Scene di bambini nell’esodo di Gaza City, tra la polvere dei palazzi distrutti e il sole battente. Nonostante il rischio di un loro sfruttamento retorico e sentimentale, chi ha la forza di voltare lo sguardo? Si pensa alle foto, alle riprese giunte da Hiroshima, Dresda. A Rossellini e alla Berlino di Germania anno zero. Al piccolo Edmund, costretto a muoversi in un mondo fuori misura, che preferisce gettarsi da una finestra. Rispetto alla tragedia di Gaza, a quei tempi la documentazione visiva fu assai esigua e non giunse in diretta. Il passaggio cruciale dall’analogico al digitale è qui dirimente. È la differenza che passa tra Samuel Fuller che filma i cadaveri nel campo di sterminio di Falkenau, per poi sviluppare la pellicola una volta rientrato in patria, e qualcuno che preme un tasto sul suo telefono e trasmette il tutto on line da Gaza. Rivoluzione copernicana. L’impatto che giunge a noi è moltiplicato, amplificato: enorme. Una cascata di immagini in tempo reale. 

Osservo i video. Un bimbo cammina nella desolazione portando sulle spalle il fratellino più piccolo. Un altro sta trascinando un sacco di farina, o di riso; qualcosa che corrisponde alla sua taglia. Un peso sproporzionato, fuori misura. Si piega, tenta di alzare il sacco. Lo afferra per l’estremità. Si ferma. Respira. Lo imbraccia senza riuscire a fare due passi. È una lotta, un corpo a corpo con un oggetto inanimato. 

Li vedo camminare e non posso far a meno di pensare alle persone intente a filmarli (reporter, semplici cittadini, uomini, donne, bambini – chi è che filma?). Come si può restare immobili, lì a pochi metri, maneggiando il proprio telefonino? Non verrebbe spontaneo riporlo in tasca e correre in loro aiuto? Si preferisce restare distanti a osservare? Ma non è proprio ciò che accade a ogni latitudine e che è sempre accaduto? Gente che filma incendi, esplosioni, incidenti, situazioni di grave emergenza, per il piacere morboso di filmare, osservare l’evento. Il bisogno di documentare non spiega tutto. Chi filma non rischia di compiere un gesto tragicamente simile a quello dei curiosi che, da Israele, pagano una moneta per osservare il paesaggio in rovina da un cannocchiale puntato sulla Striscia di Gaza? Hans Blumenberg parlava di Naufragio con spettatore. Una metafora dell’esistenza. Nel secondo libro del De rerum natura, Lucrezio ci ha mostrato l’immagine dello spettatore che contempla a distanza i flutti e il naufragio:

Questo contenuto è visibile ai soli iscritti

Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo.

Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.