Clara usciva dall’ascensore dello studio verso le otto e un quarto, io prima delle nove non avevo finito di strofinare il Vetril contro gli specchi del negozio. In genere veniva a prendermi dopo che avevo vomitato. Il primo caffè della notte lo bevevamo in una guardiola di metallo e plexiglass, in fondo al parcheggio dell’ala Est dell’ospedale delle Molinette, poco dopo aver lasciato la macchina in uno stallo un po’ discosto. Ce ne stavamo sedute sulle poltroncine stinte della cosiddetta “Area Relax”, tra una pianta di plastica e un tavolino pieno di riviste stropicciate, parlavamo di diagnosi benigne come se ne sapessimo qualcosa, in attesa che il distributore versasse in un bicchiere la nostra miscela da sonnambule. La mia emicrania era un giardino ben curato, secondo il dottore avrei dovuto prendere la polvere. In quel periodo cercavo di lavorare il più possibile perché pensare al futuro era comunque meno insopportabile che vivere il presente che mi ero procurata, e assumere farmaci era un rischio che non intendevo correre per non intaccare il perfetto equilibrio del mio lento cammino sul filo del dolore. Finito il caffè ci incamminavamo in silenzio, contando i lampioni che ci separavano dall’ingresso principale.


Bussavamo alla porta quando nel reparto era ormai calato un torpore burocratico, rotto soltanto dall’eco di un televisore tenuto a volume molto basso. Esercitavamo le nocche a dare un colpo trattenuto, appena al di sopra dell’udibile, stringendo i denti per soffocarne al massimo il rimbombo. Se era di turno, l’infermiera a cui avevamo fatto compassione ci avrebbe aperto anche fuori dall’orario delle visite. Altrimenti avremmo dovuto attendere che qualcuno uscisse per infilarci di nascosto nel corridoio verde livido, attraversarlo in punta di piedi fino alla camera 14, accostarci la porta alle spalle e sperare che nessuno ci scoprisse. Era di solito in questi interstizi che mi ricordavo che non avevo ancora messo a posto casa. Mi appoggiavo allo schienale di una delle sedie della sala d’attesa, puntavo i piedi contro il pavimento di graniglia sbriciolata e mi imponevo di tenere aperti gli occhi. Clara, davanti a me, passeggiava. Ogni tanto passava un dottore con lo sguardo rivolto al cellulare.
Al nostro arrivo nella camera 14 l’ambiente puzzava ancora di clorexidina. Con Clara potevamo stare ferme davanti al suo letto per ore, le spalle alla finestra che dava sulle luci delle case affacciate lungo il Po. Ci parlavamo poco, e quel poco erano cose futili, dette sottovoce, frasi smozzicate e timorose perché – così ci avevano detto – non bisogna compromettere l’effetto dello Zolpidem. La faccia di nostra madre ci stupiva sempre per una sua certa aria di stanca meraviglia, era secca e gialla come la buccia di un fico zuccherato.


Non so nemmeno più da quanto tempo io abbia rinunciato a ricevere degli ospiti. Mario mi ha lasciata. Veronica è troppo impegnata nei suoi ritiri di meditazione per ricordarsi di un’amica che, del resto, non le chiede aiuto. Stefania deve scegliere di nuovo tra sposarsi e progettare un figlio o partire per l’ennesima esperienza di workabout all’estero. Una volta entrati in casa, bisogna scavalcare una pila di libri illustrati che ho comprato in piazza Unione per consolarmi della mia povertà peggiorandola, ed evitare le buste piene dei vestiti che dico da un anno di voler portare nei bidoni gialli. L’odore però entra nel cervello ancora prima, forse già dal pianerottolo, e il mal di testa è il modo che il mio corpo ha trovato per gestirlo. Passo le sere riversa sul divano impregnato del fumo delle Camel, ascolto le gocce d’acqua sbattere sui piatti incrostati dalla muffa, mi ripeto che dovrei chiamare un idraulico ma non lo faccio. Ieri il vecchio del piano di sopra mi ha scambiata per sua moglie. Camilla invece mi ha detto che la mia pelle dà un vago odore agrumato, credo che siano le bucce di limone che metto ogni giorno nel caffè per curarmi come mi ha insegnato mia madre, da tre settimane le ho lasciate a marcire nel sacchetto dell’organico accanto a una catasta di lattine del discount e di assorbenti usati.

Da un po’ di tempo commentare i libri mi ha annoiato. Dopo l’ultimo Houellebecq, non uso più Goodreads nemmeno come delivery per le scopate. A parte Instagram e i dépliant della LIDL, leggo solo interviste al Dalai Lama e legal thriller del bookcrossing. Passo la pausa pranzo da Starbucks (al Cold Brew Nitro faccio aggiungere sempre un extra shot), il laptop aperto per recensire papere per la vasca da bagno che non avrei il coraggio di acquistare: c’è la Papera Cthulhu “per un bagno lovecraftiano”, la Papera Punk con la cresta colorata, la Papera Sushi con il pareo di alga Wakame, la Papera Elvis Presley, la Papera Lampadina e la Papera Vampiro. Intanto, riempio a poco a poco la mia lista desideri Amazon, principalmente di spremiagrumi e cavatappi di design, poi tazze brandizzate e borracce da campeggio. Soprattutto gli spremiagrumi, però.

Ho imparato che l’implementazione di una colonna sonora infantile all’interno dei nostri punti vendita ha rappresentato una leva strategica per ottimizzare la Customer Experience. Per migliorare i nostri Key Performance Indicators dobbiamo incrementare il tempo di permanenza in store e stimolare un aumento del tasso di conversione almeno del 15%. Brani come Volevo un gatto nero e Il coccodrillo come fa agiscono sul subconscio per creare un’atmosfera coinvolgente e rassicurante. Quando varca l’ingresso dello store, sottraendosi al caos assordante di una strada trafficata, il cliente è accolto da un clima di acquisto positivo, che riduce lo stress percepito. Come trigger, la musica funziona perché evoca sensazioni di innocenza, lascia fluire indisturbata la gioia, accende la nostalgia. Il rilascio di dopamina incentiva gli acquisti impulsivi o non pianificati. La crescita di volume del carrello medio consolida il posizionamento del brand. Occorre comunque evitare l’overstimulation, col suo tipico effetto di saturazione sensoriale. Quindi, variare le playlist. Quindi, regolare il volume perché non sia troppo invasivo. Quindi, tenere d’occhio il cliente e registrare i diagrammi della sua mimica facciale.


Non mangio da tre giorni. Ormai da quattordici l’abuso di caffè mi impedisce di dormire. Al lavoro mi dicono che tremo, per il dolore ho provato dei massaggi ma il mio cranio adesso è un rovo. Il letto comunque non riuscirei a sopportarlo: a parte che il materasso è infossato da un lato, ho provato a lavarlo con lo spray per i tessuti, ho spolverato i comodini, ci ho messo accanto una candela profumata ma l’aria rimane irrespirabile, c’è una nota sgradevole che si incolla ai capelli e non va via. Quando apro le finestre i piccioni vengono a beccare briciole invisibili sul davanzale, fanno versi che sembrano di fame e invece forse sono di curiosità. Non ci provo più ad agitare una scopa per cacciarli. E poi mia madre emette ogni tanto degli schiocchi, come se una qualche cavità stesse prendendo a poco a poco il posto riservato agli organi. Eppure la tengo pulita, mi piace frizionarla con un panno umido tra le pieghe del volto che sono rimaste sempre un po’ infantili, prendo una pinzetta per toglierle a uno a uno tutti i vermi. Quando torno dal negozio mi siedo accanto a lei nella penombra, le scaldo la mano rigida. A volte mi pare che durante il sonno le sue palpebre pulsino.


È stata Clara la prima a entrare, stamattina, mentre io finivo di compilare un ordine di papere. Non aveva la faccia di chi viene a rimproverarti, ma di chi fa il suo dovere per conto della legge. Mi ha detto soltanto: “Sei pazza.” Io ho sorriso, intanto che gli altri si facevano spazio a fatica nel disordine – erano venuti per togliermela. Ho detto loro che comunque le parlavo per tenerla almeno un poco sveglia, che le mettevo le gocce di caffè e limone sotto il naso, come faceva lei con noi quando eravamo piccole. Diceva che l’Efferalgan “butta a terra”, che è un modo dialettale per dire che debilita, mentre la Tachipirina ti buca lo stomaco, specie se non hai mangiato. Mentre la infagottavano ho iniziato a leggere a voce alta le mie recensioni preferite. Quelle degli spremiagrumi, io credo, sono le più poetiche. Una diceva: “Mai più senza. Trasforma anche i limoni più avvizziti in una piccola resurrezione.”