È il 2 aprile 1925: al Teatro Odescalchi di Roma, la compagnia del Teatro d’Arte fondata da Luigi Pirandello porta in scena la Sagra del Signore della nave, cupa rappresentazione di una festa popolare segnata dal rito collettivo della “scanna dei porci”. Tra il pubblico siede anche Benito Mussolini, che aveva sostenuto economicamente l’impresa. Pirandello saluta gli spettatori rivendicando il rigore di un teatro indipendente «da qualsiasi scuola, da qualsiasi tendenza, da qualsiasi politica», mentre in privato festeggia in una lettera al Duce l’apertura del «nostro teatro». E con nostro intendeva, non senza ambiguità, fascista. Lo scrittore inseguiva da anni il progetto e la direzione di un teatro nazionale; Mussolini, dal canto suo, riconosceva in lui il candidato ideale per incarnare il prestigio del teatro italiano e, insieme, proiettare all’estero un’immagine colta e moderna dell’Italia fascista. 

Si tratta solo di un aneddoto, e tuttavia racconta molto del libro di Patricia Gaborik, storica del teatro in forza all’Accademia d’arte drammatica «Silvio d’Amico» e autrice del Teatro di Mussolini. Fascismo, arte, politica, pubblicato ora da Garzanti in traduzione italiana a cinque anni dall’edizione originale inglese. Richiamandosi alla storiografia più recente, Gaborik sgombera il campo da semplificazioni tanto diffuse quanto persistenti:

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