Se non fosse bastato com’era messa, l’avrei dovuto capire dal nome della nave, Salò. Ma quando mi imbarcai ero in uno stato di completo stordimento che mi impediva di pensare. La sveglia all’alba e anche il breve tragitto dall’albergo al porto mi erano sembrate ricerche oniriche. Le acque del molo avevano un colore mai visto, proprio di una sostanza che tutto avrebbe dovuto essere tranne acqua. La schiuma stessa produceva fiocchi deformi e angolosi, come pixelati. Certo, poteva essere la mia malattia agli occhi che progrediva, eppure la mediocre colazione che avevo consumato era certamente stata di tazzine di caffè e croissant normali e distinguibili, benché dal sapore infido. Quanto alla nave, era una di quelle vecchie baldracche del mare con almeno cinquant’anni alle spalle, venduta da uno dei paesi del nord, che, secondo le loro leggi, non avrebbe potuto fare altro che smantellarla. Ma qui le acquistano a prezzi irrisori e, dopo una minima manutenzione, le consegnano a un equipaggio che non crede più a nulla e le rimettono in mare. Avevo già sentito da secondi ufficiali e comandanti storie circa il degrado dei materiali, la criticità dei compartimenti e sottocompartimenti stagni, e, del resto, bastava alzare lo sguardo sullo scafo bugnato e rugginoso della Salò per capire che ci sarebbe stato da divertirsi. Avevo prenotato su un ponte inferiore una cabina interna, almeno per un po’ non avrei più visto quell’acqua torbida e limacciosa. Mi sedei sul letto singolo, come quello dei bambini, e ripresi a pensare alla strana, calda idea che da qualche tempo dava uno scopo alle mie giornate, il rapporto tra le prime letture che una persona fa e il suo stato mentale, e se certi libri, incontrati in un’età decisiva, non ci diano la possibilità di prevedere con esattezza lo sviluppo normale o anormale del tenero lettore. Per questo mi ero imbarcato per una destinazione dove ancora, perfino, si raccontavano storie ai bambini, non si sapeva più se allo scopo di intrattenerli, farli addormentare, o impazzire. Quando salpammo stavo ancora ricordando le mie forsennate e grottesche prime letture estive, quando in una camera da letto non più grande di quella cabina, stipata di libri, trascorsi agosto quasi senza vedere la luce del sole, accecandomi di proposizioni e simulando nel parallelo della fantasia tutto quello che i libri – e uno in particolare, un formidabile volume di racconti, che non avrei mai potuto finire – mi imponevano. Sentivo l’azione e l’effetto della lettura modellarmi il cervello come le mani l’argilla. Circuiti e falsi ricordi venivano stabiliti e riprogrammati, e il mondo esterno, al quale mi ero sottratto, cominciava a cambiare, al punto che una foglia non sarebbe più stata “verde” e il mare avrebbe assunto impensate tinte cupe. La nave Salò doveva essere uscita completamente dal porto quando riflettei con stupore che quei primi libri non avevo mai più potuto riprenderli. Le loro storie si erano bruciate con la prima somministrazione, e, tutte le volte che avevo provato a buttarci un occhio, mi erano sembrate scheletriche, perfino ripugnanti. Erano diventati incomprensibili formule magiche. Mi buttai sul letto e studiai le creature che aderivano al soffitto della cabina. Una era molto simile a una lucertola delle Eolie che un tempo si era introdotta in una casa di un amico di Vulcano, che, a differenza di me, era terrorizzato da ogni specie di rettili grandi o piccoli. Solo che questa era trasparente e scintillava di una fioca fluorescenza che palpitava come i suoi ritmi vitali. Subito alla sua sinistra c’era un raro insetto teschio, che finora avevo visto solo in foto, con i suoi due segmenti ossei e perfettamente simmetrici congiunti da un peduncolo carnoso nero. Il “cranio”, come incastonato nel controsoffitto, mi scrutava e, man mano che a mia volta lo osservavo, l’illusione che fosse proprio un teschio umano, sia pure come quello di un bambino di pochi anni, si accresceva fino all’intollerabile. Rovesciai trenta gocce di Sonirem nel bicchiere cortesemente a disposizione sul mio comodino e senza nemmeno avere il tempo di formulare un pensiero sentii cadermi addosso con il peso di tutte le creature e di tutte le lamiere di quella vecchia nave un sonno pesante che mi spalancava la bocca.

La decisione di ricorrere a quell’eccellente sonnifero l’avevo presa dopo che, come avevo registrato sulla mia agendina del sonno con una matita dalla punta dura, avevo totalizzato quattro settimane di deprivazione completa. Era ogni giorno più surreale scrivere “zero h.” Ormai ero così assuefatto all’insonnia da vivere con grande disinvoltura e discrezione i suoi effetti nocivi, tanto che avevo continuato a lavorare e a essere apprezzato per il modo in cui col mio servizio impeccabile e esperto contribuivo alla riuscita di feste, ricevimenti e balli mascherati. Tuttavia nell’ultima occasione mi ero ingiustificatamente presentato senza divisa e avevo orchestrato i rinfreschi e gli intrattenimenti con un velo di rossa vergogna sulla faccia, che non mancò di essere notato dalla figlia del padrone di casa, il quale, tra l’altro, venne strangolato con un lazo da cowboy proprio in quel party di compleanno della ragazza, e dovetti subire l’onta degli interrogatori di prammatica da parte degli investigatori in quella tenuta sciatta e sciaguratamente impropria alla serata. Verso le quattro del mattino gli investigatori implacabili avevano risolto il caso, arrestato l’assassina, e finalmente potei tornare a casa e, indossata come una sorta di cilicio la divisa più rigida e soffocante che avevo, riempii per la prima volta il bicchiere del sonnifero che tenevo già da un paio di mesi in un armadietto del bagno e mi addormentai con i mocassini scuri ai piedi.
Al risveglio ricordo di avere rivisto, senza sapere se fosse reale o allucinatoria, la scena di Shining col sangue che fiotta dalle porte dell’ascensore dell’Overlook Hotel, con la differenza che non era sangue ma liquame marrone e la porta quella della mia cabina. Seduto sul letto e ancora insonnolito avevo osservato quella melma filtrare dapprima timidamente sotto la porta e poi sciaguattare nell’ambiente angusto sbattendomi contro le caviglie e macchiandomi non solo le ginocchia ma anche la punta del naso e, infine, con un bruciore intollerabile, schizzarmi negli occhi. Quando, tastando e spostandomi con grande attenzione sul pavimento lubrico raggiunsi il lavandino e mi sciacquai ripetutamente la faccia sentii la poltiglia espirare rumorosamente – era chiaro che fosse viva – con una sorta di soffio agghiacciante e liberarmi la caviglia destra, alla quale si era avvinghiata al punto che pensavo me l’avrebbe stritolata. Aprii gli occhi gonfi – le palpebre allo specchio del bagno sembravano schiuma in espansione che stesse per gocciolare a terra – e la cabina era stata liberata. Avevo solo voglia di uscire e, senza attendere il prossimo orrore, aprii la porta e mi affrettai sul ponte, che era deserto, o comunque popolato di ombre, salvo che per un personaggio. Con le braccia appoggiate alla battagliola e lo sguardo sul mare aperto, rivolgendomi dunque le spalle e il colossale deretano, vidi una figura eccitante della mia giovinezza. All’epoca, con nominazione da tempo bandita, si chiamavano viados. Tra di noi ragazzi senza futuro, ci si scambiava continuamente l’interrogazione: perché ci andiamo. Nessuno aveva una risposta convincente. Perché in realtà siamo froci. Perché ci piace il cazzo. Perché ci piace il “nostro” cazzo e in fondo il cazzo di un viado non è competitivo come quello degli “altri”. Perché siamo confusi e vogliamo sfuggire all’oppressione delle famiglie borghesi. Perché vogliamo umiliare i soldi, distruggere il denaro. Perché me lo sono sognato che mi eiaculava in faccia, la notte stessa che ho detto per la prima volta alla mia ragazza che la amavo. È solo l’erotismo felliniano-italiano che dalla Romagna finisce in Brasile. E così via. Era un’equazione insolubile, finché, un giorno, uno di noi che poi fece la fine peggiore, se ne uscì con una spiegazione pseudomatematica: sono sesso messo a potenza. Seni a potenza. Culi a potenza. Ani a potenza. Falli a potenza. Voci, corporature, capigliature e abbigliamento a potenza. Sono oggetti sessuali potenziati, e grazie a tale potenziamento, anche soggetti sessuali. La loro soggettività è quello che ci eccita veramente, non il cazzo più o meno siliconato o ispessito con carne di maiale trattata. Infatti, non avendo nessuno di noi una soggettività efficiente, la prendiamo in prestito da loro, che hanno avuto l’audacia di imprimere sul loro corpo una scelta perlopiù irreversibile. Era persuasivo. E così abbiamo tagliato dalla stoffa del desiderio innominabile la fodera della nostra soggettività. Con questi sgradevoli ricordi mi avvicinai al personaggio, al quale non osavo chiedere il nome, ma mi limitai a poggiare le mie mani, in stretta imitazione della sua postura, sulla ringhiera. «Mai tentato dalla trasformazione?», mi chiese. «Mi fu proposta, videro le potenzialità, ma ho preferito non rispondere». «Rispondimi adesso», mi chiese con amichevole apertura, «sono qui come te, in viaggio verso il paese dove ancora si raccontano le storie ai bambini, oppure sto portando in quel paese il mio spettacolo Sex in the Nineties, The Viado Vintage Revival?» Risposi con una certa sicurezza, come se avessi già sognato la scena: «Naturalmente lei è la professoressa invitata, in quello stesso paese dove scenderò anche io, a tenere una conferenza su The Dream-Quest of Unknown Kadath, le cui funzioni eccitanti lei è stata la prima a svelare rimuovendo i depositi critici prevedibilmente idioti. Come provare che i dati percettivi riferiti alle creature di Lovecraft erano momenti del suo inquieto autoerotismo? Memorie congelate di quando era andato a frugare, con gli occhi sulle dita, nella sua carne? Lei ci è riuscita». La professoressa vibrò con una scossa della sua complicata, impenetrabile figura, dove il tessuto organico e quello sintetico si fondevano mirabilmente e indefiniti organi sessuali si nascondevano sotto cupole di pelle e alluminio. Poi, volgendo lentamente le labbra dalla mia parte, «Così lei conosce la mia teoria circa la ricerca dell’eccitante nella letteratura fantastica di primo Novecento, Il proibito il mostruoso il miracoloso?» «Ho letto in rete tutti gli articoli che ho trovato sull’argomento, anche se non erano proprio tangenti alle mie, di ricerche». «Si è accorto che profumavano?» «Senz’altro, gelsomino, magnolia e perfino il formidabile odore del padouk». «Si è eccitato alla lettura?» «Sì, l’ho fatto, allora che ancora potevo» risposi con un ironico anglismo che non mancò di divertirla.

Mentre parlavamo, un nuovo e diverso liquame, trasparente come abbondante urina, molto più limpido del mare peraltro calmo e fermo “come l’olio”, come si sente dire, aveva allagato il ponte e di nuovo mi attanagliava la caviglia destra, stavolta senza più lasciare speranza di allentare la presa e pulsando nella sua regolare respirazione. Ci voltammo simultaneamente e quella melma di tersa chiarezza prese a agitarsi e a schizzare quasi avesse le braccia colpendoci intenzionalmente negli occhi con spettacolari ventagli, dall’apertura crescente, terminati in gocce appuntite come cristalli, e che, per via dei minerali disciolti, trasmettevano forti scosse elettriche. «Non si spaventi», sospirò con un soffio devastante la professoressa, «non è ancora il momento di affondare insieme, come trent’anni fa sulla strada semibuia». «Le confesso che ho sempre pensato che ormai non c’è altra civiltà che la strada semibuia». «Aspetti. La creatura ci sta chiedendo solo di fargli vedere. La creatura ha un impulso, un desiderio. Se la sente di assecondarla? La guiderò io». «Va bene» risposi, immancabilmente eccitato mentre la presa sulla caviglia si faceva, adesso, quasi dolce e sensuale, nonostante potessi sentire anche il ficcare di denti aguzzi e l’impressione, forse ingannevole, del sangue che sgorgava da una lacerazione, o per meglio dire da appositi portali nella mia vecchia, stanca carne. La professoressa con lungo e complicato rituale si spogliò, deponendo sul ponte ormai abbondantemente allagato le scaglie e le placche del suo vestito-corazza, discoprendo così una cornucopia di organi sessuali quali nemmeno a Kadath, con le sue colonne e torri di dolore, sono mai stati avvistati. Tutti quanti entrarono in eccitazione, stimolati dalle gocce elettrificate che continuavano a investirci, e anch’io mi denudai gettando nel profondo del torbido ogni indumento. Come al solito, facendolo, provai la consueta gelida ebbrezza. Al momento dell’erezione, anzi, delle erezioni la nave improvvisamente sfoggiò il gran pavese, coprendosi di bandiere alcune stracciate e stinte ma altre fiammanti, al punto che pensai che l’approdo dovesse essere imminente, e i seni della professoressa si blindarono di costoso acciaio inox. L’elemento liquido che ci aveva provocato e minacciato apparve, nella sua massa informe in cui pure si poteva distinguere un volto, ammirato e sbigottito, come affrontasse un suo pari. Quello che avvenne subito dopo, quando colei che era la mia sola compagna di viaggio umana – per quanto sia approssimata questa definizione – infine mostrò tutta la potenza della risposta al desiderio e all’impulso della creatura liquida che continuava a mugghiare e a circondarci, è troppo raccapricciante per scriverlo, ma un giorno, dal paese in cui ancora si raccontano le storie di sera ai bambini, per intrattenerli, farli addormentare, o impazzire, il racconto viaggerà, fatalmente deformato e falsificato, fino a noi.