Nessun programma didattico è qualcosa che vive esclusivamente tra le mura degli istituti. Si può parlare in tanti modi di scuola: in maniera retorica, nostalgica, utopistica, pragmatica, disincantata… ma ciò che non dovrebbe mai mancare in una riflessione seria è la capacità di guardare oltre la scuola stessa: ricordarsi che l’istruzione resta sempre e comunque un elemento inscritto nei rapporti di forza della contemporaneità. I libri più interessanti che parlano di scuola usciti negli ultimi tempi hanno questo in comune: sia si tratti di analisi teoriche che di testimonianze dal vivo, a ritornare è l’immagine del mondo scolastico come terreno di scontro tra logiche economiche e di classe, istanze sociali e politiche.

Che la scuola sia diventata un campo di battaglia, uno dei fronti delle culture wars che segnano il dibattito contemporaneo, viene detto fin dalle prime righe dell’introduzione firmata da Mimmo Cangiano di Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti, raccolta di contributi di diversi autori, pubblicata da Nottetempo e curata dallo stesso Cangiano. Nei saggi raccolti viene denunciata, a più riprese e sotto differenti aspetti, l’invasione di campo di certe dinamiche economiche: l’autonomia scolastica e la logica delle competenze sembrano mutare l’istruzione in un mercato, trasformando gli istituti in aziende in competizione, i genitori in clienti e il sapere in una merce spendibile. Nei saggi emergono i diversi mali che derivano da questo modo di intendere la scuola: come il classismo implicito nella riforma degli istituti professionali di Valditara (nel contributo di Marina Polacco), la «tirannia delle metriche» nei giudizi, che portano a una sistematica burocratizzazione delle valutazioni (Rossella Latempa), l’aziendalizzazione forzata che si rispecchia anche nella formazione dei docenti (Emanuele Zinato). A emergere nel disegno complessivo è una scuola neoliberale che non mira più a formare cittadini consapevoli ma, come scrive Daniele Lo Vetere nel primo saggio, «capitale umano da valorizzare indefinitamente», spingendo gli studenti a concepire la propria vita come un curriculum da vendere.

A queste analisi teoriche può essere utile affiancare la lettura di un altro libro uscito di recente: Dipende dalla classe. Manifesto per una scuola anticlassista di Michele Arena, edito da Il Margine. Il volume vuole esplorare l’impatto delle disuguaglianze economiche nel sistema scolastico italiano, ma il fatto che non si accontenti di un approccio solo teorico è palesato fin dalle prime pagine che si aprono con una nota molto personale e autobiografica: Arena inizia portando l’attenzione sulla propria storia di povertà per posizionare il suo punto di vista e mettere subito in evidenza come la provenienza di classe sia un elemento da cui non si può prescindere quando si parla di istruzione. È «il piccolo sporco segreto» della scuola italiana che la continuamente reiterata retorica del “merito” non riesce a nascondere: il privilegio di classe, ampiamente dimostrato dai dati sulla scarsa mobilità sociale. Essere poveri agisce sugli studenti come un «cavo invisibile» che trattiene indietro. Uno svantaggio che spesso si traduce in senso di inferiorità, vergogna e auto-colpevolizzazione. Come lascia intendere il sottotitolo, il libro di Arena prima ancora di un’analisi è un manifesto militante, che invita alla radicalità, cioè ad affrontare i problemi alla radice. Se le rigidità del sistema scolastico finiscono per riconfermare le disuguaglianze sociali, allora possibili correzioni potrebbero avere la forma dell’«educazione debole» (la formula è dell’antropologo Tim Ingold), un tipo di insegnamento fondato sulla fiducia reciproca tra docenti e studenti e il “disarmo” della figura di autorità in classe.

In questo senso, il racconto di un caso efficace di “educazione debole” lo possiamo trovare in un altro libro: Leggere Dante a Tor Bella Monaca, di Emiliano Sbaraglia, pubblicato l’anno scorso da E/O. È la cronaca appassionata di un anno di insegnamento di italiano in una classe di una scuola media in uno dei quartieri periferici più difficili di Roma. È innanzitutto una storia di resistenza: se il contesto in cui i ragazzi della classe di Sbaraglia sono nati e cresciuti sembra precludere ogni futuro, l’insegnamento scolastico tenta di essere veramente una via per il riscatto, che passa anche per lo studio e la comprensione di una voce apparentemente lontanissima come quella di Dante.

Non esistono sistemi di insegnamento perfetti o validi ovunque, ma, scrive Sbaraglia, «qualsiasi metodo si scelga, qualsiasi proposta venga fatta, la finalità concreta deve rimanere sempre la stessa: accompagnare le ragazze e i ragazzi nell’acquisizione di strumenti che permettano loro di vivere il resto della vita da persone potenzialmente libere». Insegnare Dante in una scuola media dove molti studenti faticano ad esprimersi in italiano corretto può sembrare una mossa azzardata, ma che funziona e viene apprezzata dai ragazzi nel momento in cui scoprono che la letteratura sa nominare il loro dolore e la loro speranza. A dimostrazione che la vera inclusione non passa per lo svuotamento dei contenuti, ma per la capacità degli insegnanti di abitare i problemi insieme agli studenti.