Nouvelle Vague di Richard Linklater è il secondo biopic dedicato a Godard in meno di dieci anni. Il mio Godard (in originale Le Redoutable) di Michael Hazanavicius, del 2017, era dedicato agli anni maoisti e sessantottini, e utilizzava il racconto autobiografico di Anne Wiazemsky, all’epoca moglie del regista. L’americano Linklater invece ricostruisce la genesi e le riprese del film che nel 1960 rese celebre Godard, Fino all’ultimo respiro. E che lui, in epoca di autocritica maoista, avrebbe più o meno rinnegato, stanco che l’uomo della strada lo fermasse per chiedergli: “Quand’è che gira un altro film con Belmondo?” (o almeno questo succede in Il mio Godard).
Fino all’ultimo respiro, ossia À bout de souffle, è tra i pochi film di Godard che sopravvivono nella memoria e nella cultura del cinefilo medio, insieme a Il disprezzo (1963) – la cui fama si è impennata nell’era del web e dopo la morte di Brigitte Bardot – e Bande à part (1964). Quest’ultimo è un film minore, ma un paio di sue sequenze sono state citate ad nauseam: la visita di corsa al Louvre, già evocata in The Dreamers (2003) di Bernardo Bertolucci, si vede addirittura in uno Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti