Sono passati più di vent’anni dalla morte di Neil Postman (1931-2003), e non sembra che i suoi libri circolino ancora largamente, o che se ne discuta granché nei corsi di Scienze della comunicazione e affini, anche se chi li conosce sa che erano libri pieni di intelligenza, brio, umorismo, come nella migliore tradizione non accademica anglosassone (Postman era un rispettatissimo professore della New York University, ma era soprattutto una voce del dibattito pubblico sui media, e la sua scrittura era quella di un saggista brillante più che quella di un accademico). In un articolo di qualche tempo fa sul «Foglio Review», Guido Vitiello ha scritto che il suo libro più noto, almeno in Italia, Divertirsi da morire, che di anni ne compie quaranta, «è invecchiato molto male». È un giudizio che mi ha fatto pensare: perché sono quasi sempre d’accordo con Vitiello, ma non stavolta; e perché non sono sicuro di che cosa significhi, per un saggio, invecchiare bene. Restare sostanzialmente vero pur nel mutare delle circostanze e dei costumi? Aver saputo prevedere il futuro? Ma se la risposta è questa non si capisce perché Divertirsi da morire sarebbe invecchiato male.
Divertirsi da morire è, dicevo, il libro più noto di Postman più che altro perché ha avuto la buona sorte di essere preso da Roger Waters per intitolare un suo album, Amused to Death. È una specie di summa delle idee e delle opinioni postmaniane, e non sarebbe male se Marsilio lo rimandasse in libreria (l’ultima ristampa è del 2008); ma ancora meglio sarebbe tradurre un suo libro mai tradotto in italiano, Conscientious Objections (1988), in cui quelle idee e quelle opinioni vengono, mi pare, articolate in maniera ancora più convincente. Sono saggi scritti negli anni Ottanta, e Postman vi descrive, tra l’altro, la “missione editoriale” della tv commerciale americana: «Negli Stati Uniti, dove la televisione è controllata dagli introiti pubblicitari, la sua funzione principale è, com’è abbastanza naturale, portare un pubblico agli inserzionisti. Più un programma è popolare, più soldi si possono chiedere agli investitori […]. Questo significa che quasi tutto ciò che è difficile o serio o contrario ai pregiudizi popolari non verrà visto».
Postman faceva un esercizio divertente, e cioè, da americano, prediceva ai suoi lettori europei quale sarebbe stato il loro futuro se avessero lasciato campo libero alla televisione commerciale sia nell’ambito dell’intrattenimento sia, soprattutto, nell’ambito dell’informazione
Come sarebbe accaduto poi in infinite altre analisi dei media, e della tv in particolare, qui Postman faceva discendere da un dato fattuale legato alla sostenibilità del mezzo (ciò che è popolare e paga viene trasmesso, il resto no) un’implicazione morale che non solo non è dimostrabile, nella sua vaghezza (che cosa significa essere “contrario ai pregiudizi popolari”?), ma descrive una realtà per certi versi opposta rispetto a quella determinata dalla diffusione della tv e degli altri media a partire dalla metà del Novecento, posto che non c’è epoca della storia umana che più di questa e più rapidamente di questa abbia visto cadere – certo anche per l’influenza dei mass-media – i “pregiudizi popolari”: circa il ruolo dei sessi, circa la pretesa superiorità di determinate razze o etnie, circa l’idea stessa di che cos’è una buona vita.
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