Si potrebbe leggere I convitati di pietra di Michele Mari, la lugubre scommessa di una classe di liceali milanesi (a partire dal 1974, a ogni cena annuale della rimpatriata, ciascuno di loro versa una quota per ingrassare un montepremi che sarà destinato agli ultimi tre superstiti fra di loro), come un cambio di direzione. Non ospita i vecchi fantasmi della letteratura, lascia invece ampio margine ad altre doti che sapevamo, marginalmente, appartenergli: un ritmo indiavolato e pieno di azione, sebbene consegnato a una prosa tutt’altro che stenografica o da sceneggiatore; uno sguardo spietato e ubiquo, rivolto a quegli ex ragazzi impegnati in una roulette russa lunga più di mezzo secolo, pressappoco come in Il cacciatore di Cimino, d’altronde evocato. Ci si potrebbe godere il racconto delle grottesche, buñueliane conseguenze di questa scommessa atroce: verso i sessant’anni, come accade pacatamente a molti nella vita reale, gli ex compagni di scuola diventano spietati per paura, e cominciano a ragionare in termini di mors tua vita mea dietro l’affetto esibito: tramano per eliminarsi fra loro.
Si potrebbe anche vedere ne I convitati di pietra l’ultima creazione di una strana gilda professionale: i “venerati maestri” di Einaudi con un’opera riconoscibile e uno status artistico delineato, quelli che non si sono messi troppo presto a fare altro né hanno scansato la scrittura come unica vocazione (come è successo a molti autori nati quindici o vent’anni dopo), e che quindi vengono salutati a ogni uscita, da chi ancora è appassionato di letteratura, come un miracolo. Casualità vuole che il romanzo esca a un mese e mezzo di distanza dal notevole Destinazione errata di Domenico Starnone, per il quale, nonostante i dieci anni di differenza, vale lo stesso discorso.
E infine, si potrebbe Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti