La violenza è una presenza antica, animale, e niente ci autorizza a stupircene con una finta ingenuità. Il problema è, piuttosto, il modo in cui ne parliamo: il paradigma con cui interpretiamo i fatti, le categorie che mobilizziamo. Nel caso del ragazzo che ha accoltellato la professoressa nella scuola media di Trescore, le interpretazioni insistono quasi tutte sul concetto di “ferita narcisistica”. Si tratta di un’etichetta con una precisa storia clinica – il “figlio di Narciso” di Charmet, il sé grandioso che si infrange contro il limite – ma che nel dibattito pubblico viene spesso usata come l’unica lente disponibile. La catena causale proposta è spesso la stessa: umiliazione → dolore → esplosione. Questa lettura presuppone, senza dichiararlo, un paradigma dal quale facciamo fatica a distaccarci: quello tragico-depressivo.
A questo proposito vale la pena soffermarsi su un articolo di Marco Viscardi pubblicato su «Nazione Indiana», intitolato L’inferno che non si sente. Il testo analizza il linguaggio della lettera scritta dal ragazzo prima dell’aggressione. Riporto (estrapolandolo dall’articolo) quanto scrive lo studente:
Visto che a quanto pare i “ragazzi” non capiscono cosa sia giusto e cosa no, userò questo a mio vantaggio: non posso essere incarcerato, dato che in Italia l’età minima per la responsabilità penale è 14 anni, non posso nemmeno essere processato, quindi farò quello che ho sempre voluto fare, uccidere lei e chiunque cerchi di impedirmelo. Non è solo un atto di vendetta, è un modo per rompere una routine noiosa nel modo più estremo possibile. Sono stanco di essere banale, di dover fare sempre le stesse cose. Le regole non sono qualcosa che dovrei seguire, sono qualcosa che dovrei infrangere, e non c’è niente di meglio per farlo della vendetta, punire chi mi ha fatto del male.
Scrive Viscardi che in queste parole sembra agire «un pilota automatico del linguaggio», come se fosse in atto un meccanismo di repressione. E poi, quasi spiazzato: «L’anima di un ragazzo di tredici anni che progetta un omicidio deve essere un inferno. Nel testo quell’inferno non si sente». L’autore dell’articolo ipotizza che la lettera possa essere stata in parte prodotta con l’aiuto di un’intelligenza artificiale, ma questo non modifica il punto centrale. Non è decisivo stabilire chi abbia scritto materialmente le frasi: ciò che conta sono le scelte di contenuto, di tono, i punti d’onore, il registro di onnipotenza. Non si cerca assistenza tecnica per dire ciò che si vuole tacere, ma per dare forma a ciò che si intende affermare.
Il problema è che la nostra cassetta degli attrezzi critica è tarata quasi esclusivamente per riconoscere e scovare il dolore, non l’euforia, la disforia, la progettualità maniacale. Sembrano non esistere, per i media, altre forme di disagio psichico.
L’idea che “l’inferno si debba sentire” non è neutra. È un’aspettativa culturale, non una legge della psicologia. Nel dibattito pubblico si dà quasi per scontato che a un gesto violento debba corrispondere una sofferenza interiore: angoscia, colpa, dolore che la parola o reprime o lascia filtrare in forma di confessione. Ma questa equivalenza tra violenza e inferno interiore è tutt’altro che ovvia. Continuiamo a Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti