Sì, va bene, quest’idea che gli unici disposti a fare la rivoluzione sono le star dei social, come una specie di implicito atto d’accusa per l’imbecillità dei giovani. Un po’ retorico, un po’ tirato per i capelli.»
Stefano si sforzava di non staccare gli occhi dalla faccia del Maestro. Capire davvero cosa stava accadendo avrebbe imposto una reazione: e lui, spaventato di come avrebbe potuto reagire, preferì arrendersi subito a quel senso d’incredula ripugnanza, mista a compassione, che lo aveva colto. Pensò a Marta: starà andando bene la sua riunione? Forse non è ancora iniziata, però. Si percepì molto impacciato, con le braccia incrociate alte sul petto, quasi all’altezza del collo, così da evitare ogni contatto coi piedi del Maestro. Era quello, quindi, l’effetto: una nausea in cui ci si sente annichiliti, vagamente colpevoli, placidi e frementi insieme? E intanto ascoltava il Maestro. E lo guardava fisso.
«Ma qui, dicevo, non è tanto la risoluzione che mi trovi al giallo, che non regge. Qui è proprio il fatto che vuoi risolverlo, questo giallo: qui sta l’errore. Il disvelamento del mistero è sempre una delusione, a meno che non stiamo cercando l’effetto da prima serata del sabato di RaiDue. E noi non vogliamo il segno del giallo di RaiDue, vero? Non sei certo qui per questo, tu. E allora io ti dico: lasciamolo sospeso, questo mistero. Pensa a Gadda: la ricerca del colpevole porta Ingravallo a scoprire mille altre cose, gli rivela il contesto, l’umanità da cui quella ferocia scaturisce, e a fronte di questo, a cosa vale trovare un colpevole effettivo da mettere in galera?».
Un ghigno strano segnò il volto del Maestro. Un crampo intirizzì per un attimo i suoi piedi deformi. Lo sguardo di Stefano scivolò sul piano inclinato della propria indefinibile vergogna fino a cadere sulla coperta di plaid.

«E allora, com’è andata?».
«Miituu.»
«Uh, il solito esagerato, che sei. Mito, mito. Mo’ dai, mi sembra troppo. Non è che devo essere gelosa?»
«Gelosa?»
«Eh, oggi ho cercato un po’, mi sono informata. Ma non mi avevi detto che era notoriamente omosessuale, il Maestro.»
«Eh ma infatti…»
«Senti, mi raccomando: stasera siamo a cena con Ivana e Federico. A San Giovanni, ti ricordi? Vabbè, ti venisse in mente di fare riferimenti a questa cosa, battutine sul Maestro gay, che lo sai che Ivana è suscettibile, su ’sti temi. Evita proprio, guarda.»
Stefano si attenne con scrupolo a quell’ordine. Forse perfino con sollievo. Fosse dipeso da lui, dell’incontro non ne avrebbe parlato affatto. Fu Marta, a un certo punto, a sollecitarlo.
«Sapete che Stefano oggi ha incontrato una persona? Un mito, dice lui, ma come al solito esagera.»
Restò sul vago. Liquidò con poche parole il racconto del pranzo («Quella frittata di riso era veramente immangiabile»), della conversazione col Maestro, annaspando in un pudore che tutti interpretarono per ciò che non era. Le poche domande le sterilizzò con battute scarne, svogliate: e nel giro di un piano di minuti, si ritrovò a constatare con un certo senso di liberazione, l’interesse della tavolata sfumò. Tornando a casa, camminando al fianco di lei, ma come restando sempre mezzo passo in ritardo, fuori sincrono, capì che Marta aveva percepito una strana freddezza. E si mostrò indispettita, quasi a volergli rimproverare quella reticenza di fronte agli amici.
«Che è come se non ritieni mai nessuno degno di comprendere le tue passioni. Tu credi sia riservatezza, invece passa per snobismo», gli disse poi.
«Ma no, Marta, ma perché?»
«Per te nessuno è davvero all’altezza delle tue paure, ecco cosa. E non è bello.»
«Ma scusa, cosa dovrei dire?»
«Non lo so. È un mese che mi fai una testa tanta, su questo Maestro, che poi possiamo chiamarlo con nome e cognome, porca puttana…»
«Bettino Soccimarro.»
«Ecco, lui: mi hai fatto una testa tanta su di lui e da oggi pomeriggio l’unica cosa che sai dire è: mito.»
Davanti alla scalinata della metro, un mendicante stravaccato su un cartone, un pacco di pancarré stretto sotto il braccio, intercettò quello sfogo e ammiccò in segno di scherno. E allora Stefano pensò davvero di cedere, di chiarire quell’equivoco – altro che mito, Marta –, di rivelarle insomma ogni cosa, l’assurdità di quella giornata, il ribrezzo provato per il Maestro e un po’ pure per se stesso, che era rimasto lì anziché mandarlo a quel paese, quasi stesse elemosinando un apprezzamento e fosse disposto a mortificarsi del tutto pur di vederselo elargire – e poi quell’abbraccio alla fine, come te lo spiego, Marta, quell’abbraccio, con lui che mi accarezza la testa, me la spinge sulla sua spalla e mi annusa il collo col suo alito di muffa, e poi si raccomanda di farmi rivedere, di non sparire, perché lui di questuanti ne ha tanti ma di amici pochi, e li seleziona con cura, e ha capito che tra noi può esserci una sincerità profonda, così mi ha detto, sincerità profonda, ma vaffanculo vecchio rattuso di merda, e solo che io non gli ho mica detto questo, vecchiobavosodimmerdavaffanculo, io sono semplicemente rimasto zitto, annuivo come un automa, come uno scemo, svuotato di ogni forza, privo di volontà, e lui che insisteva che non devo farmi problemi se mai volessi dormire fuori casa, che lì da lui c’è un letto per gli ospiti, e mi invita ad andarlo a vedere, ed è stato come se solo in quel momento, di fronte a quella proposta, la concretezza di quell’obbrobrio mi si sia rivelata davvero, mi sia salita nel naso col puzzo di quell’appartamento marcio. Ma come te lo dico, Marta mia, tutto questo? Che se io te lo dicessi – me too, altro che mito – forse tu non mi diresti che sono esagerato, per una volta tanto non mi accuseresti di esasperare sempre tutto, ma semmai mi rimprovereresti la mia cocciutaggine nel negare la nocività di questo orribile ambiente letterario di cui tanto smanio di far parte, che già una volta, ti ricordi?, avevi parlato della sindrome di Stoccolma, e magari finiresti anche per pensare che pur di esservi ammesso, in questo girone di pazzi, mi svilirei del tutto, più del molto che mi sono già svilito, fino a incarognirmi, fino all’umiliazione più sconcia, e tutto questo per una buona parola di Bettino Scoccimarro, di un bavoso fallito che tiene venti occorrenze sulla Treccani, per una recensione sui Battenti che nessuna persona sana di mente legge più dal 2012, e forse non ha mai letto, per quel cazzo di post su Facebook di Christian Raimo e quel che ne conseguirebbe. Quindi no, meglio che tu non sappia, Marta, meglio non dirti niente.
«Che poi non ancora capito veramente che impressione t’ha fatto, ’sto qui.»
«Te l’ho detto: un mito.»